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sabato 24 luglio 2021
 
LA STORIA
 

Enrico Ianniello: "Sarò ancora il dottor Modo e il commissario Nappi, ma intanto c'è Alfredino..."

13/06/2021  L'attore, famoso per "A un passo dal cielo" e per aver dato volto al medico legale del "Commissario Ricciardi", racconta i piani per il futuro e la sua vita parallela di scrittore, appena arrivato in libreria con il nuovo romanzo "Alfredino, laggiù"

Trovandosi tra le mani Alfredino, laggiù, romanzo pubblicato da Enrico Ianniello con Feltrinelli, non viene automatico mettere insieme tutti i piani che si intersecano: non si pensa subito che Ianniello sia lo stesso Ianniello che fa l’attore e veste i panni del Commissario Nappi in A un passo dal cielo, lo stesso che ha dato l’anima al dottor Modo, medico legale del Commissario Ricciardi. Né molti sanno che l’attore di cui sopra, che vive a Barcellona e si divide tra fiction e teatro, abbia anche una seconda vita da scrittore di successo, con tre romanzi all'attivo di cui uno - La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin - premiato con il Campiello opera prima. E sì l’Alfredino di quest’ultimo romanzo, è proprio Alfredino Rampi, il bimbo di sei anni morto il 13 giugno 1981 nel pozzo artesiano in cui era caduto tre giorni prima.

Ianniello era un bambino a quell’epoca, come tanti suoi coetanei ha assistito alla drammatica diretta Tv dei tentativi vani di salvare Alfredo. Oggi scrive non di lui, ma di Andrea un uomo coetaneo di Ianniello, rimasto turbato da quella storia tragica conosciuta a 10 anni dalla Tv in un modo che non ha avuto rispetto del dolore. 

Ianniello, Andrea non si dà pace di quel ricordo come uno dei suoi ultimi personaggi il dottor Modo, pur facendo il medico legale, non si abitua alla morte. Ci sono aspetti che si in qualche modo si intersecano quando si costruisce un personaggio letterario o cinematografico?

«Penso di sì, perché al di là del fatto che i ruoli cinematografici ti possono capitare in sorte in un certo momento, tu poi costruisci un percorso. Io ho almeno l’ho costruito. Tra Nappi e il dottor Modo, c’è una caratteristica comune: cercano di non assuefarsi al dolore di non perdere la loro grazia originaria: Nappi lo fa nel suo essere attento alle persone e alle loro difficoltà anche al momento di un arresto. Modo supremamente racconta questa cosa: vive a costante contatto con la morte ma conserva il sorriso perché la consapevolezza lo attacca alla vita, ne percepisce l’importanza. Per l’Andrea nel romanzo il ricordo di Alfredino diventa l’innesco per ristabilire, da padre, la gerarchia delle cose importanti della vita: Alfredino è il tramite per ritrovare l'innocenza perduta da trasmettere ai figli».

Torneranno in Tv Modo e il commissario Ricciardi?

«Credo che cominceremo a girare tra gennaio e marzo dell’anno prossimo per vedere la serie in autunno».

Che idea si è fatto del segreto di quel successo, a parte l’accuratezza che tutti hanno riconosciuto alla serie?

«I romanzi di Maurizio De Giovanni, da cui è tratta la serie, sono scritti bene; gli sceneggiatori hanno fatto bene l’adattamento per la Tv e Alessandro D’Alatri è stato molto bravo a ricreare quel mondo, a risentire quelle sensazioni che aveva scritto De Giovanni e a parer mio è stato molto bravo a scegliere il cast - non sto parlando di me, ovviamente - ma del fatto che eravamo tutti attori  con una grande esperienza teatrale, e questo ha significato tecnicamente che sul set parlavamo tutti la stessa lingua: veniva automatico a tutti capire quando e come improvvisare, quando stare attenti alle battute degli altri, l’origine di Antonio Milo (il brigadiere Maione) e di Lino Guanciale (Commissario Ricciardi) è quella, il fatto che si sia creato sul set quel processo penso che abbia fatto funzionare tutto per bene. E spero che sia la base di quello che verrà».

Anche perché gli spettatori non ve lo perdonerebbero: la serie è stata sospesa interrotta sospesa nel vuoto...

«Io spero infatti che ci siano proprio tutte le stesse persone».

Viviamo un tempo in cui scollare realtà e finzione è sempre più difficile. È vero che agli attori di fiction capita di essere un po’ sovrapposti ai loro personaggi?

«Moltissimo, soprattutto con Nappi, il commissario di A un passo dal cielo, che faccio da più tempo. Il buono è che sono personaggi che suscitano molta simpatia, come non essere contento se riesco simpatico grazie a loro?».

In questi casi ci vuole l’abilità di non farsi intrappolare nei personaggi seriali. Come si fa?

«Cambiando spesso pelle, il lavoro quotidiano dell’attore».

Difficile farlo capire agli spettatori dopo essere stati sei volte la stessa persona in Tv?

«La sfida è mettere in gioco la propria crescita personale, la propria capacità di maturazione. Sono stato sei volte Nappi, con ogni probabilità lo sarò una settima, ma Nappi è molto cambiato in questi dieci anni, è cresciuto con me senza diventare me. È un valore che l’attore può mettere in campo, pescando nel suo bagaglio di esperienze. Se fai sempre la stessa minestrina riscaldata alla lunga non rende».

Fanno fatica a mettere insieme la sua vita d’attore con quella di scrittore?

«Un po’ sì,  vanno scoprendo un po’ adesso la mia seconda pelle. Qualcuno ora mi chiede: "ma lei è lo stesso Ianniello cha ha vinto il Campiello?" Di solito sono due pubblici molto separati tra loro. Li ho sintetizzati parziamente soltanto da poco: con il dottor Modo e con la serie di Ricciardi si sono un po’ uniti, perché gli spettatori erano già dei lettori, l'hanno guardata dopo aver letto i libri».

Fare una fiction con un precedente letterario di successo, come con Ricciardi di De Giovanni, non è semplice: i lettori sono spettatori severissimi. È vero che le hanno perdonato un Modo fedele nel carattere e meno fedele nella descrizione fisica?

«È stata una scommessa del regista Alessandro D’Alatri e mia di conseguenza: nell’originale letterario il dottor Modo ha i capelli tutti bianchi, ha una differenza d’età con Ricciardi decisamente superiore a quella che c’è fra me e Lino Guanciale, ma D’Alatri aveva un’idea molto precisa sullo stile del personaggio e alla fine ho incontrato tantissime persone che mi hanno detto: “oggi anche leggendo è molto difficile immaginare Modo diverso”, una cosa che a un attore non può che far piacere. Poteva non essere semplice rendere gli anni Trenta efficacemente riuscendo a produrre comunque qualcosa di moderno che non suonasse polveroso. E invece...».

 
 
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