logo san paolo
giovedì 26 maggio 2022
 
 

Evasori sono sempre gli altri

12/05/2011  Gli italiani si assolvono, pur condannando gli illeciti fiscali e la corruzione. Un articolo dell'economista Luigi Campiglio.

Si è svolto all'Università Cattolica di Milano il convegno promosso da Libera e dall'Istituto di Politica economica dell'ateneo dal titolo Alle radici del crimine.Pubblichiamo l'intervento del professor Luigi Campiglio, ordinario di Politica economica, dal titolo sviluppo economico e incentivi all'onestà.  


L’onestà rappresenta, nel suo significato originario, un principio di onorabilità per atti e comportamenti a cui la comunità attribuisce un importanza particolarmente elevata, in quanto rispecchiano valori fondanti della comunità. Le motivazioni che sottendono la tradizione delle onorificenze, diffusa in tutte le società, esprimono in modo esplicito la natura dei comportamenti a cui lo Stato ritiene di attribuire un particolare significato, perché in essi si riconoscono valori unificanti della comunità nazionale. Per questo si onorano gli atti di coraggio, perché ad esempio salvando altre persone sconosciute da un grave pericolo la persona coraggiosa attribuisce alla vita degli altri una valore pari a quello della propria, superando con ciò il puro interesse individuale.

E’ tuttavia l’onorabilità senza onorificenze  quella che realmente  rappresenta il fondamento di una comunità e di uno Stato, come avviene per i comportamenti di quelle persone che convenzionalmente si è usi identificare con l’espressione di “servitori dello Stato” oppure di “civil servant”: di essi ammiriamo la loro dedizione a un interesse generale, non puramente motivato da interesse personali, in particolare quel senso del dovere a cui Adam Smith attribuiva un ruolo centrale, quando affermava è nel “sacro rispetto per le regole generali … che consiste la differenza più essenziale tra un uomo di principio e d’onore un individuo di nessun conto”. Il bisogno sociale di onorabilità, come segnale di onestà, è altresì un requisito ormai espressamente richiesto per far parte dei consigli di amministrazioni, così come per alcuni settori economici più sensibili, come l’intermediazione e promozione finanziaria: il risparmiatore che si rivolge al promotore finanziario deve avere fiducia sulla verità delle informazioni e dei suggerimenti a lui proposti.

L’onestà imprenditoriale si identifica con la verità delle informazioni comunicate e l’accettazione del valore di verità dipende dalla fiducia che il risparmiatore attribuisce al suo interlocutore: valore di verità delle informazioni e fiducia si confondono nel comportamento come nel linguaggio, che non casualmente ha la medesima radice semantica.  Nell’indagine del World Value Survey gli italiani appaiono mediamente severi nei confronti dell’evasione fiscale e della corruzione:  il 61% degli italiani ritiene non giustificabile l’evasione fiscale, rispetto al 48% della Francia, il 57% della Germania, il 64% degli Stati Uniti e l’83% del Giappone, così come nel caso della corruzione tale comportamento è ritenuto inaccettabile dall’86% degli italiani, rispetto al 63% della Francia, il 70% della Germania, il 77% degli Stati Uniti e del Giappone. Ciò appare come un paradosso rispetto alle graduatorie internazionali, ad esempio l’indice di percezione della corruzione, che per il 2010 registra, per i paesi prima considerati, l’indice più basso per la Germania, il Giappone,  gli Stati Uniti, la Francia, e l’Italia molto più in basso in graduatoria, collocata fra il Ruanda e la Georgia.

Questo enorme divario fra dichiarazioni degli italiani intervistati e percezione esterna del paese è indubbiamente un paradosso che, pur scontando i margini di errore di questo tipo d rilevazioni, richiede comunque una valutazione argomentata. Una prima osservazione è che il caso dell’Italia sembra corrispondere a ciò che Leon Festinger battezzò nel 1957 come fenomeno della dissonanza cognitiva:  cioè il fatto per cui di fronte al disagio psicologico causato dal divario fra convinzioni soggettive e realtà osservata gli individui tendono a piegare l’interpretazione della realtà alle proprie convinzioni in modo non più contraddittorio.

In altre parole si tratta della tendenza a piegare la realtà rispetto alle proprie convinzioni, perché il caso contrario comporterebbe il disagio di ammettere un proprio errore: se questo è vero dovremmo, come regola generale, osservare un forte inerzia delle convinzioni acquisite, un po’ come accade per la fede calcistica, che raramente è scossa da una sequenza di sconfitte della squadra del cuore, sempre spiegabili con il destino avverso o arbitri contrari. Non sappiamo se le dissonanza cognitiva sia un fenomeno tipico italiano, ma sempre dall’indagine del World Value Survey emerge un comportamento specifico per l’Italia per quanto riguarda l’atteggiamento psicologico riguardo alla fatalità e il destino: in Italia solo il 7,6% degli intervistati ritiene che le persone possano determinare il loro destino, mentre per il 5,5% tutto è invece governato dalla sorte. Negli Stati Uniti il 14% della popolazione intervistata è invece convinta di poter creare il proprio destino e solo il 2,2% di subirlo, così come le percentuali corrispondenti sono in Giappone dell’11% e del 4% e in Germania dell’11% e del 2%.

Gli italiani appaiono quindi come un paese fatalista, che forse, proprio per questo, accetta il fenomeno della corruzione anche se contrario alle proprie convinzioni: ma se questa interpretazione è vera offre anche un grande spazio di speranza e possibilità di intervento sul piano etico e morale, per ricomporre a favore delle intenzioni il divario rispetto alla realtà, anziché accettarla come un male inevitabile. Le opinioni espresse rispetto all’evasione fiscale sono più complesse da interpretare sul piano culturale. Un primo dato interessante riguarda la percentuale di intervistati i quali ritengono che, rispetto alla questione della disuguaglianza economica, sarebbero necessarie maggiori differenze rispetto a quelli esistenti per promuovere gli incentivi economici: la percentuale è del 7,2% in Italia, del 2,1% in Germania, del 6,2% in Giappone, del 7,4% in Francia e dell’8,5% negli Stati Uniti.

La percentuale riguardante l’Italia appare elevata, soprattutto se si tiene conto del fatto che la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi è, nel nostro paese, fra le più elevate. Un elemento aggiuntivo di interpretazione lo si ottiene quando si consideri la percentuale di intervistati che di fronte alla domanda se gli altri si approfittano di loro rispondono invece di avere rapporti equi: il 2,4% in Italia, rispetto al 5,3% in Francia, il 3,0% negli Stati Uniti, il 4,1% in Giappone, il 7,5% in Svezia, l’1,5% in Germania. Gli italiani non hanno perciò grande fiducia di essere trattati in modo giusto nei rapporti con il proprio prossimo. L’Italia è, con gli Stati Uniti, il paese in cui è massima la fiducia nella Chiesa (24% rispetto all’11% in Francia e l’8% in Germania), mentre gli italiani sono molto orgogliosi della propria nazionalità: il 42% rispetto al 30% della Francia, il 65% degli Stati Uniti, il 22% del Giappone e della Germania. E’ sul piano della fiducia per le persone che si conoscono personalmente che si rilevano le differenze più accentuate: il 7% degli italiani dichiara di avere una fiducia completa in una persona che si conosce personalmente, rispetto al 68% in Francia, il 29% negli Stati Uniti, il 50% in Svezia e il 24% in Germania.

In conclusione, un risultato provvisorio sembra essere che il problema della dissonanza cognitiva appare centrale per comprendere comportamenti che appaiono altrimenti difficilmente conciliabili, sul piano della fiducia, del dichiarare il vero e quindi l’onestà. Gli italiani vorrebbero essere onesti ma le condizioni istituzionali non favoriscono che ciò avvenga: si tratta certamente di un vincolo, che tuttavia se riconosciuto come tale, apre un orizzonte nuovo e positivo su quanto la politica e soprattutto le istituzione che godono di fiducia e rispetto, possono fare per favorire un clima positivo capace di riconciliare ad un livello elevato la realtà per come attualmente è con la realtà per come gli italiani vorrebbero che fosse. La dissonanza cognitiva, come fenomeno collettivo, tende a trasformare, per un’ampia quota di popolazione il vero in falso e il falso in vero e inoltre frena i rapporti economici fra soggetti ed economie che interpretano in modo opposto la realtà: l’esperienza della Grande Crisi è stata un esempio gigantesco di convinta falsità collettiva sul valore delle attività scambiate, con le profonde conseguenze negative che tuttora ne seguono. La dissonanza cognitiva frena il cambiamento perché inerzialmente tende a confermare i soggetti nei propri errori, impedisce un essenziale processo di apprendimento per tentativi ed errori e quindi frena lo sviluppo economico. 

Convincersi del fatto che il falso è vero è tanto più probabile quanto maggiore è l’interesse economico gioco del dichiarare il falso e in una economia di falsa onestà il valore economico della verità diventa estremamente elevato, quando non impossibile: il sistema economico sociale si paralizza quando la falsità diventa oggetto di onorabilità sociale, perché con ciò si nega verità, onorabilità e quindi il rapporto di fiducia che da ciò ne consegue. Ma se il prezzo della verità è troppo elevato oppure inesistente non vi è incentivo economico che possa riconciliare nella direzione corretta un’onesta dichiarazione della verità e diventa allora centrale il ruolo delle sanzioni sociali e dei controlli quantitativi, come è del tutto evidente nel caso dell’evasione fiscale e dell’economia sommersa, così come delle “agenzie sociali” che ancora godono di una reputazione di affidabilità e fiducia nel paese.         

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo