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l'analisi
 

Fare famiglia senza passare dalle nozze, ecco la realtà italiana

07/07/2016  Il direttore del Centro studi famiglia commenta il rapporto del Censis sul calo costante delle nozze: «Ormai si è affermata l’idea di fare famiglia senza passare dal matrimonio». E spiega: «La famiglia è solo lodata a parole ma nessuno, dalla politica alle istituzioni, fa concretamente qualcosa per aiutare chi si sposa. Anzi, in certe situazioni come il fisco conviene di più non essere sposati o separarsi ad hoc»

I dati Istat commentati dal Censis nel documento Non mi sposo più confermano una situazione di forte crisi del matrimonio anche nel nostro Paese. Se è la Francia ad aver inventato il “démariage”, qualche anno fa, espressione che rimanda all’idea di “fare famiglia senza passare dal matrimonio”, oggi l’Italia sembra avere imboccato la stessa strada. Lo stesso titolo del documento, più che una provocazione, appare una oggettiva descrizione della realtà attuale.

Il numero dei matrimoni continua a calare, in modo costante; l’età del prima matrimonio si innalza sempre di più, sia per gli uomini che per le donne, e cresce il numero di giovani che escono dalla propria famiglia di origine non per sposarsi, ma al massimo per “andare a vivere insieme” al proprio partner – o anche per andare a vivere da solo.   In questo cambiamento, un altro elemento radicalmente nuovo riguarda la nascita del figlio, che fino a pochi anni fa “doveva” in qualche modo avvenire all’interno di una coppia regolarmente sposata, soprattutto per dare più protezione e cittadinanza al bambino. In effetti erano molte le coppie conviventi che decidevano di sposarsi all’arrivo del bambino. Oggi non è più così; da un lato è pressoché scomparso –giustamente e finalmente – lo stigma e lo svantaggio per i “figli di NN”, anche grazie a mutamenti legislativi. Dall’altro, però, anche rispetto alle nuove generazioni il matrimonio sembra proprio  non servire a niente: non aggiunge niente alla verità della relazione di coppia (“a cosa serve quel pezzo di carta, se ci vogliamo bene?”), e non serve nemmeno a dare ai bambini maggiore garanzie (di stabilità, di regolazione giuridica, di definizione delle responsabilità dei genitori).

«In certe situazioni paradossalmente conviene non essere sposati»

Che dire poi del matrimonio religioso? Le proiezioni proposte dal Censis in merito – queste sì, un po’ provocatoriamente radicalizzate – parlano del sorpasso dei matrimoni civili su quelli religiosi entro il 2020, e soprattutto segnalano che «se il trend degli ultimi vent’anni si reiterasse nel futuro prossimo, nel 2031 non sarebbe celebrato un solo matrimonio religioso: niente sposi nelle chiese sul suolo italiano». In effetti è il matrimonio celebrato in chiesa ad essere in grave diminuzione, in sintonia con una altrettanto costante diminuzione della pratica religiosa da parte del mondo cattolico. Ma a questa crisi non corrisponde affatto una crescita corrispondente dei matrimoni celebrati civilmente. Ci si sposa di meno, semplicemente, non solo in chiesa, ma un po’ dappertutto.  

Del resto, al di là delle retoriche o altisonanti affermazioni che lodano la famiglia come il più importante ammortizzatore sociale del nostro Paese, in concreto ben poco fa la società, la politica, la pubblica amministrazione, per sostenere concretamente chi vuole fare famiglia. Anzi, in molte situazioni “conviene” di più non essere sposati, o addirittura separarsi – magari anche fittiziamente, “ai soli fini fiscali”, si potrebbe dire. È la politica per prima ad aver ricacciato la famiglia nella privatizzazione, cancellando l’idea che l’amore tra l’uomo e la donna, facendo famiglia, oltre che costruire il proprio progetto personale di vita, costruisce anche il bene comune, e innesca quindi un’alleanza tra sposi e società, di cui il matrimonio è l’emergenza visibile. Non è la coppia a fuggire dalla propria responsabilità pubblica, scegliendo di non sposarsi: è la società che perde l’occasione di confermare a due giovani che la loro famiglia è un valore per tutti, nella vita sociale, e non solo nel chiuso delle pareti domestiche.  

Ma in fondo anche la politica è figlia della cultura e degli atteggiamenti diffusi, e non possiamo aspettarci troppo. E la cultura contemporanea è quella della liquidità delle relazioni, del rifiuto degli impegni formalizzati, dell’idea che la felicità si trova nel non avere vincoli,  e non nel trovare quel legame che ti sosterrà per tutta la vita. Così, trent’anni fa un giovane di 25 anni che annunciava il proprio matrimonio si sentiva dire, praticamente da tutti: «Auguri!» e forse anche… «e figli maschi». Oggi, invece, quanto volte lo stesso ragazzo, a 25 anni si sentirà dire: «Ma sei sicuro? Ma chi te lo fa fare? Ma prima prova… E se poi non va bene?».  
Di chi è allora la responsabilità, se i nostri giovani non hanno il coraggio della promessa matrimoniale, se nel nostro Paese non nascono più bambini? Serve una riflessione seria, per non diventare un Paese senza speranza di futuro.  

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