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mercoledì 25 maggio 2022
 
 

Enrico Brizzi: «Continuo a camminare come quando ero scout».

06/08/2014  Lo scrittore ha dedicato molti libri ai viaggi a piedi. Sa che la richiesta delle famiglie per iscrivere i figli agli scout è molto alta poi però c'è una penuria di capi che determina una minore disponibilità di posti. Sembra siano sempre meno i ragazzi disposti a investire il loro tempo come educatori.

Reso celebre grazie al successo di Jack Frusciante è uscito dal gruppo lo scrittore quarantenne Enrico Brizzi, padre di quattro figlie (10 anni, due gemelle di 9 e la piccolina di 2) è il classico semper scout, entusiasta della sua esperienza che ricorda e consolida dedicando tempo e scrittura al tema del cammino, tema caro ai rover e alle scolte dell'Agesci «Ero nel Bologna 16 lo stesso di  Pupi Avati. Era la gloria del gruppo e veniva alle celebrazioni natalizie. Sono stato scout fino a diventare aiuto-capo Branco col nome di Fratel Bigio».

Molte le cose che ha maturato grazie allo scoutismo: «una capacità di rapportarmi agli altri e di fare squadra. E a livello più specifico, l’amore per la strada e per il cammino. Ho pubblicato tre romanzi che hanno come tema i viaggi a piedi.  Una passione sicuramente nata in famiglia: «mia madre è una signora che ancora oggi gira per rifugi. Ma il sapersi caricare una tenda in spalla per un viaggio itinerante fra pari che non sia solo fisico ma un percorso anche spirituale, cosa che faccio ancora, l'ho imparato  nelle Route che facevo in Clan. Molti dei miei attuali compagni di viaggio sono ragazzi che ho conosciuto già nei lupetti».

Lo scoutismo, lo dicono tutti gli ex, crea anche legami davvero forti: «Se alla soglia dei 40 anni cammino ancora con persone che ho conosciuto a sette è la privo che lì nascono amicizie in grado di significare qualcosa di importante per tutta la vita».

Lo scrittore la cui figlia maggiore è anche lei una lupetta, mentre le due gemelle di nove anni non sono ancora entrate a far parte dell'Agesci, spende due parole per il problema della crisi della vocazione dei capi: «La richiesta delle famiglie è molto alta poi però c'è una penuria di capi che determina una minore disponibilità di posti per i bambini. Sembra siano sempre meno i ragazzi disposti a investire il loro tempo come educatori.  Posso capirlo perché a quella età è una scelta forte. Inizi a studiare a lavorare ed è più faticoso. Bisogna però rendersi conto che il servizio è importante e che sarebbe strano restare 12 anni nelle varie branche e poi non restituire ciò che ci è stato dato».

E tra i ricordi di Enrico Brizzi c'è «Il primo campo internazionale Europeo (per esploratori e guide) a Vienna. Avevo quindici anni ed ero il capo Squadriglia dei Canguri. Era la prima occasione per conoscere gli scout dei Paesi oltre cortina, dei ragazzi dell’Est. Poi c'è stato l'impegno del servizio, associativo con i lupetti ed extra-associativo nel carcere minorile. Mi sono confrontato con ragazzi che hanno avuto possibilità diverse dalle mie e ho capito che il mondo non è tutto uguale al cortile di casa».

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