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Caso Eni, storia di un'operazione opaca

11/10/2014 

La notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati in Italia dei massimi dirigenti dell’Eni per una presunta maxi-tangente sta facendo il giro del mondo. All’origine dell’inchiesta (e di quella parallela londinese), c’è un esposto presentato nell’estate 2013 dall’associazione italiana Re:Common insieme all’Ong inglese Global Witness, che ora commentano: «Tutto prevedibile e messo nero su bianco da tempo».

L’accusa ruota attorno alla concessione per l’esplorazione del campo petrolifero Opl245, il maggiore potenziale minerario non esplorato della Nigeria, che nell’aprile 2011 fu pagata da Eni e Shell 1 miliardo e 92 milioni di  dollari (più Shell da sola altri 200 milioni). La compagnia italiana si difende dicendo di aver trattato solamente con il Governo nigeriano, mentre secondo i pm milanesi quella cifra servì a corrompere e retribuire oligarchi locali, dubbi intermediari di entrambi i paesi – tra cui quel Luigi Bisignani già finito al centro dell’indagine per la cosiddetta P4 – e, addirittura, una parte dei soldi sarebbe stata intascata dai manager Eni. «Si ritiene che Scaroni e Descalzi abbiano organizzato e diretto l’attività illecita», scrivono i magistrati nella rogatoria internazionale, puntando quindi il dito contro l’allora amministratore delegato Paolo Scaroni e il suo successore Claudio Descalzi, all’epoca responsabile della Divisione esplorazione e distribuzione e chiamato 4 mesi fa da Renzi, in piena continuità di gestione, al vertice della società italiana controllata al 30% dal Governo. Per altro, le accuse di oggi di Vincenzo Armanna, ex dirigente Eni, aggraverebbero proprio la posizione di Descalzi: “In Italia imposero il mediatore, 50 milioni tornarono in mazzette”, ha detto alla Repubblica.  

Tutta l’operazione Opl245 nasce da un peccato originale. Al momento dell’acquisto da parte di Eni, la concessione apparteneva alla società nigeriana Malabu, apparentemente solo una casella postale. Gliel’aveva assegnata, a fine anni Novanta, Dan Etete, ministro del Petrolio dell’allora dittatore nigeriano Sani Abacha, già condannato a Parigi per riciclaggio. Successivamente, la società fu al centro di aspre rivendicazioni che coinvolgevano oligarchi, figli di presidenti, faccendieri italiani e nigeriani, conti correnti in Svizzera e a Londra, finché si scoprì che era lo schermo proprio dell’ex ministro nigeriano: sostanzialmente si era autoassegnato la licenza.

Dopo revoche e riottenimenti alla società prestanome, nel 2011 Eni acquistò la concessione, versando i soldi sui conti londinesi del Governo nigeriano, sapendo – secondo l’accusa – che sarebbero stati girati alla Malubu, cioè il prestanome per far arrivare i soldi  ai diversi destinatari delle tangenti. Ma l’accusa dei magistrati milanesi e londinesi è stato un fulmine a ciel sereno sul cane a sei zampe? Non proprio. Anzi, tutto come da copione si potrebbe dire. L’8 maggio scorso, a pochi giorni dalla nomina del neoamministratore, Re:Common aveva criticato la scelta, poiché – scriveva allora – il suo «coinvolgimento in un caso di corruzione legato a un grosso contratto petrolifero in Nigeria solleva seri interrogativi circa la sua idoneità nella gestione del gigante italiano».

È da due anni che l’ong, insieme a Global Witness, Amnesty International e la Fondazione di Banca Etica, denuncia l’opacità della vicenda, sia pubblicamente che intervenendo alle assemblee degli azionisti Eni del 10 maggio 2013 e dell’8 maggio 2014, ottenendo solo risposte evasive. Colpiva per esempio l’altissima commissione richiesta da uno degli intermediari, Emekar Obi, addirittura del 19%. Nonostante il codice interno anticorruzione, non risulta che all’Eni siano state fatte verifiche neanche a fronte di una percentuale così alta (valori oltre il 5% sono considerati sospetti dal governo degli Stati Uniti).

Eppure, i precedenti non mancavano: sempre dopo una vicenda di corruzione di politici locali denunciata da Re:Common, nel luglio 2010 Eni ha patteggiato con le autorità statunitensi (la Sec) il pagamento di 365 milioni di dollari. Questa volta lo scandalo riguardava l’appalto del terminal di esportazione del gas a Bonny Island, sempre in Nigeria. Proprio in quell’occasione, l’azienda si impegnò ad attivare seri programmi anticorruzione…

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