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Enrico Letta è il nuovo premier

24/04/2013 

Dunque l’uomo scelto  da “re Giorgio” per guidare oltre le secche della Seconda Repubblica il Paese è Enrico Letta, esponente del Partito Democratico, pisano, classe 1966, laureato in Economia con master a Bruxelles, già ministro dell’Industria nei governi D’Alema e Amato, sottosegretario all presidenza del Consiglio con Romano Prodi.

Il Governo delle larghe intese parte da lui, anche se Alfano fa la voce grossa affermando che il pdl, ovvero Berlusconi, “non accetterà un governicchio balneare”, buono cioè a “tirare a campare” superando l’estate per poi arrivare alle elezioni anticipate in settembre. Come, appunto, accadeva ai governi balneri della Prima Repubblica.

Tramonta la candidatura Amato, il “dottor sottile” gradito a Berlusconi.

Napolitano, evidentemente, al di là della sua indubbia competenza, ha ritenuto che si portasse dietro un’immagine di  Prima Repubblica. Più adatta, in questo senso, a dare l’idea di un certo “svecchiamento” della politica, quella dell’esponente del Pd, vicesegreatrio del partito il cui segretario è dimissionario.

Su quanto faccia bene al suo partito questa scelta lo vedremo nei prossimi giorni, ricordando che aveva già ricevuto il veto dell’ex pasionaria Rosy Bindi in quanto troppo legato alla politica, e dunque non adatto a rappresentare l’immagine di un “tecnico” super partes che interpretasse un governo di emergenza nazionale. Per il responsabile dell’Economia del Pd Stefano Fassina Letta può essere “una soluzione di equilibrio”.

Il segretario del Prc Paolo Ferrero inficia il fatto che sia Letta che Monti facciano parte  della Trilateral Commission, fondata da Rockefeller e che costituisce “uno dei centri di direzione più rilevanti del capitalismo internazionale. Il fatto che la Trilateral continui a nominare i presidenti italiani significa che siamo stati definitivamente trasformati in un protettorato, in cui la sovranità del popolo italiano è un puro simulacro”.

Quanto al programma di Governo, nonostante il capogruppo Brunetta veda come imprescindibile impegno quello del’abolizione e restituzione dell’Imu, è facile immaginare che avrà come punti principali quelli già indicati dai “dieci saggi” di Napolitano, a cominciare dalla riforma elettorale e dalla priorità del lavoro e della ripresa economica.

Francesco Anfossi

I politologi ci spiegheranno perché e percome, e in che senso e cosa c'è dietro. Al banale cittadino pare che nella scelta di Enrico Letta quale premier incaricato, rispetto all'altro nome che si faceva, quello di Giuliano Amato, possa aver pesato, oltre alla sostanza, anche l'immagine, quel venticello di novità che porta con sé la decisione di scegliere un uomo di 47 anni (Letta) invece che uno di 75 (Amato), un uomo relativamente nuovo rispetto a un uomo relativamente vecchio, nel senso almeno delle alte cariche e dei posti di responsabilità.

Tutto vero, ma tutto anche molto italiano. Perché solo da noi, e per le ragioni che tante volte abbiamo analizzato, un uomo di 46 anni è considerato un "giovane". In tutto il resto del mondo, a quell'età sei una persona matura. Se sei in carriera (politica, spettacolo, affari, non c'è differenza), a 46 anni hai dimostrato quel che vali e stai in alto, se no hai già perso il treno.

Qualche esempio. Barack Obama è nato nel 1961; è diventato senatore (negli Usa ce ne sono 100 in tutto) nel 1997, quindi all'età di 36 anni; Presidente  per la prima volta nel 2008, quindi a 47 anni; e Presidente per la seconda volta nel 2012, quindi a 51 anni.

Ma si sa, gli Usa sono un Paese veloce, a vent'anni con l'idea giusta sei miliardario, non possiamo paragonare. Prendiamo la Francia. Sarkozy, nato nel 1955, fu ministro per la prima volta nel 1993, quindi a 38 anni; e Presidente nel 2007, a 55 anni. In Gran Bretagna, l'attuale premier David Cameron, classe 1966 come Letta, divenne leader dei conservatori a 39 anni e primo ministro cinque anni dopo, nel 2010, a 44 anni. Precoce poco meno di un altro grande leader conservatore, Anthony Eden, che negli anni Trenta fu deputato a 26 anni, ministro a 37 e premier a 58. Tra i laburisti, Tony Blair (classe 1953) fu primo ministro a 46 anni, dopo essere stato eletto deputato nel 1983, cioè a 30 anni.

Insomma, ciò che da noi fa eccezione e, anzi, testimonia di una situazione eccezionale per cui occorre prendere provvedimenti nuovi e un po' clamorosi, altrove è la norma, per non dire la routine. Solo in Italia scambiamo per giovani coloro che non lo sono (più) e che comunque meritano di essere considerati per ciò che sono. Soprattutto quando, com'è il caso di Letta, hanno già un brillante avvenire dietro le spalle, nel senso che non solo non sono nati ieri ma non hanno cominciato ieri a fare politica: Letta è sulla scena da un pezzo, è stato ministro per la prima volta nel 1998 (a 32 anni, il più giovane nella storia della Repubblica) e ha avuto incarichi importanti anche dentro il suo partito.

Per cui non può essere considerato, oggi, un giovane. Al massimo un giovane vecchio. I giovani, in Italia, per lo più emigrano o fanno i disoccupati, mica salgono al Quirinale.

Fulvio Scaglione

Il secondo più giovane premier della storia d’Italia. E quello del "secondo" è un po’ il ruolo che si porta dietro, con indifferenza apparente, ma anche con una certa cura. Enrico Letta, a 47 anni, età che per i futuri cabalisti oppositori sarà una manna, pur se scontata, ovvia e banale, è l’uomo. Giorgio Napolitano ha scelto lui come prossimo presidente del Consiglio, dopo che nei giorni scorsi i nomi di Giuliano Amato per primo, il suo per secondo (e come ti sbagli) e di Matteo Renzi, subito affossato dall’"alleato" Berlusconi, che teme il sindaco di Firenze come prossimo competitor elettorale, s’erano alternati nel toto-premier.

Così, Enrico Letta, il ministro più giovane della storia repubblicana (aveva 32 anni quando venne nominato ministro per le politiche comunitarie, nel 1998, nel governo D’Alema), stavolta supera lo scoglio del "secondo" per essere finalmente primo, Primo ministro. Nel 1998, quando giurò da ministro, era vicesegretario (un ruolo da secondo, ancora) nazionale del Ppi, il Partito Popolare. Ma a D’Alema quel "secondo" piacque e quando si trattò di varare il D’Alema II ecco un nuovo ministero per il giovane pisano che stava bruciando le tappe: stavolta è ministro dell’Industria,  Commercio e Artigianato. Lo confermerà nel ruolo anche il presidente del Consiglio successivo, proprio Giuliano Amato mentre, nel frattempo, diventa responsabile nazionale per l’economia della Margherita. Già, solo dodici anni fa, c’era ancora la Margherita…

Laureato in scienze politiche, nipote di quel Gianni Letta eminenza grigia di Silvio Berlusconi, il "giovane Letta", chiamato in modo così poco elegante proprio per fare distinzioni con l’autorevole zio, si muove bene in ogni ruolo. O, meglio, riesce a non commettere errori marchiani in un mondo politico sempre più isterico e sovraesposto. Quando appare in televisione a qualche dibattito, per esempio, assume sempre il ruolo da mediatore naturale fra le parti, di chi coerentemente produce ipotesi da un suo punto di vista chiaro ma che non rinuncia ad ascoltare la controparte.
C’è chi lo giudica troppo morbido e chi lo apprezza proprio per questo, per la capacità di ricondurre alla ragione (se possibile) anche il più sguaiato interlocutore. Quanto all’ascolto, sembrerebbe una sua dote (rara, per l’Italia odierna) che mette in mostra agevolmente. Come quando, al seguito di Pierluigi Bersani, girò l’Italia dei distretti per capire quali fossero i punti caldi del Paese reale: dubbi, negatività da superare, pregi e difetti. E dopo aver ascoltato, ne trasse due libri, sempre in compagnia di Bersani: Viaggio nell’economia italiana e Sulla via dei distretti. Un viaggio per rilanciare l'economia italiana, con cui si comprende come, dopo l’ascolto, occorra sempre fare.

E se da un lato a sinistra lo si ammira per come gestisce la propria immagine nel contraddittorio con la destra, sempre a sinistra i più sospettosi gli ricordano il cognome. Lui non fa una piega e quando nel 2006 Romano Prodi batte Berlusconi e vara il suo secondo governo, il "nipotino" Enrico eredita proprio il ruolo che zio Gianni aveva nel governo precedente: sottosegretario alla presidenza del consiglio. Un numero due del governo, dunque, e ci risiamo. Ma l’errore sarebbe quello di considerarlo un eterno secondo, un Tano Belloni delle corse politiche. In realtà, Letta sa bene che il punto d’osservazione di chi è all’ombra dei capi spesso e volentieri può tradursi in uno scatto avanti imperioso, improvviso e sorprendente, come quello di oggi. Lui, che ama imparare e che di carriera ne già ha fatta parecchia e con risultati notevoli, pur mancando di volgarità, di voce stridula e soffocante, di tecniche da piacione o di altre corbellerie tanto vantate dall’ultima generazione politica nazionale, punta sempre al sodo.

Dov’è l’obiettivo? È là? Bene, raggiungiamolo. Con tanta pazienza di derivazione democristiana, sua scuola d’origine, unita a una tenacia degna degli orgogli della sinistra migliore, ma senza dimenticare il savoir fair che sicuramente lo zietto di destra gli avrà insegnato nei momenti d’intimità familiare. Tanto che l’idea di ricordare il cognome Letta per tentare di macchiare il percorso di Enrico è sparita dalla circolazione in pochissimo tempo e nessuno osa dubitare della sua serietà politica e della sua autonomia.
Perfino quel cinico leader che suole guardare tutti sempre dall’alto in basso, sì, proprio D’Alema, lo apprezza e loda. Tanto che Letta s’è guadagnato la stima e anche la simpatia di chi sta dall’altra parte della barricata: lo si giudica un avversario serio, preparato e disponibile ad ascoltare anche le ragioni altrui. Oh, beh, se è per questo da adesso in poi non mancherà qualche folleggiante scandalista pronto a urlare: "inciucio, massimo inciucio", ma va da sé che non si può pensare di eliminare chi non la pensa come la maggioranza delle persone. Toccherà abbozzare. E d’altra parte, i tanti complottasti che nascono ogni giorno, specialmente in Rete, saranno pronti a sottolineare l’appartenenza del prossimo presidente del Consiglio a "istituzioni fantasmatiche e complottiste" come la Trilateral e l’Aspen Insitut.
E figuriamoci poi, se mancherà chi ricorderà la partecipazione di Letta, lo scorso anno, a una riunione in Virginia del Gruppo Bildenberg. Né sarà dimenticato il fatto che Letta sia stato citato da quel bel tomo di Luigi Lusi, ex cassiere della Margherita, come uno dei referenti a cui dava denaro fresco. Ma va da sé che nello stile lettiano domina sempre il "non ti curar di lor" con quello che ne consegue. Stile di famiglia, certo, ma anche abilità personale di Enrico. Che gli va riconosciuta. Ora tutto sta a vedere come se la caverà in questa nuova avventura che sembra fatta apposta per renderlo premier memorabile, se tutto andrà per il verso giusto. In caso contrario, sarebbe ricordato solo come "secondo" premier più giovane della storia d’Italia.

Manuel Gandin

Nella politica italiana quando dici Letta devi sempre precisare il nome di battesimo. Perché i Letta sono due: Gianni ed Enrico. Zio e nipote. Il primo ascoltato, fidato, felpato  e influente consigliere di Berlusconi. Il secondo, esponente moderato del Partito democratico, già  ministro e ora alla prova più impegnativa della sua carriera politica.

Gianni, 78 anni, abruzzese di Avezzano, si è dedicato al giornalismo per una buona parte della sua vita. E' stato direttore del quotidiano romano Il Tempo per 15 anni, fino alla fine del 1987. Poi ha curato e condotto rubriche televisive su Canale 5 e lì è nato il suo rapporto con Silvio Berlusconi, del quale diventato presto uno dei più stretti e fidati collaboratori. A lui, in questi anni, è toccato il non facile compito di smorzare gli eccessi di Berlusconi, soprattutto l'impatto che questi hanno avuto sulle istituzioni.

Gianni Letta, che non si è mai candidato al Parlamento,  è sempre stato uomo del dialogo con tutte le forze politiche (è rimasto celebre il “patto della crostata”, concluso a casa sua per far collaborare D'Alema e Berlusconi sulle riforme costituzionali). Anche nei momenti più difficili ha sempre tenuto aperto il dialogo fra Berlusconi e il Quirinale: chi non parlava con Berlusconi, parlava con Letta. Cortese, silenzioso (non si ricordano sue interviste o presenze nei talk show televisivi), felpato, discreto, ma non del tutto nascosto. A Roma Gianni Letta è una presenza assidua ai concerti dell'Accademia di Santa Cecilia, alle  presentazioni di libri e ai funerali delle persone che contano. Vent'anni fa portava i capelli cotonati e aveva un aspetto un po' lezioso, da qualche anno invece porta i capelli molto corti e sembra quasi ringiovanito, con un aspetto che gli dà una vaga rassomiglianza con Clint Eastwood.

Enrico Letta, 46 anni, è pisano e ha militato nei giovani democristiani europei, nel Partito Popolare, nella Margherita e nel Pd. Da sempre giovane brillante e secchione, ma non ingessato  (anzi, con l'aria vagamente scanzonata accentuata dalla lieve inflessione pisana), Letta Enrico, come ha ricordato oggi lo stesso presidente Napolitano poco dopo avergli dato l'incarico,  fu un pupillo di Beniamino Andreatta, che se lo portò all'Arel, un centro studi molto serio e influente.

Il giovane Letta conosce bene quella che Nenni chiamava “la stanza dei bottoni”. E' stato infatti ministro dell'Industria fra il 1999 e il 2001 e Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri tra il 2006 e il 2008. Nel 2006 gli passò le consegne lo zio (che era stato sottosegretario di Berlusconi) e due anni dopo i ruoli si invertirono per il ritorno a Palazzo Chigi di un Governo di centrodestra.  La loro stretta di mano nell'ufficio di Palazzo Chigi, in queste due occasioni, è uno dei rari momenti pubblici nei quali sono apparsi insieme.

Roberto Zichittella

Farà bene o farà male la scelta di Napolitano di affidare il governo ad Enrico Letta dentro il Partito democratico, ormai imploso (con tanto di certificato bersaniano) dopo la bocciatura di Franco Marini e ancor più di Romano Prodi alle elezioni quirinalizie? E’ la domanda del giorno dentro il Pd. Su questo, la prima ad avere le idee chiare, prima ancora che Letta fosse nominato, è stata Rosy Bindi. L'ex pasionaria del Partito popolare ha tentato invano di impallinarlo. Ma non per motivi di disistima. Poiché, ci ha tenuto a precisare Rosy, Enrico è un amico, è molto bravo, competente etc... Ma il guaio è che Enrico è un politico, e un governo del Presidente, un Governo di unità nazionale, un Governo di scopo, un Governo di larghe intese, insomma chiamatelo come volete, non può essere guidato da un politico. Missione fallita. Perché la folla rumoreggia e c’è anche chi le replica che un “Governo a bassa intensità politica” danneggia il Pd. E' dai tempi di Berlinguer che un Enrico non si poneva al centro del partito.  

Nel frattempo la direzione del Pd, in un clima teso dentro e infuocato fuori, ha incassato le dimissioni formali e lo sfogo del segretario Pier Luigi Bersani. Che rimane segretario “pro tempore” fino al confgresso, cioè fino in autunno. A dimostrazione di quanto siano stanchi e frusti, oltre che inadeguati, i riti e i tempi della "vecchia" politica di fronte alla velocità mercuriale con cui si diffondono i nuovi problemi e i nuovi guai del Paese. E soprattutto di fronte a un popolo di elettori e simpatizzanti che si muove in Rete alla velocità della luce. A settembre è come dire in un’altra era, e invece il Pd si riunirà a congresso. C’è tempo per l’eventuale discesa in campo di Matteo Renzi, sembra dire al dirigenza del Pd.

Tra i delegati prevale la linea di chi propende per un “pieno coinvolgimento politico” di figure chiave del Pd. Letta, peraltro, aprirebbe problemi ancora maggiori a un vertice democrat decapitato in tutti i suoi ruoli cardine. Bersani aveva aperto i lavori confermando le dimissioni ma anche togliendosi molti sassolini dalle scarpe: “Ho visto Le Monde titolare “Colpito Prodi per affossare Bersani”. Forse non sanno che qui abbiamo missili a testata multipla”. Unica consolazione la neo-governatrice del Friuli Debora Serracchiani, che ha battuto il Pdl e dato una sistematina alla protervia dei Cinque Stelle, cui va la standing ovation della Direzione. Ma Debora gela tutti. Parla di “anarchismo e feudalizzazione che persistono”, di un “problema grave di permeabilità e perdita di autonomia fino a essere inservibili per il Paese”. E certifica i “problemi strutturali” del suo partito di appartenenza. Perché se non si fa una riflessione critica facendosi un po' male, che democrat saremmo?   


Già, la cirisi “strutturale”. Il Pd non è mai riuscito  a superare “la fusione fredda” tra un pezzo della vecchia Dc e i postcomunisti. Non ha dubbi sul suo “de profundis” Stefano Folli, editorialista del Sole 24 Ore e decano dei commentatori politici: “Il Pd è ormai al capolinea. E’ stato una buona intuizione che non ha mai prodotto risultati politicamente apprezzabili. I suoi dirigenti non sono mai riusciti veramente a entrare nell’elettorato moderato, non sono mai riusciti ad essere altro che un’alleanza tra un pezzo della vecchia Democrazia Cristiana e il corpo residuo del Partito Comunista nelle sue articolazioni del potere locale”. Per Massimo Cacciari, coscienza critica della sinistra, “il Pd deve semplicemente ragionare. Non basterà certo un congresso per rattoppare tutto e salvare il salvabile”. Per uscire dalla sua crisi strutturale i democrat, prosegue Cacciari, devono guardarsi allo specchio e “individuare la faglia che divide la componente socialdemocratica e comunista da una mucillagine di cattolici popolari, grillini, liberali e via dicendo”. Poi, continua l’ex sindaco di Venezia, si proceda con la scissione e la nascita di due formazioni partitiche. “La prima parte può essere validamente interpretata dal minisitro Barca, il cui manifesto è di seria democrazia” E la seconda? Anche qui Cacciari propone un nome: il sindaco di Firenze Matteo Renzi.

Ma c’è chi dice che la spaccatura produrrebbe una crisi irreversibile. “Siamo il partito di Napolitano perché non possiamo essere altro», è sbottato un dirigente, uscendo platealmente. Punto e stop. Infatti, recita il documento approvato (197 i favorevoli su 223 aventi diritto; 14 gli astenuti, tra cui Civati, Gozi, Puppato, Orfini, Fassina e Zampa; 7 i contrari: quasi tutti prodiani e Giovani turchi), il Pd offre “pieno sostegno al tentativo di Napolitano” e “mette a disposizione le proprie forze e le personalità del partito utili a formare il Governo”. Fioroni, D’Alema, Bindi, Veltroni.. . E così al momento si procede, tra postcomunisti e postdemocristiani, sulla falsa riga del dilemma catulliano: nec tecum, nec sine te vivere possum...
                                                                 

Francesco Anfossi

Status symbol per eccellenza, anche in politica è l’automobile che misura, con molta presunzione, la situazione generale del Paese. Così, nel giro di pochi giorni, assistiamo un po’ sgomenti alla certificazione su quattro ruote che ci dice quanto l’Italia sia una nazione in crisi.
Il nuovo-vecchio presidente della Repubblica, che anziché scegliere la splendida e mitica Lancia Flaminia presidenziale scortata dai corazzieri a cavallo preferisce una più popolare (si fa per dire) Lancia Thema, mostra, nel tragitto dal Colle a Montecitorio e da lì a piazza Venezia e ritorno a casa, che la parola più moderna della nostra politica è diventata “sobrietà”.

Il lusso non è più ammesso, anche se già da tempo su questo si discuteva, a partire proprio dalle auto. Ai suoi tempi, quando governava, Silvio Berlusconi era oggetto di critiche più o meno trasversali per l’uso di un’auto tedesca al posto di una più autarchica Fiat.

D’altronde, da noi, nel breve volgere di pochi anni, quella grande marca ha fagocitato tutte le altre, così che quando si guarda in casa d’altri (Germania e Francia) non resta che sospirare e ricordare i bei tempi in cui la Flaminia presidenziale più che un lusso sembrava l’evidenza di un popolo sempre pronto a gustarsi in abbondanza ciò che è bello.
Che poi l’auto berlusconiana fosse tedesca, a pensarci oggi che la parola Germania evoca nel centrodestra orticarie e promesse vendicatrici, sembra una stonatura ancora più evidente di allora.

Ma la questione delle auto è sempre stata in cima ai pensieri dei nostri politici. La cosiddetta “auto blu” esisteva già ai tempi di Mussolini, anche allora una Lancia, che il dittatore però abbandonò per la più amata Alfa Romeo nelle tristi giornate di Salò. Mentre la storia d’Italia repubblicana inizia con un presidente a suo modo bizzoso. Enrico De Nicola, presidente provvisorio dello Stato, infatti, arrivò da Napoli a Roma con la sua auto privata, nonostante i leader politici fossero pronti ad andare a prenderlo in pompa magna scappellandosi. Proprio ciò che l’avvocato napoletano mal sopportava.

Così, lo attesero in strada e De Nicola si presentò con un’ora e più di ritardo all’appuntamento. Al Quirinale di auto se ne intendono, non passa un presidente senza un omaggio da parte delle case automobilistiche ma per tutti noi l’auto presidenziale resta proprio la Flaminia, che esordì per volontà di Giovanni Gronchi, nel 1960, l’anno dei Giochi olimpici di Roma, per intenderci. E da allora, spesso l’abbiamo vista in televisione oppure, se si è romani o turisti, proprio in quei momenti importanti. Così, nell’immaginario collettivo, che nel nostro Paese fa rima con velocità, prestazioni e tutto il resto del campionario di un popolo di santi, poeti e guidatori, ci si immagina un viaggio dentro quel portento di auto: e sai la comodità, e ti figuri la velocità, e te la vedi la faccia di chi viene sorpassato. Beh, in realtà, le cose non stanno proprio così, anzi vanno al contrario.

Progettata, infatti, per farsi ammirare dal popolo, la Flaminia presidenziale, che si dovrebbe chiamare più correttamente Lancia Flaminia Cabriolet Landaulet, è una specie di carro armato del peso di venti quintali per cinque metri e mezzo di lunghezza, con il passo ridotto per non andare troppo su di giri durante le uscite tra due ali di folla ad andatura ridotta.
Non va oltre i 120 orari e se proprio deve essere usata fuori Roma, la si carica su un treno speciale e la si trasporta dove farà il suo bel figurone. Fine del mito? Macché, ci mancherebbe altro. Tutti, dopo Gronchi, ci hanno fatto un giro d’onore il primo giorno di presidenza. E se l’altro giorno Napolitano ha preferito saggiamente lasciar perdere questo sfoggio di esclusività presidenziale, è anche vero che sette anni prima aveva gioito anch’egli della gita dal Quirinale a Montecitorio.

Tornando ai leader di partito e ai presidenti del consiglio, invece, detto più volte di Mussolini che fece la marcia su Roma in comodo vagone letto e di Berlusconi che non ha mostrato di amare molto il made in Italy, il prossimo premier, sempre ammesso che le cose vadano in un certo modo, s’è fatto il viaggetto verso il Colle su una monovolume. Mostrando di essere ancora più sobrio del Presidente. Enrico Letta in monovolume, per i soliti scettici, è la risposta dei tempi grami a chi in altre annate d’oro non solo girava per la città con l’auto blu, preceduto da polizia, carabinieri, sirene spiegate e corsie preferenziali ma, con sprezzo del pericolo e vanesia attitudine a sentirsi speciale, allungava la manina per salutare “la ggente”, il “popolo sovrano”.

Ricevendo spesso, in cambio, una vasta fantasia di contumelie d’ogni genere da chi seguitava a stare fermo in coda al semaforo bloccato per far passare la macchina delle alte cariche. Oggi che s’accostano alla monovolume per far scendere Letta, anche i corazzieri sospirano per i bei tempi che furono, quando dalla portiera di quella Flaminia scendeva Elisabetta, regina d’Inghilterra. Insomma, ci si deve accontentare, sperando che al ritorno dal Colle, la benzina non finisca prima di porre fine al viaggio dell’ultima speranza.

Manuel Gandin

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