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Una vita per gli altri
 
Credere

Enrico Fagetti: «Così mio figlio continua a fare del bene»

05/10/2017  Dopo la morte improvvisa di Paolo, gli amici stanno vicino ai genitori. Poi, insieme a loro, cominciano a realizzare il sogno di fare qualcosa per gli altri

«Siamo sempre stati credenti. Ma “Sia fatta la tua volontà” a un certo punto non riusciva più a dirlo, mia moglie. E anche io sono stato tanto arrabbiato con Dio: non è vita quella in cui un padre va a seppellire suo figlio. Solo Dio poteva riuscire a vedere morire suo figlio senza perdersi».

Tredici anni fa, il 16 agosto 2004, Enrico Fagetti e sua moglie Liviana hanno perso il figlio Paolo in un incidente di moto. Aveva 30 anni, insegnava web e design all’università, lavorava in proprio. E, soprattutto, aveva una vita intera davanti. Una «vita per gli altri», come dice il titolo del libro-testimonianza che Enrico ha pubblicato di recente.

«Il volontariato e la dedizione verso l’altro, Paolo li aveva nel sangue» racconta Enrico, con gli occhi che ancora tornano umidi di commozione. «Aveva iniziato presto, quando era solo un ragazzino e faceva l’animatore all’oratorio. Era accattivante, solare, luminoso. Dopo l’università fece il servizio civile, a Olgiate Comasco dove abbiamo sempre vissuto: quell’anno era sempre con i bambini di Chernobyl, che l’associazione Pubblica assistenza SOS aveva fatto arrivare da noi. E da allora non ha mai smesso di occuparsi degli altri, anche se noi genitori ne sapevamo pochissimo».

Un giorno, dopo la morte di Paolo, Enrico ha scovato nella sua cameretta una lettera in cui il figlio scriveva a Piera, la donna che per lui era una seconda mamma e l’aveva fatto appassionare alla dedizione agli altri: «Mi impegno e mi impegnerò per fungere da faro ad altri come tu lo sei stata per me. Voglio che anche gli altri possano godere del privilegio che mi è stato donato». Ci è riuscito per trent’anni a restituire amore, quasi come Gesù. Poi tutto è finito. Brutalmente. Lasciando nei suoi genitori un vuoto inconsolabile. «Per diverso tempo», ricorda Enrico, «mia moglie apparecchiava la tavola per tre. E la camera di Paolo, in casa nostra, è ancora oggi come lui l’ha lasciata».

«FACCIAMO NOI QUALCOSA»

Il dolore per la perdita di un figlio non può essere alleviato, forse nemmeno compreso, solo condiviso. Ogni giorno, da tredici anni, Liviana ed Enrico hanno un appuntamento quotidiano con Paolo: vanno al cimitero a trovarlo, si siedono nella cappellina che hanno costruito. Gli parlano, pensano, pregano silenziosamente.

Ma in questo legame continuamente alimentato non sono rimasti tristezza, né rancore e solitudine: «Per un anno, ogni lunedì gli amici di Paolo venivano a cena a casa nostra. Loro mi hanno aiutato a uscire dal tunnel di morte: “Facciamo noi qualcosa, Enrico”, mi dicevano. “Facciamo noi quello che Paolo avrebbe voluto realizzare, teniamolo vivo così”. Alla fine ho accettato e capito che non contano i passi che fai né le scarpe che porti: contano le orme che lasci».

Per lasciare un’impronta di vita gli amici di Paolo si sono organizzati con raccolte fondi e diverse iniziative, per poi creare la Fondazione Paolo Fagetti. Enrico, ormai in pensione, ci ha messo molto del proprio, insieme alla moglie Liviana. Poi hanno trovato una signora olgiatese che ha donato un terreno e hanno costruito la “Casa di Paolo e Piera”.

La dottoressa Francesca Telve, responsabile del Centro diurno disabili del Consorzio servizi sociali dell’Olgiatese e della Casa di Paolo e Piera, spiega: «Questa casa è una realtà unica, nata dall’incontro fecondo tra un ente privato e un ente pubblico. La Fondazione ha messo a disposizione questa splendida struttura e noi come consorzio, a partire dal 2013, l’abbiamo resa viva costruendo un servizio per minori con disabilità, che non esisteva sul nostro territorio. È un servizio personalizzato, costruito sulle esigenze di ciascuno. Qui le persone crescono nell’autonomia, si cimentano nelle attività fondamentali della vita quotidiana e sociale, e tutti diventano un po’ più protagonisti della propria vita e della società».

A Paolo sarebbe piaciuto da matti, un ambiente così. Forse per questo la vita della Casa è anche il balsamo, la nuova ragione di vita di papà Enrico: «Senza questa casa forse sarei morto da tempo», confessa. «Pensavo di avere perduto un figlio, qui ne ho trovati tanti altri. Un giorno, per dirne una, ero seduto a pensare alla vita sulla panca che ho costruito vicino alla tomba di mio figlio Paolo e, dal nulla, mi vedo sbucare Ricky, un ragazzone autistico di 16 anni, grande e grosso come me. “Che ci fai, qui?”, gli chiedo. “Sono venuto a trovare Paolo”, mi risponde. Se mi avessero dato un milione non sarei stato felice come per quella visita».

Nel logo della Fondazione Fagetti c’è un bambino che spinge il mondo. I bambini della casa spingono in avanti anche Enrico: voleva dare, ha trovato, scoprendo che c’è sempre un modo e un posto per tornare a vivere, per riuscire nuovamente a dire a Dio: “Sia fatta la tua volontà”.

PAROLA CHIAVE: LA VITA PER GLI ALTRI

  

Per conoscere la Fondazione Paolo Fagetti si può consultare il sito www.fondazionepaolofagetti.org; per sostenerla si può scrivere a info@fondazionepaolofagetti.org o telefonare al numero 0139.45.495. Allo stesso indirizzo e-mail può essere richiesto il libro La vita per gli altri, scritto da Enrico Fagetti in collaborazione con Sara De Carli, giornalista del settimanale Vita, Edizioni Tecnografica, 10 euro.

 
 
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