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venerdì 17 settembre 2021
 
LA TESTIMONIANZA
 

Fabio Zavattaro: «Noi, cronisti del "Vangelo della sofferenza"»

14/07/2021  La fatica, le emozioni, le sorprese, gli aneddoti, le corse (anche letterali) dei giornalisti durante i dieci ricoveri di Giovanni Paolo II (con 22 Angelus) raccontati dall'ex vaticanista del Tg1. Che oggi ripensa ad allora: «Come per Jorge Mario Bergoglio anche per Karol Wojtyla il dover andare in ospedale era un modo per stare accanto a chi è malato, specialmente ai bambini che lottano contro il tumore vicino alla stanza dei Papi»

Da sinistra: Joaquín Navarro-Valls (1936-2017) già direttore della Sala stampa della  Santa Sede con Fabio Zavattaro, 68 anni, giornalista, ex vaticanista del Tg1. In alto: cronisti davanti al Policlinico Genelli. Foto Ansa.  In copertina: Giovanni Paolo II appena dimesso dal Gemnelli, il 13 marzo 2005. Foto Ansa.
Da sinistra: Joaquín Navarro-Valls (1936-2017) già direttore della Sala stampa della Santa Sede con Fabio Zavattaro, 68 anni, giornalista, ex vaticanista del Tg1. In alto: cronisti davanti al Policlinico Genelli. Foto Ansa. In copertina: Giovanni Paolo II appena dimesso dal Gemnelli, il 13 marzo 2005. Foto Ansa.

“Come sta il Papa? Ci dica la verità, lei lo sa”. Più che una domanda, per molte persone era soprattutto desiderio di avere conferma delle parole ascoltate alla tv, alla radio o lette sui quotidiani, sulla salute di Giovanni Paolo II. Dei dieci ricoveri al Policlinico Gemelli (con 22 Angelus) – quello che molti romani chiamano semplicemente “ai gemelli”, non conoscendo la figura di padre Agostino – non ho avuto modo di raccontare direttamente solo i primi due, in quel 1981, l’anno dell’attentato di Ali Agca. In realtà ho scritto anche di quei due ricoveri, ma dalla redazione di Milano di Avvenire, dove da poco tempo avevo iniziato la mia attività di cronista.

Come sta il Papa? Ma è vero che si affaccia per l’Angelus? Camminare nel piazzale antistante l’ingresso dell’ospedale aveva come conseguenza sottoporsi a queste domande fatte con affetto nei confronti del Papa, con la fiducia di vederlo apparire di nuovo, certo al Gemelli, ma soprattutto in piazza San Pietro. In fondo l’ospedale era il Vaticano terzo: prima venivano Castelgandolfo e, ancora prima, il Palazzo Apostolico.

Così la risposta diventava occasione per ascoltare qualche aneddoto personale, incontri mancati e contatti, nel corso di una udienza o di una visita in parrocchia, con il Papa venuto “di un paese lontano”.

Sorprese tutti, anche noi giornalisti, quel 12 luglio 1982 quando annunciò che si sarebbe recato al Gemelli per la terza volta: era scivolato al termine dell’udienza generale, provocandosi una lussazione della spalla destra. Quando arrivo all’ospedale c’era già molta gente, lo sguardo fisso a quelle finestre – “ma è la prima, dove c’è quella serranda sollevata…”; e ancora: “ma è vero che si affaccia per salutare” – persone che tenevano in mano la coroncina del rosario, mentre silenziosa, dopo l’inevitabile curiosità della domanda, prendeva corpo la preghiera rivolta al Signore.

C’è poi quella volta che, rivolgendosi alle persone presenti sul piazzale, se ne esce con queste parole: “non vi voglio più vedere qui”. Un modo per dire che non avrebbe più voluto affacciarsi da quella finestra del decimo piano, meglio piazza San Pietro, o la piazzetta della cittadina dei Castelli romani.

Invece dal Gemelli tornerà ad affacciarsi molte altre volte. Al valore salvifico della sofferenza dedica una Lettera apostolica, 1984, e dieci anni più tardi, 22 maggio 1984, di ritorno da un altro ricovro al Gemelli dirà all’Angelus che c’è un Vangelo “superiore”, il “Vangelo della sofferenza”.

Quei ricoveri, per lui, come per Jorge Mario Bergoglio, erano un modo per stringersi ancor di più con le persone sofferenti, con malati anziani e giovani, come i bambini del reparto di oncologia pediatrica, ospitati nel reparto accanto alla sua stanza. Sempre aveva trovato il modo, e il tempo, di stare un po’ con loro, in tutti i ricoveri. Una volta, una mamma di uno dei bambini che il Papa aveva incontrato, mi raggiunge in quella collina – c’è chi aveva voluto ribattezzare quello spazio, occupato da noi giornalisti, fotografi e operatori televisivi: la “collina dei corvi” – e timidamente si avvicina per consegnarmi un disegno, molto semplice, che il figlio aveva realizzato dopo il saluto del Papa. Lo aveva ritratto con la veste bianca, chinato sul letto di un bambino: “può farlo avere al Papa” mi dice.

In occasione di un altro ricovero, un artista, un volto noto della televisione, di cui non faccio il nome, mi invita a salire da lui, e mi chiede di poter andare a visitare il Papa: vorrei farlo sorridere un po’, mi dice; vorrei poterlo salutare per pochi istanti. Siamo nel febbraio del 2005, il primo dei due ricoveri di quell’anno. Balbetto una risposta di circostanza, ben sapendo che sarà impossibile assecondare questa sua richiesta. Comunque, riesco a avvicinare il segretario del Papa, monsignor Stanislao Dziwisz e gli sottopongo il desiderio dell’artista. Il suo sorriso è molto più eloquente di tante parole e mi preparo per portare, subito dopo il collegamento con il telegiornale, la risposta negativa a chi mi aveva fatto la richiesta. Non faccio in tempo a liberarmi del microfono e dell’auricolare, strumenti necessari per il servizio televisivo, che squilla il mio telefono. Ovvio il no alla richiesta, ma avrei potuto consegnare a nome del Papa una coroncina del rosario con il suo stemma, e dirgli che Giovanni Paolo II aveva gradito il pensiero, e avrebbe pregato per la sua pronta guarigione.

 

 

 

 

 

 

 

 
 
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