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Enrico come San Giorgio e il drago

29/04/2013 

Lavoro e welfare. Riforma dello Stato e tagli alla politica. Ed ancora: infrastrutture, Terzo settore, aiuti alla cooperazione, politiche per la famiglia, abbassamento della pressione fiscale.
Nel chiedere la fiducia in Parlamento, Enrico Letta ha toccato l’intero arco (costituzionale) della politica. Il suo è stato un discorso all’antica, alto profilo e massimi sistemi, contesto internazionale e questioni nazionali (tra tutte la questione meridionale).

Lo diciamo sottovoce: è stato perfino troppo bello per essere vero. Come se per un momento, “le spalle forse non abbastanza robuste” di cui il giovane neo-premier ha parlato spesso si fossero trasformate in quelle di un lottatore greco-romano. E il malfermo tavolino a tre gambe che è il Governo uscito da 60 giorni di stallo fosse in realtà politico nel senso pieno e non per generosa concessione del Presidente della Repubblica. Ovvero un Esecutivo a voce unica sulle cose da farsi.
Con un programma liscio come un pianoro, senza dossi o cunette, luoghi atti a trappole o agguati. Ci piacerebbe, ma dubitiamo sarà così. Un premier incaricato che in tema di lavoro parla di (ennesime) riforme sull’apprendistato, rivendica la necessità di una “ferrea lotta all’evasione fiscale”, rimette in agenda la questione del “reddito minimo di cittadinanza” (per le famiglie numerose), allarga il confine degli ammortizzatori sociali (ai precari), allontana il rischio di elevare la tassazione (l’Iva) e inquadra tutto questo in una cornice europeista di cui non si può fare a meno, sembra parlare col tono di chi ha davanti a sé cinque anni di legislatura piena.

Di chi conta di reggere e durare, altro che i 18 mesi della prima verifica in tema di riforma istituzionale. Di chi non pensa affatto di compiere un'operazione chirurgica e veloce, ma punta ad attuare un “vaste programme”.
Cosa è accaduto nelle alchimie di Montecitorio per dare uno sfondo così grandangolare alla vista che si gode oggi dal balcone di Palazzo Chigi? Com'è stato possibile che le fragili spalle si trasformassero in quelle di un Atlante in grado di reggere le sorti del Paese?
Rileggendo punto per punto il discorso di insediamento, non c’è un solo passaggio che non meriti approvazione. Non una virgola fuori posto, tra il doveroso tributo alle forze dell’ordine e quello alla lealtà di Bersani, tra il richiamo al Paese che ignorando i suoi giovani uccide il proprio futuro e l’omaggio a quel mondo di cooperanti che costruisce coesione laddove la politica sembra spargere divisione.

Tutto giusto, vero, appropriato. Sobrio, per usare una parola cara all’eloquio a alla storia stessa di Enrico Letta. La domanda però resta: non è fin troppo? O per dirla meglio: durerà quanto basta il governo Letta per fare come San Giorgio col drago (quello delle trappole e degli agguati) o il drago, al primo vero scambio di ostilità, sbalzerà san Giorgio da cavallo?

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