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giovedì 21 ottobre 2021
 
Comunità Papa Giovanni XXIII
 

«Ergastolo, la vera giustizia non è vendetta»

24/10/2014  Giovanni Paolo Ramonda, responsabile generale della Comunità fondata da don Oreste Benzi, interviene dopo le parole di Papa Francesco: «Bisogna dare ai detenuti un'opportunità di riparare al danno commesso, in una forma educativa, propositiva, che preveda nuove scelte».

L'uomo non è il suo errore e la vera giustizia non è vendetta, ma cammino verso scelte nuove. Le parole rivolte da papa Francesco all'Associazione Internazionale di Diritto Penale trovano una speciale sintonia col pensiero di Giovanni Paolo Ramonda, responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII, l'associazione fondata da don Oreste Benzi.

E' in particolare da una delle frasi più forti del Pontefice, «l'ergastolo è una pena di morte coperta» che muove la riflessione di Ramonda. «Da sempre – ci dice – sosteniamo questa idea. Ergastolo significa negare alla persona ogni speranza. Invece bisogna dare un'opportunità di riparare al danno commesso, in una forma educativa, propositiva, che preveda nuove scelte». Nata per stare accanto agli ultimi, la Comunità si occupa spesso di persone detenute. Nel carcere di Spoleto Ramonda ha incontrato molte storie di ergastolani. «Tra loro c'è chi vorrebbe riparare, ricominciare, sentirsi parte attiva della società, ricostruire degli affetti». E a pochi giorni dalla conclusione del Sinodo sulla Famiglia la riflessione si amplia: «Sappiamo che molte di queste persone – non solo ergastolani, ma detenuti in genere – non hanno mai avuto il calore di una famiglia vera, non conoscono il dono di un papà o di una mamma che ti prende sulle ginocchia. A volte si sentono abbandonati dai loro stessi parenti. Ecco perché diventa fondamentale dar loro una possibilità».

Nulla a che vedere con il buonismo. Ferma restando l'importanza di una pena certa, la riflessione di Ramonda si fonda su osservazioni concretissime e su dati precisi: «Per chi esce dal carcere – ricorda – la recidiva (cioè la tendenza a commettere di nuovo dei reati, ndr) è purtroppo molto alta: sta tra il 75 e l'80% dei casi. Invece nelle nostre comunità, dove i detenuti fanno esperienza di servizio ai più deboli, i casi di recidiva sono appena il 10%». Nasce da qui il percorso che l'Associazione, accanto ad altre realtà, ha intrapreso per chiedere un sempre maggior riconoscimento, anche a livello giuridico, delle comunità educative come alternative alle detenzione carceraria. Tra l'altro, in tempi di risorse ridotte all'osso e istituti di pena sovraffollati, questa soluzione avrebbe anche un positivo impatto economico. Il costo di un detenuto in comunità sta intorno ai 50 euro giornalieri (a fronte dei 124,96, stando alle ultime statistiche, del sistema penitenziario). Martedì prossimo, durante un convegno alla Camera dei Deputati, la Papa Giovanni XXIII interverrà proprio su questi temi.

«L'uomo – conclude Ramonda riprendendo le parole del fondatore don Benzi – non è il suo errore. Per questo dobbiamo guardare al cuore della persona, aiutandola a riattivare energie e scoprire talenti, favorendo la riabilitazione e quando possibile la riconciliazione, anche attraverso l'incontro con le vittime dei reati commessi. Ogni detenuto chiuso in carcere è una risorsa preziosa sottratta alla società».

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