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venerdì 21 febbraio 2020
 
 

Preti, suore e volontari: niente voto

16/02/2013  Giovani in servizio civile all'estero o servizio volontario europeo, volontari e cooperanti internazionali, sacerdoti e suore non potranno votare. La lettera del presidente Focsiv

Per loro, niente seggi. Niente urne. A non poter votare, il 24 e il 25 febbraio prossimi, non saranno soltanto gli studenti all'estero ma anche i sacerdoti, le suore, i cooperanti e i volontari impegnati fuori confine. Il Consiglio dei ministri ha infatti messo la parola fine alla questione sollevata dai giovani italiani che grazie al progetto "Erasmus" studiano in Europa e nel mondo. Ma così non ha riaperto un dossier che, ciascuno a suo modo, riguarda molti.


La bomba mediatica era esplosa all'improvviso in virtù dell'indignazione degli studenti che attraverso i social network avevano voluto far sentire forte e chiara la loro voce per difendere il diritto/dovere di voto. In realtà il problema esiste da tempo e la sua soluzione diventa oggi più che mai fondamentale nell'agenda del prossimo Governo, qualunque esso sia. Non si può rimandare oltre la questione e vanno superate una volta per tutte quelle "difficoltà insuperabili di tempo, praticabilità e costituzionalità" che il Consiglio dei ministri ha messo in luce in un comunicato ufficiale. Il problema, infatti, è più ampio. E lede il diritto-dovere di voto di tanti.

Gli studenti sono solo la punta di un iceberg: troppe, ancora, le categorie "discriminate". Lo ricorda il presidente Focsiv Gianfranco Cattai in una lettera aperta destinata al presidente della Repubblica Giorrgio Napolitano, al premier Mario Monti, al ministro degli Interni Maria Cancellieri e a quello degli Esteri Giulio Terzi: «Oltre ai nostri concittadi iscritti all'Aire (Anagrafe italiani residenti all'estero), possono esercitare il loro diritto di voto presso le rappresentanze diplomatiche italiane all'estero gli appartenenti alle Forze armate e di polizia; i dipendenti di amministrazioni dello Stato, regioni o province autonome qualora la durata prevista della loro permanenza all'estero sia superiore a tre mesi e, qualora non iscritti all'Aire, i loro familiari conviventi; professori e ricercatori universitari all'estero per una durata complessiva di almeno sei mesi e che, alla data del decreto del presidente della Repubblica di convocazione dei comizi, si trovano all'estero da almeno tre mesi, e i loro familiari conviventi». 

E ancora: «Nessuna possibilità, invece, per i giovani in servizio volontario europeo, per i volontari e i cooperanti internazionali, per i sacerdoti, le suore e i religiosi e laici italiani non iscritti all'Aire di esercitare il diritto-dovere del voto all'estero». Da tempo, Focsiv si batte per porre fine a questa anomalia che scarica sulle tante risorse umane che a vario titolo sono all'estero il peso di "un costo significativo per esercitare un diritto costituzionale, trattando da cittadini di serie B tutte quelle persone che portano nel mondo l'immagine di un'Italia solidale, costruttrice di pace, capace di servizio e impegno». 

«In una situazione di crisi - si legge ancora nella lettera aperta di Cattai -, dove tutti sono chiamati a fare sacrifici, appare paradossale che non si trovi una soluzione per permettere ai giovani in servizio civile internazionale di esercitare il proprio diritto al voto all'estero e risparmiare sui costi di viaggio di cui lo Stato, oggi, secondo la normativa vigente si fa carico».


«È imbarazzante dover, a ogni tornata elettorale, sottolineare sempre gli stessi problemi e sentirci rispondere che "i tempi tecnici non permettono di trovare una soluzione al problema". Oggi le elezioni politiche, domani le elezioni comunali e/o regionali, ma la risposta sembra sempre quella». 

«Se mettiamo insieme i volontari e cooperanti internazionali, i giovani in servizio civile all'estero, i giovani in servizio volontario europeo, i sacerdoti e le suore, i religiosi e i laici italiani residenti all'estero alle dipendenze di istituti e congregazioni missionarie o ong, sono oltre 10mila le persone interessate a tale possibilità. Se lo Stato si dovesse far carico delle spese di rientro in patria di tutte queste persone, la spesa sarebbe di 15-20 milioni di euro».

Le alternative ci sono: chi se ne prenderà cura?

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