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sabato 04 dicembre 2021
 
 

Profughi in Libia, il terrore del rimpatrio

02/07/2010  In queste ore i 250 eritrei deportati dall'esercito libico a Sebah subiscono pestaggi e violenze. I profughi temono il rimpatrio all'Asmara. Dove li attendono i lavori forzati.

Non è ancora chiara la ragione del blitz dell’esercito libico contro i 250 eritrei che si trovavano al campo di detenzione di Misratah. Quel che si sa è che il giorno precedente le autorità libiche avevano presentato ai profughi dei formulari da compilare in tigrino (la lingua degli eritrei). I profughi si erano rifiutati di farlo, temendo che si trattasse dell’avvio della pratica di rimpatrio nel Paese del Corno d’Africa.

    Essere rimandati all’Asmara significherebbe per tutti loro condanne a lavori forzati o detenzioni in condizioni disumane nelle peggiori prigioni eritree, dove il regime del dittatore Isaias Afewerki rinchiude quelli che tentano di scappare dal Paese. Perciò davanti ai formulari da riempire è scattato il rifiuto dei profughi, le tensioni, i tafferugli. Poi, un tentativo di rivolta, durante il quale qualcuno ha cercato anche di darsi alla fuga.

    Ora il terrore del gruppo di eritrei è il rimpatrio forzato. Non si sa se il trasferimento a Sebah sia una sorta di crudele punizione per i tafferugli scoppiati a Misratah, oppure il primo passo verso l’espulsione in direzione dell’Asmara.

    Il centro di detenzione di Misratah era seguito fino a poco tempo fa dall’Unhcr, l’Alto Commissariato per i rifugiati dell’Onu. Ma dall’8 giugno scorso le autorità libico hanno chiuso la sede dell’Unhcr ed espulso il personale. Perciò, da allora, tutti i profughi detenuti nel centro libico sono abbandonati a se stessi.

    Una parte di questi eritrei è in carcere in Libia da molto tempo, qualcuno da oltre tre anni. Altri sono parte di un gruppo che aveva tentato di raggiungere le coste italiane ma erano stati intercettati e respinti dalle nostre motovedette, per poi essere riconsegnati alle autorità libiche.

    «Attraverso Fortress Europe e l’agenzia Habeshia di Roma (che sta cercando a sua volta di avere ulteriori notizie sulle condizioni di questi profughi, ndr), gli eritrei deportati a Sebah chiedono alle istituzioni nazionali e internazionali di vedere loro riconosciuto il diritto d'asilo politico e la libertà», dice il fondatore di Fortress Europe Gabriele Del Grande. «Nazioni Unite, Oim, Amnesty International, Centro Italiano Rifugiati e Human Right Watch sono stati informati della vicenda. E ci hanno garantito che stanno facendo il possibile per evitare il rimpatrio di queste persone. Non sarebbe la prima volta. Nel 2004 dalla Libia vennero rimpatriati più di 100 eritrei, su voli pagati dall'Italia. Che fine hanno fatto? Condannati ai lavori forzati e poi di nuovo nei campi di addestramento militare».

 
 
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