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a fermo, nelle marche
 

La tragedia di Emmanuel, scampato dalla guerra ma non dal razzismo

07/07/2016  Lui e la sua compagna Chimiary erano arrivati in Italia otto mesi fa, in fuga dal terrore di Boko Haram. Erano ospiti del seminario arcivescovile di Fermo nell'ambito del progetto di accoglienza della Fondazione Caritas in veritate presieduta da don Vinicio Albanesi. Emmanuel Chidi Namdi, 36 anni, è morto dopo una violenta rissa scoppiata a causa di insulti razzisti.

(foto di Cristina Girotti)


«Caro Emmanuel, ti chiediamo perdono». Ha pregato così, don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, durante la veglia al seminario arcivescovile di Fermo per ricordare il 36enne nigeriano morto nella cittadina marchigiana dopo un violento litigio con un abitante del posto, ultrà della Fermana. «Non siamo stati capaci di garantirti un futuro insieme alla tua amata Chimiary. Ti avevamo accolto con rispetto. Tu eri particolarmente attento, sorridente, sperando di vivere una vita finalmente gioiosa».

Emmanuel Chidi Namdi era arrivato dalla Nigeria otto mesi fa, con la sua compagna 24enne Chimiary. Insieme avevano trovato riparo presso il seminario arcivescovile di Fermo, grazie al progetto di accoglienza della Fondazione Caritas in veritate, presieduta da don Albanesi. Finalmente uno spiraglio di luce e un po' di serenità dopo lo strazio vissuto in Nigeria: la famiglia sterminata in una chiesa dalla furia omicida di Boko Haram, il gruppo integralista islamico che semina il terrore nel Paese africano; la perdita di una figlia di 2 anni. Poi la fuga, scelta estrema per salvarsi la vita. L'estenuante odissea dei migranti attraverso il Niger, la Libia, infine l'Italia, a bordo di uno dei tanti barconi dei disperati. Durante la traversata, un nuovo dolore: l'aborto spontaneo del figlio che Chimiary portava in grembo. 

A Fermo, dove erano arrivati a novembre del 2015, Emmanuel e Chimiary avevano ricominciato pian piano a vivere. Lui, che don Vinicio ricorda come un ragazzo molto dolce, aveva imparato in fretta l'italiano. Entrambi avevano fatto richiesta di asilo. A gennaio scorso don Albanesi, nella duplice veste di presidente di Caritas in veritate e di parroco, aveva sposato i due giovani nella chiesa di San Marco alle paludi. Un matrimonio religioso privo di effetti civili, perché i due non disponevano dei documenti necessari per regolarizzare l'unione. Ma quello scambio di anelli era stato la consacrazione di un legame saldo, che aveva superato un mare di orrore. 

Eppure a Fermo, dove era stato accolto, Emmanuel ha trovato la morte. Mentre camminava per la strada la coppia nigeriana si è imbattuta in due fermani, membri della tifoseria organizzata della squadra di calcio locale, che hanno preso a insultare la ragazza con l'epiteto razzista di "scimmia". Emmanuel si è scagliato contro i due. E' nato uno scontro violento. Durante la rissa, un colpo sferrato da uno dei fermani ha raggiunto il nigeriano alla nuca, lui è caduto. Una volta a terra, secondo il racconto di Chimiary, sarebbe stato ancora colpito. Emmanuel non ce l'ha fatta. Dopo essere entrato in coma irreversibile, è morto. Il fermano, Amedeo Mancini, 38 anni, è un imprenditore agricolo, già sottoposto a Daspo. Ora è accusato di omicidio preterintenzionale con l'aggravante del razzismo. 

«E' la prima volta che accade un episodio del genere qui a Fermo», osserva don Albanesi, «in generale i migranti sono stati ben accolti dal territorio fermano, non c'erano mai stati problemi». Eppure, in questa cittadina agiscono nell'ombra aree di illegalità e di delinquenza, zone di spaccio e di prostituzione che prendono di mira chi nella Chiesa si adopera per gli ultimi. Pochi mesi fa una bomba rudimentale è esplosa di fronte al portone della parrocchia di don Vinicio, durante la notte. Poco tempo prima altri due ordigni avevano preso di mira l'abitazione di don Pietro Orazi, ex parroco della chiesa di San Tommaso di Canterbury e direttore della Caritas diocesana, e l'abitazione don Sebastiano Serafini, attuale parroco di San Tommaso ed ex direttore della Caritas. Tutti sacerdoti impegnati sul fronte dell'accoglienza e del sostegno agli emarginati, agli immigrati, ai poveri. Intimidazioni da parte di gente del posto che conosce l'azione della Chiesa locale, aveva commentato allora don Vinicio. «Quello che è accaduto a Emmanuel», osserva il presidente della Comunità di Capodarco, «rientra in questo clima». 

Ora, Chimiary è rimasta sola al mondo. Il suo dolore è inconsolabile. Ma la Fondazione che l'ha accolta non l'abbandonerà. Don Vinicio vorrebbe aiutarla a riprendere gli studi di Medicina interrotti in Nigeria. Questa mattina il ministro dell'Interno Angelino Alfano è arrivato a Fermo per presiedere il Comitato territoriale per la sicurezza convocato in prefettura e incontrare don Albanesi. «Ringrazio don Vinicio e la sua comunità per quello che sta facendo», ha detto il ministro. «C'è chi assume come valori il razzismo e la prevaricazione e chi, invece, si prende carico degli altri».  Nel seminario arcivescovile, gestito da Caritas in veritate, sono ospitati 124 migranti e richiedenti asilo, tra cui 19 nigeriani. Quando papa Francesco ha lanciato l'appello ad aprire le porte delle chiese e delle strutture religiose per accogliere i profughi, il seminario di Fermo è stato una delle prime strutture a rispondere. Don Albanesi ha dichiarato che la Fondazione Caritas in veritate e il vescovo di Fermo monsignor Luigi Conti si costituiranno parte civile. 

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