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sabato 18 settembre 2021
 
Il Papa
 

«Chi non adora Dio adora il diavolo. Anche i peccati aiutano a incontrare Gesù»

06/01/2021  Francesco a San Pietro celebra la Messa dell’Epifania: «Come i Magi furono in grado di “vedere” al di là dell’apparenza così anche noi dobbiamo adorare il Signore spesso nascosto in situazioni semplici, in persone umili e marginali. La consapevolezza di essere peccatori, se presa con pentimento, ci aiuta nel cammino verso l'incontro con Dio e per adorarlo meglio»

«I Magi furono in grado di “vedere” al di là dell’apparenza e con oggettività la realtà delle cose, giungendo finalmente alla comprensione che Dio rifugge da ogni ostentazione. Questo modo di “vedere” che trascende il visibile, fa sì che noi adoriamo il Signore spesso nascosto in situazioni semplici, in persone umili e marginali».

Papa Francesco, dopo aver “saltato” la celebrazione di Capodanno a causa dalla sciatalgia, celebra la Messa nella solennità dell’Epifania del Signore all’Altare della Cattedra della Basilica di San Pietro, com’è consuetudine in questo tempo di pandemia, davanti a circa ottanta fedeli, tutti distanziati e con la mascherina, e venticinque cardinali, che concelebrano, disposti ai lati dell’altare. Nell’omelia spiega qual è il senso e il significato dell’adorazione soffermandosi su tre espressioni tratte dalle letture di questa festa: “alzare gli occhi”, “mettersi in viaggio” e “vedere”.

L’Epifania è, assieme a Natale, Pasqua e Pentecoste, una delle più importanti solennità del cattolicesimo. Perché si celebra la manifestazione di Dio, in Gesù Bambino, a tutti i popoli della terra, simboleggiati dai Magi che offrono oro, incenso e mirra. E per sottolineare questo aspetto, dopo il Vangelo un cantore della Cappella Sistina proclama l’annuncio del giorno di Pasqua (il 4 aprile, quest’anno), perché se l’Epifania è la prima delle manifestazioni del Signore, la Pasqua è la realizzazione piena dell’epifania di Dio. Quindi, l’annuncio serve a far comprendere ai fedeli il collegamento tra queste due feste e l’orientamento di tutte le feste verso la massima solennità cristiana.

Francesco nell’omelia parte dal Vangelo di Matteo dove si legge che i Magi, quando giunsero a Betlemme, “videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono”. «Adorare il Signore non è facile, non è un fatto immediato: esige una certa maturità spirituale, essendo il punto d’arrivo di un cammino interiore, a volte lungo», avverte il Papa, «non è spontaneo in noi l’atteggiamento di adorare Dio. L’essere umano ha bisogno, sì, di adorare, ma rischia di sbagliare obiettivo; infatti, se non adora Dio, adorerà degli idoli, e invece che credente diventerà idolatra. Chi non adora Dio adora il diavolo, per usare l’espressione di uno scrittore francese».

Nella nostra epoca, è l’auspicio del Papa, «è particolarmente necessario che, sia singolarmente che comunitariamente, dedichiamo più tempo all’adorazione, imparando sempre meglio a contemplare il Signore. Si è senso un po’ il senso della preghiera di adorazione, dobbiamo riprenderlo. Oggi, pertanto, ci mettiamo alla scuola dei Magi, per trarne alcuni insegnamenti utili: come loro, vogliamo prostrarci e adorare il Signore. Adorarlo sul serio non come ha detto Erode». Bergoglio analizza tre espressioni tratte dalle letture odierne: “alzare gli occhi”, “mettersi in viaggio” e “vedere”.

La prima espressione, alzare gli occhi, ce la offre il profeta Isaia: «È un invito a mettere da parte stanchezza e lamentele, a uscire dalle strettoie di una visione angusta, a liberarsi dalla dittatura del proprio io, sempre incline a ripiegarsi su sé stesso e sulle proprie preoccupazioni. Per adorare il Signore bisogna anzitutto “alzare gli occhi”: non lasciarsi cioè imprigionare dai fantasmi interiori che spengono la speranza, e non fare dei problemi e delle difficoltà il centro della propria esistenza. Ciò non vuol dire negare la realtà, fingendo o illudendosi che tutto vada bene. Si tratta», continua il Papa, «invece di guardare in modo nuovo i problemi e le angosce, sapendo che il Signore conosce le nostre situazioni difficili, ascolta attentamente le nostre invocazioni e non è indifferente alle lacrime che versiamo. Questo sguardo che, malgrado le vicende della vita, rimane fiducioso nel Signore, genera la gratitudine filiale. Quando questo avviene, il cuore si apre all’adorazione».

Al contrario, mette in guardia il Papa, «quando fissiamo l’attenzione esclusivamente sui problemi, rifiutando di alzare gli occhi a Dio, la paura invade il cuore e lo disorienta, dando luogo alla rabbia, allo smarrimento, all’angoscia, alla depressione. In queste condizioni è difficile adorare il Signore. Se si verifica ciò, bisogna avere il coraggio di rompere il cerchio delle nostre conclusioni scontate, sapendo che la realtà è più grande dei nostri pensieri. Alza gli occhi intorno e guarda: il Signore ci invita in primo luogo ad avere fiducia in Lui, perché Egli si prende realmente cura di tutti. Se dunque Dio veste così bene l’erba nel campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto di più farà per noi? Se alziamo lo sguardo al Signore, e alla sua luce consideriamo la realtà, scopriamo che Egli non ci abbandona mai: il Verbo si è fatto carne e rimane sempre con noi, tutti i giorni. Quando alziamo gli occhi a Dio, i problemi della vita non scompaiono, ma sentiamo che il Signore ci dà la forza necessaria per affrontarli. “Alzare gli occhi”, allora, è il primo passo che dispone all’adorazione. Si tratta dell’adorazione del discepolo che ha scoperto in Dio una gioia nuova, diversa. Quella del mondo è fondata sul possesso dei beni, sul successo o su altre cose simili. Sempre io al centro, no? Invece la gioia del discepolo di Cristo trova il suo fondamento nella fedeltà di Dio, le cui promesse non vengono mai meno, a dispetto delle situazioni di crisi in cui possiamo venire a trovarci».

Francesco si sofferma sulla seconda espressione: “mettersi in viaggio”. «Prima di poter adorare il Bambino nato a Betlemme», nota il Papa, «i Magi dovettero affrontare un lungo viaggio. Scrive Matteo: “Ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”. Il viaggio implica sempre una trasformazione, un cambiamento. Dopo un viaggio non si è più come prima. C’è sempre qualcosa di nuovo in chi ha compiuto un cammino: le sue conoscenze si sono ampliate, ha visto persone e cose nuove, ha sperimentato il rafforzarsi della volontà nel far fronte alle difficoltà e ai rischi del tragitto. Non si giunge ad adorare il Signore senza passare prima attraverso la maturazione interiore che ci dà il metterci in viaggio. Si diventa adoratori del Signore mediante un cammino graduale».

Francesco sottolinea che la vita dell’uomo è un cammino: «L’esperienza ci insegna, ad esempio, che una persona a cinquant’anni vive l’adorazione con uno spirito diverso rispetto a quando ne aveva trenta. Chi si lascia modellare dalla grazia, solitamente, col passare del tempo migliora: l’uomo esteriore invecchia – dice San Paolo –, mentre l’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno, disponendosi sempre meglio ad adorare il Signore. Da questo punto di vista», afferma il Pontefice, «i fallimenti, le crisi, gli errori possono diventare esperienze istruttive: non di rado servono a renderci consapevoli che solo il Signore è degno di essere adorato, perché soltanto Lui appaga il desiderio di vita e di eternità presente nell’intimo di ogni persona. Inoltre, col passare del tempo, le prove e le fatiche della vita – vissute nella fede – contribuiscono a purificare il cuore, a renderlo più umile e quindi più disponibile ad aprirsi a Dio. Anche i peccati», aggiunge a braccio, «anche la coscienza di essere peccatori, di trovare cose tanto brutte, “ma io ho fatto questo…”, se tu lo prendi con fede e con pentimento, con contrizione, ti aiuterà a crescere. Tutto aiuta, dice Paolo, alla crescita spirituale, all'incontro con Gesù, anche i peccati, anche i peccati. E San Tommaso aggiunge, anche i mortali, anche i brutti peccati, i peggiori. Ma se tu lo prendi con pentimento ti aiuterà in questo viaggio verso l'incontro con il Signore e adorarlo meglio. Come i Magi, anche noi dobbiamo lasciarci istruire dal cammino della vita, segnato dalle inevitabili difficoltà del viaggio. Non permettiamo che le stanchezze, le cadute e i fallimenti ci gettino nello scoraggiamento. Riconoscendoli invece con umiltà, dobbiamo farne occasione per progredire verso il Signore Gesù».

Francesco ricorda che «la vita non è una dimostrazione di abilità, ma un viaggio verso Colui che ci ama. Noi non dobbiamo far vedere la tesserà delle virtù che abbiamo a ogni passo che facciamo. Guardando al Signore, troveremo la forza per proseguire con gioia rinnovata».

Infine, il Papa si sofferma sulla terza espressione: “vedere”: «L’adorazione era l’atto di omaggio riservato ai sovrani, ai grandi dignitari», spiega il Papa, «i Magi, in effetti, adorarono Colui che sapevano essere il re dei Giudei. Ma, di fatto, che cosa videro? Videro un povero bambino con sua madre. Eppure questi sapienti, venuti da paesi lontani, seppero trascendere quella scena così umile e quasi dimessa, riconoscendo in quel Bambino la presenza di un sovrano. Furono cioè in grado di “vedere” al di là dell’apparenza. Prostrandosi davanti al Bambino nato a Betlemme, espressero un’adorazione che era anzitutto interiore: l’apertura degli scrigni portati in dono fu segno dell’offerta dei loro cuori. Per adorare il Signore bisogna “vedere” oltre il velo del visibile, che spesso si rivela ingannevole».

Bergoglio sottolinea che Erode e i notabili di Gerusalemme, agli antipodi dei Magi, «rappresentano la mondanità, perennemente schiava dell’apparenza e in cerca di attrattive: vedono ma non sanno di vedere, essa dà valore soltanto alle cose sensazionali, alle cose che attirano l’attenzione dei più. D’altro canto, nei Magi vediamo un atteggiamento diverso, che potremmo definire realismo teologale. Parola troppa alta ma significa che esso percepisce con oggettività la realtà delle cose, giungendo finalmente alla comprensione che Dio rifugge da ogni ostentazione. Il Signore è nell’umiltà, rifugge dall’ostentazione che è il prodotto della mondanità. Questo modo di “vedere” che trascende il visibile, fa sì che noi adoriamo il Signore spesso nascosto in situazioni semplici, in persone umili e marginali. Si tratta dunque di uno sguardo che, non lasciandosi abbagliare dai fuochi artificiali dell’esibizionismo, cerca in ogni occasione ciò che non passa. Noi perciò, come scrive l’apostolo Paolo, “non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne”».

E conclude: «Che il Signore Gesù ci renda suoi veri adoratori, in grado di manifestare con la vita il suo disegno di amore, che abbraccia l’intera umanità. Chiediamo la grazia per ognuno di noi e per la Chiesa di intera di imparare ad adorare e continuare a farlo».

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Dai Magi in mongolfiera (causa pandemia) alle celebrazioni ortodosse, la festa dell'Epifania nel mondo
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