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Pilota Germanwings: non è depressione, ma odio per il mondo

27/03/2015  Il grande psichiatra esclude che il gesto estremo del pilota, Andreas Lubitz, che ha provocato il disastro aereo possa essere catalogato come depressione: «È più probabile che si tratti di una forma di ritorsione e vendetta contro gli altri, determinata da una profonda umiliazione».

Tentare di spiegare il gesto estremo del copilota della Germanwings attribuendolo alla depressione è sbagliato. È più corretto parlare invece di una forma di odio e risentimento verso il mondo, da parte di chi non si sente compreso e vittima di un'umiliazione profonda.

Eugenio Borgna, fra i più autorevoli psichiatri italiani, noto per la sensibilità e la competenza con cui si avvicina alla psiche umana, spiega che non è corretto chiamare in causa la depressione a proposito di Andreas Lubitz, come stanno invece facendo in molti nel dibattito sui giornali e i social media. «Premettiamo che ogni suicidio resta un mistero profondo, rispetto al quale solo lettere o documenti del suicida posso gettare qualche luce. Detto questo, può essere stata la depressione a indurre quel giovane di 28 anni a un gesto di una tale, inaudita violenza? Non mi sembra possibile. Nel suicidio dovuto a depressione si sceglie la morte come soluzione alla propria angoscia: accade ad esempio alla madre colpita da depressione post partum, che elimina se stessa e i figli nella convinzione che sia l'unico modo per cancellare una sofferenza insostenibile».

Come possiamo spiegare allora l'accaduto? «Sicuramente siamo in presenza di uno sconvolgimento psichico che sconfina in una forma di delirio, nel quale ogni legame con la realtà è rescisso. Oppure si può pensare a un'esperienza di profonda umiliazione, che si traduce in una forma di ritorsione contro il mondo, con il quale ci si sente in conflitto. Possiamo immaginare che quel ragazzo, nonostante gli attestati di eccellenza tecnica, nutrisse sentimenti di vendetta verso gli altri, verso il mondo intero, da cui non si sentiva compreso. Quando si è devastati dall'idea delirante di non essere riconosciuti, il sentimento di odio cresce e diventa un tumore».

Quindi Lubitz era consapevole di uccidere altre vite, oltre alla sua? «Ne era perfettamente consapevole. Ai suoi occhi la gente a bordo dell'aereo conduceva una vita serena e dotata di senso - ciò che a lui era negato. Quindi, il sacrificio della sua vita gli appariva accettabile per distruggere la gioia altrui».

Un'altra ipotesi può essere la paranoia, «percepire il mondo come un'entità da cui ci sentiamo aggrediti», spiega lo psichiatra. Oppure ancora, si può pensare a «una persona sconvolta da disturbi psichici nella quale è scattato il desiderio di imitazione: compio un gesto clamoroso per passare alla storia, come i kamikaze, come chi si dà fuoco».

Certo, conclude Borgna, «in  tutte queste ipotesi c'è più verità psichiatrica che in quella della depressione. Sostenere questa tesi, tra l'altro, può gettare nel panico le famiglie che vivono accanto a una persona affetta da depressione».

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