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venerdì 28 febbraio 2020
 
Siria
 

Fare il parroco ad Aleppo, oggi

11/11/2014  Fra' Ibrahim Alsabagh, 43 anni, sta per prendere servizio come parroco ad Aleppo, la città-martire della guerra civile in Siria. Ecco come prepara la sua missione. La situazione dei cristiani siriani.

Una bambina di Aleppo tra le macerie della sua casa (Reuters).
Una bambina di Aleppo tra le macerie della sua casa (Reuters).

“Vado ad Aleppo senza risposte. Mi considero un padre per la comunità che mi viene affidata e vado per condividere con la mia gente le sofferenze. Parto da povero chiedendo a Gesù le risposte per essere il riflesso della sua tenerezza”. Fra’ Ibrahim Alsabagh è un giovane frate minore di 43 anni. Il 23 novembre prenderà ufficialmente servizio come nuovo parroco della parrocchia latina di Aleppo dedicata a San Francesco d’Assisi. In Siria i francescani sono presenti dal tredicesimo secolo, ma la loro testimonianza di pace e di bene che per secoli si è inserita in un contesto sociale di convivenza pacifica tra oltre venti etnie e gruppi religiosi differenti, oggi è diventata un martirio, nel senso letterale del termine: la testimonianza di una perseveranza nonostante tutto, in particolare nonostante la realtà che parla di guerra, distruzione, morti, odio che alimenta altro odio.

Ha lo sguardo profondo, da uomo d’Oriente, fra’ Ibrahim. Originario di Damasco, è sacerdote da dieci anni. E’ stato animatore vocazionale, poi vice direttore di una scuola cattolica in Giordania, parroco a Gerico e nei giorni scorsi ha ottenuto la Licenza in Teologia dogmatica a Roma. Nel frattempo gira l’Italia per raccontare la drammatica situazione dei cristiani di Siria. Tra le sue tappe, nei giorni scorsi è stato a Grosseto, invitato dal vescovo locale, il francescano Rodolfo Cetoloni, legato da intensi e continui rapporti con la Terra Santa e il Medio Oriente. Il religioso ha trascorso un’intera mattinata tra gli studenti del liceo e della scuola media paritari gestiti dalla Diocesi, poi la Messa nella Cattedrale e l’incontro pubblico con la popolazione di Grosseto. “Una luce per la Siria”, è stato lo slogan scelto per la giornata di testimonianza e chi ha ascoltato dalla voce di fra’ Ibrahim il dramma dei cristiani di Aleppo ha avuto la netta percezione del buio che, in ogni senso, ha coperto come una coltre quella regione del medioriente.

Padre Ibrahim, a pochi giorni dal suo ingresso come parroco della comunità latina di Aleppo, in un territorio martoriato da una guerra terribile, che cosa porta dentro di sé?

“Porto tanta amarezza nel cuore, la stessa di tutto il popolo siriano e dei miei familiari, che ancora oggi vivono a Damasco. Porto la tristezza di vedere un Paese bello come la Siria, prospero, culturalmente vivace, devastato dalla guerra. Si sono create distanze che prima non esistevano, perché si è sempre vissuto la diversità nella libertà e nel rispetto. Ma porto con me anche la fede e la speranza: sono i messaggi che ci arrivano da Papa Francesco! Vado ad Aleppo confidando che questa guerra abbia fine il prima possibile e si possa pensare alla ricostruzione. Vado da frate francescano, preceduto da tanti confratelli che dal XIII secolo sono in Siria, Libano, in tutto il Medio Oriente e in tutta la Custodia di Terra Santa, per assistere questa buona gente, che soffre e non sa perché, ma vive la sofferenza con fede trasformando il dolore in una preghiera”.

Lei va a fare il parroco in una realtà nella quale oggi non sappiamo neppure quanti cristiani sono rimasti: difficile censire i cristiani in Siria, sembra in atto una diaspora provocata dall’Isis.

“E’ così, purtroppo. Non sappiamo quante famiglie sono rimaste, non solo ad Aleppo, ma anche a Damasco, non ci sono cifre, però sappiamo che ci sono tante famiglie povere, che per mancanza di mezzi non hanno potuto spostarsi, e che sperano qualcosa dalla Chiesa”.

Ad agosto lei è stato ad Aleppo per un primo contatto con la comunità cattolica: qual è stato l’impatto?

“Già prima di partire, quando i superiori mi hanno chiesto questo servizio dicendomi che c’era gente che aveva bisogno, ho iniziato subito a sentire una grande compassione e tenerezza verso questi fratelli che mi erano già cari, pur non conoscendoli. Ho capito la compassione di Gesù, narrata nel Vangelo, di fronte alle folle spossate e spaesate come pecore senza il loro pastore. E ho pensato anche all’Incarnazione. E’ la missione di noi religiosi: immergersi con tutti noi stessi nella realtà che ci è data, partecipando al dolore della gente. I cristiani sono forti, coraggiosi, hanno scelto di non rispondere con la violenza alla violenza: è come se il tanto male che viviamo abbia purificato gli animi, raffinato le coscienze. E di questo rendo grazie a Dio, perché è un dono su cui lavorare, per non far vincere la disperazione, la paura, l’odio. Ad Aleppo ho visto tanti ragazzi, giovani, famiglie, anziani che sperano qualcosa di più e che continuano a vivere il dolore con uno sguardo di fede e con tanta preghiera. Nella parrocchia abbiamo otto gruppi, che continuano a radunarsi nonostante tutto e nonostante manchino spesso anche le condizioni minime per stare insieme”.

La situazione, però, è drammatica: la paura delle bombe, l’assenza o la carenza di risorse… Come reagisce la Chiesa a tanta sofferenza?

“La nostra comunità è rimasta uno dei pochi punti di riferimento e di speranza per tanti bisogni spirituali e materiali della gente. Siamo mezzi per manifestare la tenerezza di Dio, la presenza di Lui come pastore. Cerchiamo di aiutare tutti senza distinzioni, finché possiamo perché le nostre risorse iniziano ad essere davvero limitate. Ad Aleppo la corrente elettrica c’è solo per un’ora al giorno, non funzionano più i frigoriferi, la carne viene consumata una volta ogni due mesi, se va bene. Per un lungo periodo è mancata l’acqua potabile e la gente ha potuto rifornirsi grazie al pozzo del nostro convento, attivato con un generatore. Ho visto giovani alzarsi alle 3 del mattino, attingere acqua, portarla nelle case e alle 9 andare all’Università. I ragazzi studiano alla luce di una candela. Hanno studiato anche in estate quando le scuole sono chiuse, per essere pronti a sostenere gli esami quando sarà possibile. La situazione è davvero drammatica: Aleppo è una città divisa in due, una parte in mano ai ribelli, l’altra controllata dall’esercito regolare, ci sono check point ad ogni angolo, la mattina si esce di casa senza avere la minima certezza di farvi rientro la sera. Anche la spesa si fa in fretta per la paura. E intanto i prezzi sono andati alle stelle”.

I cristiani di Siria non sono abituati alle persecuzioni , c’è stata una convivenza pacifica per secoli.

“Questa amarezza c’è sia nel cuore dei cristiani che dei musulmani moderati. Purtroppo questa tristezza, a causa di una guerra lunga e logorante, si sta trasformando in chiusura e in allontanamento dal dialogo. Ecco perché come Chiesa cattolica è importante offrire segni di riconciliazione: la nostra parrocchia non aiuta solo i cattolici, ma tutti, come abbiamo sempre fatto, così come cerchiamo un po’ di incoraggiare il dialogo, l’apertura, sperando che la pace arrivi anche con chi oggi non vuole dialogare”.

La comunità internazionale forse non sta dando l’aiuto che servirebbe, lasciando ad esempio alla Siria di tornare a fare la Siria?

“L’appello primario è ai Paesi stanno facendo la guerra sul terreno siriano: aiutate la Siria a riprendere il cammino. Il nostro Paese è stato l’esempio di come si può convivere nella diversità, vorremmo tornare a quel momento. Quando la guerra finirà ci sarà da ricostruire le persone. E’ questo l’interrogativo più grosso: su quale uomo, su quale famiglia si fonderà il Paese nel futuro? La nostra sfida oggi è dare speranza: quante persone ho visto distrutte dentro, nonostante siano vive… . Ciò di cui ringrazio il Signore è di aver potuto vedere coi miei occhi la fede dei cristiani, che nonostante ogni giorno rischino la vita, non rinunciano alla pratica religiosa. Alla Messa mattutina delle 7 ci sono sempre non meno di 60-70 persone e così la sera. Ho visto ragazzini venire a servire all’altare prima di andare a scuola. L’Isis fa paura, genera terrore, ma ho visto persone che non vogliono arrendersi alle bombe, seppure siano state distrutte chiese, aziende che producevano latte per bambini e medicinali, così come 750mila abitazioni che hanno generato oltre un milione e mezzo di persone senza un tetto. Ho visto coi miei occhi famiglie dormire nei parchi pubblici, con tutti i rischi che ne derivano. Ci si lanciano missili da zona a zona della città, tra persone che prima vivevano in pace… quando vengono a mancare i missili si lanciano anche le bombole del gas. E anche i bambini diventano strumento di questa guerra terribile. In parrocchia ho visto tanti giovani divenuti esperti nel soffrire…. Facciamo gli incontri alla luce di una pila e quando finiscono gli occhi dei ragazzi sono gonfi e stanchi. A Damasco alcuni mesi fa hanno tirato una bomba dentro la migliore scuola cattolica al mattino presto, quando c’è il momento del raduno: 50 ragazzi feriti, alcuni gravemente, due di loro sono morti. Ad Aleppo hanno distrutto il nostro centro di catechismo, nella succursale della parrocchia, dove fino a pochi minuti prima c’erano dentro 150 bambini che frequentavano il doposcuola. Qualcuno si è insospettito per un’auto parcheggiata proprio accanto all’edificio. Un mio confratello ha avuto la prontezza di evacuare l’edificio e rimandare i ragazzi a casa: cinque minuti dopo l’auto è saltata in aria. Sarebbe stata una strage. Vengono bombardati in modo mirato scuole, ospedali, luoghi di lavoro per paralizzare il futuro del Paese. Ci sono bambini che si svegliano di notte in preda ad attacchi di panico…. Questa è la realtà in cui viviamo e a pagare sono soprattutto i più deboli. Non lasciateci soli, i bisogni che dobbiamo affrontare sono molto più grandi di noi”.

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Tensioni, rapimento, angoscia, speranza cristiana: interviene il Custode di Terra Santa
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