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giovedì 21 ottobre 2021
 
 

Rizzoli, l'uomo delle regole

08/06/2012  Intervista all'arbitro Nicola Rizzoli, l'unico italiano della spedizione agli Europei di Calcio 2012. Toccherà a lui, anche se nega, dimostrare che il calcio italiano non è sregolato.

Rizzoli in azione (Ansa).
Rizzoli in azione (Ansa).

Si chiama Nicola Rizzoli, è italiano di Mirandola, dove la terra sta tremando, e agli Europei va con il compito difficile di chi deve far rispettare le regole del gioco, in un gioco che, almeno a casa nostra, dimostra ciclicamente predilezione per le regole violate. Rizzoli, 41 anni, è l’unico arbitro italiano nella spedizione di Euro 2012, quando non arbitra fa l’architetto ed è probabile che avremo bisogno di aggrapparci a lui per riprogettare e ricostruire l’immagine del calcio italiano all’estero. Anche se Rizzoli ci tiene a dire che il suo ruolo è diverso: l’arbitro, ha detto una volta, «è una comparsa».

In che senso è una comparsa?

«Deve esserlo, deve riuscire a rimanerlo, il calcio è un meraviglioso sport in cui protagonisti sono i calciatori, l’arbitro dirime i contrasti, ma il suo ruolo nei confronti del gioco è marginale».

Marginale ma significativo: l’arbitro è il garante delle regole del gioco. È una difficoltà in più rivestire questo ruolo in un paese in cui, non solo nel calcio, le regole generano insofferenza?
«Credo che sia questione di cultura: uno che decide di fare l’arbitro ritiene che le regole siano una componente significativa della vita, tant’è che nel terremoto del mondo del calcio, possiamo notare quasi con orgoglio che non ci sono arbitri, il che fa pensare che la moralità media sia piuttosto alta e questo dovrebbe essere una garanzia per lo sport. Ma non dev’essere una cosa difficile o un problema conservarsi così, deve essere semplicemente normale».

Davvero non è più difficile fare l’arbitro quando la società intorno vive il ruolo e regole come un fastidio?

«In questo senso sì, c’è un problema di cultura e di valori. L’Italia da un punto di vista sociale attraversa momenti non semplici, che hanno a che fare con il modo con cui si insegna il rispetto delle regole e dei valori sportivi: gli italiani, a proposito di rispetto delle regole, sono un passo indietro rispetto al resto d’Europa: lo si capisce da come si guida, da come si fa la fila, dal rapporto con le istituzioni, è chiaro che lavorare in un contesto del genere è un po’ più difficile, all’estero è un po’ più facile».

Come si fa a mantenere la serenità del giudizio mentre si viene insultati?

«E’ fondamentale, dobbiamo assolutamente mantenere il controllo nei momenti di tensione, altrimenti si perde l’obiettività del giudizio. Il vantaggio di un arbitro italiano è che cresce fin da giovane sottoposto a queste pressioni. Ci sono stati all’estero episodi in cui anche gli arbitri, in situazioni difficili, hanno perso il controllo, in Italia non succede perché abbiamo una palestra che, purtroppo, ci allena da subito a questo stress».

Gli arbitri di euro_2012.
Gli arbitri di euro_2012.

Perché uno decide di fare l’arbitro da grande mettendo in conto che a ogni partita prenderà una carrettata di insulti?
«Io mi auguro che uno a 16 anni, quando comincia a fare il corso, non decida che vuole fare l’arbitro professionista da grande, spero che sia una scelta che matura con il tempo man mano che crescono le capacità e la consapevolezza. I per esempio giocavo a calcio e un infortunio mi ha fermato per mesi, avevo un compagno di classe che faceva l’arbitro e mi sono iscritto al corso anch’io ma la mia idea all’inizio era solo di approfondire il regolamento per tornare a giocare con maggiore consapevolezza. Il mio obiettivo era di imparare, di stare nel mondo del calcio. Sono stato fortunato, ho trovato a Bologna un ambiente meraviglioso e un’ottima scuola. Poi qualcuno forse ha notato che avevo delle capacità e sono rimasto. Ma non è che a 16 anni io pensassi di fare l’arbitro professionista da grande».

Però gli insulti restano e arrivano da subito, chi ve lo fa fare?

«Domanda difficile. La passione, le cose in cui credi, la voglia di mettersi in gioco. I momenti in cui ci si scoraggia ci sono, tante volte si smette anche per lavoro perché un arbitro finché non arriva ai livelli di Serie A e B fa volontariato, e a un certo punto si lascia, chi va avanti evidentemente ha motivazioni forti».

Qual è stato se c’è stato il momento in cui ha sentito di più la difficoltà di mantenere l’equilibrio?

«Non vorrei sembrare presuntuoso, ma non ricordo che mi sia capitato di rischiare di perdere il controllo. Credo dipenda dal fatto che mi sento consapevole di quello che faccio e questo mi fa rimanere sereno. Anche alle prime partite importanti della carriera, quelle che in questo senso comportano maggiori responsabilità, mi mantenevo calmo dicendomi che, dato che non l’avevo chiesto io, se qualcuno mi aveva mandato lì aveva ritenuto che fossi in grado di assolvere al compito. Forse è anche una questione di carattere».

Anche di professionalità?

«Sì, oggi dietro una partita da arbitrare c’è molto lavoro: anche noi come gli avversari studiamo gli allenatori, i moduli, i giocatori di entrambe le squadre. E poi si lavora alla preparazione fisica». Il calcio sempre più atletico complica la vita all’arbitro? «Non è un caso che oggi  l’arbitro di calcio ad alto livello sia a tutti gli effetti un atleta. Di diverso c’è l’età: un calciatore ha tra i 18 e i  35 anni, un arbitro dai 29 ai 45 e stare dietro ai ragazzini vuol dire allenarsi, mangiare, riposarsi da atleti professionisti. Tutto viene affrontato in modo molto professionale, soprattutto da quando c’è Collina all’Uefa. Lo si vede anche dal fisico degli arbitri molto cambiato rispetto al passato».

Professionisti sì, ma sempre accusati di nascondere un tifo segreto, o no?
«Passo la vita a rispondere a chi mi chiede per che squadra tifo e se dico nessuna non mi credono. Capita che io dica, per levarmi d’impaccio, che se vince il Bologna mi fa piacere, anche perché comunque io non potrei arbitrarlo per incompatibilità. Ma se non vince a me non cambia niente. Quando uno arbitra non riesce neppure a porsi con un sguardo tifoso».

Nicola Rizzoli (Ansa).
Nicola Rizzoli (Ansa).

Man mano che si va avanti, aumenta l’esposizione: si giudicano partite in cui tutti vedono tutto con mille occhi tecnologici, mentre l’arbitro rimane solo con mezzi umani. Si sente questa sproporzione?
«Se mi mettessi in competizione con 20 telecamere sarei sconfitto in partenza. Non posso arbitrare in funzione di 20 telecamere, che hanno una prospettiva migliore della mia. Ma è anche vero che le telecamere sono più asettiche, più fredde, non capiscono la tridimensionalità e i rumori. Il mio obiettivo e quello degli uomini che scendono in campo con me (guardalinee, quarto uomo eventualmente additional come agli Europei) è quello di fare del nostro meglio: essersi preparati al 100% per scendere in campo e trovare le condizioni migliori per poter giudicare. L’errore è umano, è capitato, capiterà, l’importante e che io abbia fatto il possibile per non sbagliare, di più non posso».

In questo fare il possibile, come vedrebbe un eventuale aiuto tecnologico?
«La posizione degli arbitri è di apertura: il principio è quello di sfruttare al meglio tutto quello che ti viene messo a disposiozione per arbitrare minimizzando l’errore . Anche il presidente dell’Aia è aperto a innovazioni. Se arrivasse un sensore che in caso di dubbio dirimesse l’incertezza sulla palla in rete o no, con un mezzo certo, chiaro, visibile a tutti, per noi sarebbe un aiuto. Ma non spetta a noi decidere, le commissioni che decidono su questi temi non contemplano delegati degli arbitri. A noi non resta che applicare il regolamento che c’è, con o senza tecnologia».

Sarà il suo primo europeo, che esperienza si augura?
«Mi auguro che sia una manifestaziome meravigliosa di sport, dal punto di vista personale mi auguro di fare bella figura, cioè di fare bene».

Si aspetta che sarà più difficile in questo preciso momento portare in giro l’immagine del calcio italiano?
«No, perché non la portano gli arbitri. Gli arbitri italiani all’estero sono molto stimati, non vorrei accollarmi la responsabilità di portare avanti l’immagine del calcio italiano, anche se spero che come ha fatto in passato il calcio italiano sappia dare il meglio nei momenti difficili».

Se l’Italia andasse avanti ostacolerebbe il suo cammino verso la finale, non le dispiace?
«No, non vorrei sembrare ipocrita, ma a me interessa solo fare bene, dimostrare di essere attrezzato per arbitrare la fase finale, se poi non ci arrivo perché ci arriva l’Italia tanto meglio».  

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