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lunedì 09 dicembre 2019
 
l'ex ilva
 

«Arcelor-Mittal ha privilegiato solo il profitto, ma la speranza ancora c'è»

16/11/2019  L’arcivescovo di Taranto Filippo Santoro: «Se si abbandona l’idea del profitto a ogni costo ci sono delle soluzioni possibili. La chiusura sarebbe una catastrofe. Per uscirne si può agire su alcuni punti: dalla cassa integrazione temporanea a più interventi tecnologici»

«Salute e lavoro devono essere garantiti entrambi. Taranto non può essere tradita su questi due versanti». Quando lo avevamo intervistato sul tema, lo scorso anno, monsignor Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, guardava con fiducia al nuovo corso dell’ex Ilva. Alla dirigenza di Arcelor-Mittal, che aveva incontrato proprio in arcivescovado, aveva chiesto con chiarezza se «veniva per prendere le quote di mercato e andarsene» e anche se «garantiva un piano ambientale e la conservazione del posto di lavoro», promettendo «appoggio, ma anche, se non fosse stata ai patti, che sarei stato il primo ad attaccarla».

Le cose intanto sono cambiate. Se lo aspettava?

«Negli ultimi tempi avevo cominciato a temere questa situazione. Ho visto un progressivo disinvestimento e un privilegiare il guadagno rispetto allo sviluppo di un’azione costruttiva sia per l’azienda che per il territorio».

Come si è arrivati a questo punto?

«Hanno pesato vari elementi: da un lato la soppressione poi il ripristino e ancora la cancellazione dello scudo penale, che ha dato una sensazione di poca serietà, dall’altro il ricorso non previsto alla cassa integrazione per altre 1.400 persone e, infine, un accanimento sulla questione dei licenziamenti. La situazione è complessa. Lo scudo penale garantiva che si pagasse soltanto per i propri errori e non per quello che si è trovato relativo al pregresso. Ma non c’è solo questa questione. C’è stata anche la sfiducia nel fatto che un impianto così grande, articolato e antiquato potesse mantenere livelli di produzione superiori alle quattro tonnellate l’anno senza aumentare l’inquinamento. Infine, Arcelor-Mittal lamenta un clima di odio nei suoi confronti da parte di certi ambientalisti estremi e di una certa politica. Il mio giudizio, comunque, è che si è privilegiato il risultato economico su tutto il resto».

L'arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro (71 anni), in visita all'ex Ilva (Ansa)
L'arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro (71 anni), in visita all'ex Ilva (Ansa)

C’è chi paventa la chiusura. Cosa ne pensa?

«Sarebbe uno scenario apocalittico. Il mio sostegno, in questo momento, è al presidente Conte perché nel negoziato con Arcelor-Mittal trovi un cammino per cambiare le cose. A mio giudizio si può benissimo andare avanti con un ritmo più basso di produzione portando avanti un piano di risanamento ambientale e con uno sviluppo industriale più ridotto di quello che l’azienda auspicava. Il punto è che anche qui, come in Amazzonia, e lo dico avendo partecipato al recente Sinodo, si è imposta una mentalità estrattivista, di sfruttamento senza limite del territorio. Ma se si abbandona questa idea del profitto a ogni costo ci sono delle soluzioni possibili».

Ma c’è ancora tempo?

«Se n’è perso tanto. Ma penso che si possa ancora agire su tre punti: una cassa integrazione temporanea sostenuta dal Governo, interventi nell’area dell’innovazione tecnologica impiegando i fondi europei non utilizzati dall’Italia, l’allargamento degli investimenti produttivi ad altri settori - dall’agricoltura al turismo, alle risorse marine, all’artigianato, allo sviluppo portuale – dove potranno essere impiegati i lavoratori al termine della cassa. Intanto, con i nostri cappellani, siamo vicinissimi a tutti coloro che si sono ammalati. Sentiamo il grido della loro sofferenza e sappiamo che al danno sulla salute non può aggiungersi anche quello sociale. Lo sguardo sulla città deve essere complessivo. Se s’interviene con lungimiranza Taranto ce la può ancora fare».

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