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Il pallone e la vita secondo Mondonico

29/03/2018  Alla fine la malattia con cui combatteva da anni se l'è portato via. A 71 anni Emiliano Mondonico restava il simbolo amato di un calcio pane e salame in estinzione. La sua idea di calcio la raccontò così a Credere nel giugno 2014

Se a uno che è stato stimato allenatore in serie A dici di andare ad allenare l'oratorio si offende. Uno normale, non Emiliano Mondonico, così anomalo da aver conservato la normalità  in un mondo che dà  alla testa quasi a tutti. "Mondo", come lo chiamano gli amici da sempre, che dall'oratorio e dal Csi (Centro sportivo italiano) era partito bambino con la Rivoltana, all'oratorio è semplicemente tornato, come dice lui «a restituire» dopo una lunga carriera a cavallo tra la "A" e la "B". Perché la specialità  di "Mondo" sono sempre state le promozioni: prendere una squadra piccola, farla crescere e portarla nel mondo delle grandi. E poi magari lasciarla camminare con le sue gambe.

Forse non ci ha mai pensato, ma è la stessa cosa che fa adesso, prendere i più piccoli del Sant'Alberto di Lodi, oratorio iscritto al Csi, e far loro da guida per un pezzo di strada sul campetto dietro il campanile, sperando che serva anche nella vita. Loro non possono ricordare per ragioni anagrafiche che quel mister con i baffi, al tempo dei derby della bassa quando la promozione in A era un affare tra Cremonese, Brescia e Piacenza, ha messo in campo in grigiorosso ragazzi di nome Gianluca Vialli e Michelangelo Rampulla, prima di incoraggiare, ai tempi dell'Atalanta, l'inclinazione ad allenare di un certo Cesare Prandelli, già  suo compagno alla Cremonese. Anche se saranno certo fieri di sapere -gliel'hanno detto di sicuro - che il loro mister è stato seduto anche sulle panchine blasonate del Toro, del Napoli, della Fiorentina, prima di convincere pure l'AlbinoLeffe a credere nel sogno.

«Nostalgia? Nooo. Son tornato a pagare il mio debito, per quando i miei genitori avevano una trattoria a Rivolta D'Adda e il campetto pieno di buche è stato la mia seconda casa. Del calcio d'alto livello mi manca un po' la strategia, la sfida di mandare in campo la squadra giusta per raggiungere l'obiettivo. Ma dal calcio ho avuto tanto e ora restituisco un po' ai bambini. Mi danno molto. Ho più da imparare che da insegnare».

Il cerchio che è stato un lungo viaggio nel pallone si chiude con uno scarto di venti chilometri scarsi. Nell'Italia di don Camillo e Peppone tutti i pomeriggi del mondo, anzi del "Mondo", erano all'oratorio di Rivolta: lì Emiliano Mondonico ha incontrato il pallone, il Csi, una squadra e un sogno non ancora finito: «Ma soprattutto ho incontrato adulti capaci di educarmi in sintonia con la famiglia. Adesso è tutto più difficile: il calcio non è più il gioco da ragazzi che era, attorno al pallone si catalizzano grandi attese di adulti e bambini. L'oratorio ha molte alternative, non tutte raccomandabili». Un canto delle sirene cui i ragazzi faticano a resistere: «Il sogno del pallone c'è ancora ma è meno naìf, l'oratorio deve farsi largo mostrandosi all'altezza: i bambini del 2014 non accetterebbero più un campo di terra pieno di buche. Anche se poi non è il campo che fa la sostanza».

"Mondo" è uno dei pochi allenatori di bambini a non sognare squadre di orfani, ma solo perché si è inventato un sistema per neutralizzare il nemico pubblico numero uno del mister dei bambini, il padre del novello Maradona: «Faccio allenare i padri assieme ai loro figli: a quel punto i padri fanno i padri, allenano loro i figli, li rimproverano per il fallaccio e vedono le cose come stanno, incluso il fatto che l'altro possa essere più bravo o comportarsi meglio del proprio rampollo. Non hanno più alibi. Io posso aiutarli, posso educare i bambini a rispettare le regole del campo, ma se un bambino è abituato a vivere senza regole non saranno le due ore a settimana con me a farne un piccolo lord. La responsabilità  educativa resta dei genitori, per questo bisognerebbe aprire loro squadre e oratori».

Al Csi è un po' più facile che altrove: «Se non altro perché i tesseramenti sono liberi, ci si iscrive ogni anno e se non si sta bene si va via, mentre quando arriva il "cartellino" tutto si fa un po' più rigido e formale». Ma Mondonico è convinto che nella vita si faccia germogliare quello che ci è stato seminato dentro da piccoli: «Il mio compito qui non è scoprire campioni, ma il mio sogno è che se mai uno lo dovesse diventare, alla domanda di rito "chi vorresti ringraziare" rispondesse: "Mio papà "».

Anche, perché, nota Mondo, la comunità  collabora sempre meno: «Ai miei tempi se entravi al bar e ordinavi alcolici, trovavi un adulto che ti diceva: "Ohè, bambino, non fare scemenze!". Adesso si tende a non immischiarsi. E, invece, dovremmo: vedo tanti ragazzi bere già  giovanissimi. È vero che se glielo dici magari ti mandano al diavolo, ma poi ci pensano: "Perché a quel signore sconosciuto importa di me?"».

Ecco. Questo, nel gergo di Mondo, si chiama «restituire».

(Foto in alto: Ansa)

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Il mondo di "Mondo", Emiliano Mondonico, le immagini di una vita
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