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Cristianizzare il mondo, perché la bomba non scoppi mai più

06/08/2020  Per gentile concessione delle Edizioni Ares pubblichiamo un brano tratto dal romanzo “Il cavallo rosso” dello scrittore Eugenio Corti (1921-2014) che narra l’angoscia che portò tra i prigionieri di guerra la notizia dello scoppio delle prime bombe atomiche nel 1945 (nella foto: il "fungo" provocato dall'esplosione della bomba atomica sulla città giapponese di Nagasaki il 9 agosto 1945)

Per gentile concessione delle Edizioni Ares pubblichiamo un brano tratto dal romanzo Il cavallo rosso dello scrittore Eugenio Corti (1921-2014) che narra l’angoscia che portò tra i prigionieri di guerra la notizia dello scoppio delle prime bombe atomiche nel 1945. Protagonista della scena è l’ufficiale italiano Michele Tintori, personaggio di fantasia, che si trova prigioniero di guerra in un lager russo a Susdal, cittadina a quasi 200 chilometri ad est di Mosca, che ospitava molti soldati, tra i quali un buon numero di italiani, catturati durante la tragica ritirata dell’inverno 1942-1943. Nel brano viene citato anche il cappellano militare padre Guido Turla (1910-1976)

In estate giunse dalla parte opposta, da est, un convoglio di prigionieri giapponesi, e con essi la notizia di quella straordinaria arma nuova, la bomba atomica, fatta esplodere dagli americani prima a Hiroscima poi a Nagasachi: era stata quella – affermavano i piccoli, tuttora ordinati soldati di levante – la vera causa della resa del Giappone. I giornali russi non avevano dato rilievo all’arma atomica, ma i commissari – subito interrogati in proposito dagli italiani – si videro costretti a riconoscerne l’importanza, che più d’uno di loro scoprì appunto nell’esame che ne dovette fare. La loro mortificazione per il fatto di non possederla era evidente, i commenti dei prigionieri finirono con l’incentrarsi su tale mortificazione, e sulla gran novità (per loro) dell’evidente potenza bellica americana; la cosa in pratica finì lì.

Non però per Michele, il quale ponderando tra sé la sbalorditiva novità, si ritrovava intimamente assai turbato. “Se la scristianizzazione continua, eccolo già trovato il mezzo per le future stragi massali” si diceva. Gli tornava in mente la situazione precristiana, la realtà feroce del tempo pagano, certe pagine del ‘De Bello Gallico’ di Cesare per esempio: “In Gallia i romani hanno eliminato in pochi anni forse due milioni di persone, più della metà degli abitanti del paese… E se non l’avessero fatto loro, l’avrebbero fatto i germani, che erano già quasi pronti. Anche i galli del resto avevano pochi secoli prima tolto di mezzo allo stesso modo i precedenti abitatori…” Né in Oriente, stando alla Bibbia, le cose andavano in modo diverso. “Ecco la realtà cui, continuando così, il mondo sta per tornare. Adesso però è troppo più popolato, occorrono quindi altri mezzi di sterminio: ed eccoli.” Nella sua immaginazione sempre fervida, gli pareva a momenti di vedere le colonne delle esplosioni atomiche percorrere impetuosamente l’uno o l’altro settore del globo “spazzandolo come scope di fuoco”.

Padre Turla, cui egli partecipò le sue preoccupazioni, lo guardava in faccia con occhi esausti. «Lascia che arriviamo a casa noi» borbottava «e vedrai che, in Italia almeno, di scristianizzazione non se ne parla per un pezzo.»

«Sì, è proprio in questo che noi ci dobbiamo impegnare» affermava con stanchezza Michele: «sarà questo il nostro compito.»

Nelle settimane seguenti ebbe modo di constatare come gli uomini – persino i suoi compagni di prigionia, che avevano una così straordinaria esperienza di sofferenze – fossero disposti ad accettare nel loro mondo l’arma atomica. Rappresentava o no quell’arma un freno per i comunisti? Sì, per un certo tempo probabilmente essa avrebbe trattenuto gli eserciti rossi dal rovesciarsi sul mondo libero. Che fosse dunque la benvenuta.

(Tratto da Eugenio Corti, Il cavallo rosso, Edizioni Ares, Milano 2019, Terzo volume, Parte prima, Cap. 14, pagg. 784-785)

Il cappellano

  

Don Guido Maurilio Turla (Sulzano, Brescia, 11 ottobre 1910 – Darfo Boario Terme, Brescia, 17 maggio 1976), sacerdote dei frati minori cappuccini dal 1935, allo scoppio della Seconda guerra mondiale partì come cappellano militare, venendo prima assegnato al 2° reggimento alpini, cappellano del battaglione Saluzzo in Albania (gennaio 1941) e successivamente (1942) alla divisione alpina Cuneense sul fiume Don in Russia. Visse così la tragica ritirata dell’inverno 1942-1943 e venne fatto prigioniero. Dopo essere transitato per vari lager sovietici (tra cui Oranki, Odessa e Susdal) tornò in Italia nel luglio 1946. Dal 1951 iniziò la sua attività pastorale a Darfo Boario Terme, dove rimase fino alla morte, avvenuta nel 1976. Don Turla è ricordato anche per i suoi libri sulla tragica esperienza vissuta in guerra: La nostra e la loro prigionia (1947) e Sette rubli per un cappellano (1965).

Lo scrittore Eugenio Corti (1921-2014)
Lo scrittore Eugenio Corti (1921-2014)

L'autore

Lo scrittore Eugenio Corti (Besana in Brianza, 21 gennaio 1921 - 4 febbraio 2014) è noto soprattutto per il romanzo Il cavallo rosso, pubblicato nel maggio del 1983 e giunto alla 34ma edizione italiana. Tradotto in otto lingue (francese, spagnolo, inglese, romeno, lituano, giapponese, olandese e serbo) è un longseller che in Italia ha riscosso notevole successo negli ultimi decenni. Tra gli scritti di Corti si ricordano anche il diario di guerra I più non ritornano (1947) drammatico resoconto della ritirata di Russia durante la Seconda Guerra Mondiale alla quale l'autore ha partecipato come sottotenente d'artiglieria; il romanzo Gli ultimi soldati del re (1994) sulla guerra di liberazione dell'Italia; i racconti per immagini La terra dell'Indio (1998), L'isola del paradiso (2000) e Catone l'antico (2005); la tragedia teatrale Processo e morte di Stalin, rappresentata per la prima volta nel 1962 a Roma dalla Compagnia Stabile di Diego Fabbri, e, infine, Il Medioevo e altri racconti (2008). Accanto alla produzione letteraria, nel corso degli anni Eugenio Corti ha condotto una profonda e lucida analisi sugli avvenimenti epocali del secondo Novecento, da lui vissuti in prima persona, con grande capacità di indagine storica ed attenzione agli sviluppi della società, incoraggiando il recupero dei valori umani e spirituali venuti meno in seguito ai conflitti bellici e all'affermarsi del pensiero ideologico. I suoi saggi sono raccolti nei volumi Il fumo nel tempio (1995) e Processo e morte di Stalin (1999), comprendente anche la tragedia. Nel 2015, a cura di Alessandro Rivali, sono state pubblicate le lettere dello scrittore dal fronte russo raccolte nel volume Io ritornerò. Lettere dalla Russia (1942-1943), mentre nel dicembre 2017 è uscito Il ricordo diventa poesia. Dai Diari, 1940-1948, che contiene pagine inedite tratte dai Diari dello scrittore curate da Vanda Di Marsciano, moglie dell'autore, e dal giornalista Giovanni Santambrogio. Nel 2019, infine, sempre a cura di Vanda di Marsciano, è stato pubblicato Voglio il tuo amore. Lettere a Vanda (1947-1951), il carteggio tra Eugenio Corti e la futura moglie, all'epoca giovane studentessa, con la quale si sarebbe poi sposato il 23 maggio 1951 ad Assisi.

All'autore sono stati conferiti vari riconoscimenti, tra cui il Premio Internazionale Medaglia d'Oro al merito della Cultura Cattolica nel 2000, l'Ambrogino d'oro dal Comune di Milano nel 2007, il Premio Isimbardi dalla Provincia di Milano nel 2009 e il Premio "La Lombardia per il Lavoro" assegnato per meriti culturali dalla Regione Lombardia nel 2010.

La copertina della trentaquattresima edizione italiana del romanzo "Il cavallo rosso" pubblicata dalle Edizioni Ares nel 2019
La copertina della trentaquattresima edizione italiana del romanzo "Il cavallo rosso" pubblicata dalle Edizioni Ares nel 2019

Il libro

  

Il cavallo rosso è il romanzo-capolavoro di Eugenio Corti. Pubblicato nel maggio del 1983, nel corso degli anni ha riscosso notevole successo in Italia e all’estero. La prima copia venne donata a papa San Giovanni Paolo II in occasione della sua visita a Milano (20-22 maggio 1983). Anni più tardi, nel 2004, un’altra copia venne donata all’allora cardinale arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, futuro papa Francesco, che ringraziò l’autore inviandogli un affettuoso biglietto scritto di suo pugno. Definito il “Guerra e pace italiano”, il libro è uno straordinario affresco del XX secolo: le vicende narrate coprono un arco di tempo che va dal 1940 al 1974 e ruotano intorno alla famiglia Riva, imprenditori tessili di Nomana, località immaginaria situata in Brianza (Lombardia). Anche se narrato in terza persona, e buona parte dei protagonisti sono personaggi di fantasia, il racconto è per la maggior parte autobiografico ed è frutto della testimonianza diretta dell’autore che ha vissuto in prima persona molti dei fatti raccontati.

Il cavallo rosso

Disponibile a partire da 5 giorno/i vota, segnala o condividi Uscito nel Maggio 1983, "Il cavallo rosso" è stato subito accolto dai lettori e dai critici non condizionati da ideologie, come un grande caso letterario; tale si è confermato con il succedersi delle edizioni.

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Ecco cos'è e cosa fa il «Cantiere Eugenio Corti»
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