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“Errore abbattere Gheddafi ma ora la guerra sarebbe un massacro”

16/02/2015  Angelo Del Boca, lo storico e giornalista che per primo ricostruì i crimini italiani in Libia ed Etiopia, analizza la situazione attuale e critica chi sta ipotizzando un intervento militare per fermare l'avanzata dell'Isis.

“Un nostro intervento militare? Da escludere nella maniera più assoluta”. È questa l’opinione di Angelo Del Boca, lo storico e giornalista che per primo ricostruì i crimini italiani in Libia ed Etiopia in libri come “Italiani brava gente? Un mito duro a morire”.
Nel 1995-96 fu protagonista di una lunga tenzone con Indro Montanelli, che invece sosteneva l’idea di un colonialismo mite e bonario. Quando si dimostrò l’uso di armi chimiche da parte dell’aviazione italiana, Montanelli scrisse sul Corriere un pezzo dall’esplicito titolo “I documenti mi danno torto”.
In questi giorni, a 89 anni, Angelo Del Boca ha sentito il bisogno di lanciare un appello con il comboniano padre Alex Zanotelli “per dire no a un’altra sciagurata guerra in Libia, per non ripetere il gravissimo errore compiuto nel 2011”.

Il libro di Angelo Del Boca, "Italiani brava gente".
Il libro di Angelo Del Boca, "Italiani brava gente".

- Fu un errore la guerra contro Ghedaffi?


Sì, l’abbattimento del suo regime e il suo assassinio (avrebbe meritato un processo) hanno riportato la Libia al clima politico ed economico di due secoli fa, prima della colonizzazione italiana e addirittura della presenza ottomana. In altre parole, si è tornati alla tribalizzazione del territorio. Scomparsi i confini amministrativi, ogni tribù difende le proprie frontiere e sfrutta le risorse petrolifere. Non c’è alcun dubbio che Ghedaffi sia stato un dittatore crudele, ma ha mantenuto intatta la nazione libica.

 

- Come riuscì a tenere unito un paese così grande e diviso (140 tribù, solo 6 milioni e mezzo di abitanti in un territorio vasto sei volte l’Italia)?


Ghedaffi era un uomo intelligente, conosceva bene la realtà libica perché era nato in una piccola tribù di 4mila persone. Nei suoi 42 anni di potere, governò in modo personale, basandosi sulla sua capacità di persuasione e soprattutto sul rapporto diretto con le differenti tribù. Ogni anno faceva lunghi viaggi di contatto in tutto il paese, una volta dovetti aspettarlo per dieci giorni in albergo per un’intervista. Certo anche l’aspetto economico aiutava. Prima i libici vivevano decisamente meglio: i principali prodotti alimentari, la benzina e l’alloggio di proprietà erano a prezzi calmierati, praticamente gratis; il reddito pro capite - quasi 14mila dollari, contro i 2mila del vicino Egitto - era il più alto di tutta l’Africa e si avvicinava a quello europeo.

 

- Lei incontrò personalmente Ghedaffi più volte, che ricordo ne ha?


Indubbiamente era un dittatore, ma non un ducetto come altri capi africani di quegli anni. Piuttosto uno statista intellettualmente preparato, che conosceva bene le lingue, correggeva l’interprete ed era molto curioso. L’ultima volta lo incontrai per il Corriere della Sera nel 1996: fu un’intervista di due ore e mezza, in cui fece più domande lui a me che viceversa. Alla fine, all’ingresso della tenda, mi ringraziò sinceramente per i libri che avevo scritto sul colonialismo italiano, che - mi disse – avevano colmato un vuoto storiografico dovuto anche all’assenza di storici libici preparati.

 

- Come riassumerebbe i 42 anni del suo potere?


Fino agli Ottanta fu un dittatore particolarmente duro e violento, che incarcerava gli oppositori, mandava i suoi sicari ad ammazzare i nemici anche all’estero, Italia compresa. Dopo il bombardamento americano di Tripoli del 1986 e soprattutto dopo una sua fallimentare campagna militare in Ciad, si era calmato, abbandonando l’idea di fare della Libia la testa di ponte del mondo arabo e piuttosto guardando con interesse all’Africa subsahariana: l’Unione Africana si è costituita grazie a lui. Nel frattempo, Ghedaffi, molto più collaborativo, aveva rinunciato alle armi nucleari, trattava e firmava accordi con gli Usa, l’Italia e gli Stati europei. In questo scenario, nel 2011 ci fu la scelta scellerata della Francia di Sarkozy, interessata a sostituire l’Eni italiana con la francese Total nei pozzi petroliferi. Seguì il nostro gravissimo errore, quando offrimmo sette delle nostre basi aeree e più tardi una flotta di cacciabombardieri per aggredire un paese sovrano, violando gli articoli 11, 52, 78 e 87 della nostra Costituzione. Le conseguenze di quella scelta per i libici furono danni immensi, 25mila morti, distruzioni valutate dal Fondo Monetario Internazionale in 35 miliardi di dollari, mentre noi ora abbiamo l’Isis a poche centinaia di chilometri dall’Italia.


- Perché ora sarebbe sbagliato un intervento militare?


Se mandassimo truppe di terra come propone il ministro Pinotti, finiremmo per essere massacrati; non siamo preparati al tipo di attacchi che subiremmo, mentre le milizie locali vivono proprio di questo. Poi in molti libici scateneremmo uno spirito revanscista e vendicativo, a cui l’intervento suonerebbe come la terza invasione italiana.

 

- Cosa possiamo fare?


Lo abbiamo detto con Padre Zanotelli: in un solo caso l’Italia può intervenire, nell’ambito di una missione di pace e dietro la precisa richiesta dei due governi di Tripoli e di Tobruk, che oggi si affrontano in una sterile guerra civile. Ma anche in questo caso l’azione dell’Italia deve essere coordinata con altri paesi europei e l’Unione Africana.

Quello che immediatamente dobbiamo fare, anche come ex potenza coloniale, è portare i vari rivali libici attorno a un tavolo. Sei mesi fa sarebbe stato molto più facile: il presidente del Consiglio libico chiese Romano Prodi come mediatore dell’Onu, anche le altre parti sarebbero state d’accordo, ma poi venne nominato lo spagnolo Bernardino Leon, che non sta certo brillando per il suo attivismo. Forse Renzi avrebbe potuto insistere di più…

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