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giovedì 02 dicembre 2021
 
 

Farhia, 22 anni, tre vite alle spalle

20/06/2012  Fuggono dalla Somalia e dall'Etiopia, scappano da guerra, povertà, discriminazioni contro le donne. Nella Giornata mondiale del rifugiato, la storia di una di loro aiutata da Intersos.

Un gruppo di donne compila i moduli di registrazione in uno dei campi profughi allestiti nello Yemen. Tutte le foto di questo serviizo, a partire da quella di copertina, sono dell'Ong Intersos.
Un gruppo di donne compila i moduli di registrazione in uno dei campi profughi allestiti nello Yemen. Tutte le foto di questo serviizo, a partire da quella di copertina, sono dell'Ong Intersos.

Farhia è una somala di 22 anni, ma sembra aver vissuto già tre vite diverse. Quando aveva 14 anni, suo padre la costrinse a sposare un uomo di 50 anni. A 17 aveva già 3 figli, il più piccolo dei quali - di appena un anno - è morto per la malnutrizione e una diarrea acuta.

A un certo punto, disperata, tenta di scappare da casa, ma come già accaduto altre volte viene fermata dai parenti e riportata dal marito. Reclusa in casa, Farhia minaccia di suicidarsi se non ottiene il divorzio. Dopo mesi, il marito accetta di divorziare, ma la caccia senza dare nulla che serva per far vivere lei e i figli. Completamente sola e impaurita, nel 2011 decide di lasciare la Somalia ed emigrare alla ricerca di un futuro migliore in Yemen prima e in Arabia Saudita, poi, dove le avevano raccontato che avrebbe potuto fare la domestica, guadagnando fino a 300 dollari in un mese, cosa che le avrebbe consentito di mantenere a distanza i figli.

Il suo primo impatto con lo Yemen è il campo profughi di Kharaz, dove arriva dopo un viaggio in mare. Kharaz è una grande distesa dove vivono 17.000 persone, tra somali ed etiopi, scappati dalla fame e dalla guerra. Si ritrovano in luogo desertico e difficile, accampati in tende o in ripari di fortuna tirati su con teli e arbusti o, ancora, in casette di muratura e metallo. Per i nuovi arrivati l’attesa di una sistemazione in costruzioni di mattoni è di due anni. Si vive senza elettricità in un clima torrido, le agenzie delle Nazioni Unite e le ong distribuiscono cibo e acqua. Sono centinaia le donne somale arrivate sole e vittime di violenze. Le misere condizioni di vita e la paura le rendono alquanto aggressive. Molte di esse arrivano a strapparsi i vestiti e a ferirsi per richiamare l’attenzione e chiedere aiuto.

Farhia ancora sconvolta e spaventata, lascia il campo con alcune persone da cui accetta un passaggio fino a Basateen, uno slum nell'area urbana di Aden. Queste persone, però, si rivelano essere trafficanti di esseri umani e la tengono prigioniera per più di tre settimane. E' costretta a prostituirsi. La minacciano di denunciarla alla polizia se non si rassegna. Mentre si trova in strada riesce a contattare dei rifugiati somali del suo clan, che dopo trattative con i malviventi riescono a salvarla. Farhia è libera ma si ritrova senza nessun aiuto per le strade di Basateen. «Mi riusciva difficilissimo mendicare del cibo o un riparo», ricorda oggi. «Io vengo da una famiglia somala rispettabile; la vergogna era immensa».

Un'immagine del campo profughi di Kharaz, nello Yemen.
Un'immagine del campo profughi di Kharaz, nello Yemen.

Dopo diversi giorni di elemosina in strada, finalmente conosce una donna somala del suo villaggio d'origine che le offre ospitalità. La situazione dello Yemen, impoverito da una grave crisi economica e da violenti scontri politici, non aiuta le donne in cerca di lavoro. La forte disoccupazione e la povertà dilagante rendono sempre più difficile la sopravvivenza dei rifugiati. Dopo quattro mesi alla ricerca disperata di lavoro, Farhia ora lavora come cameriera e vive con un gruppo di ragazze somale che la ospitano in casa con loro. Dopo violenze e disperazione, Farhia ha trovato comprensione e stabilità: «Io sono stata molto più fortunata di tanti altri rifugiati che non sono in grado di trovare un lavoro o qualcuno che li aiuti».

Le donne rifugiate in Yemen,  racconta, hanno solo tre strade. «La prima», spiega, «è quella di sposarsi soltanto per sistemarsi; questi matrimoni, però, in genere non durano così le donne tornano sole, spesso con dei figli a carico. La seconda opzione è quella di cercare di recarsi in Arabia Saudita esponendosi ai rischi che si corrono al confine, penso in particolar modo alle violenze sessuali. La terza scelta è quella di praticare l'accattonaggio e la prostituzione». Oggi Fahria riesce a inviare ai due figli rimasti con i nonni in Somalia parte del suo stipendio ed è rispettata dalla comunità. Spera ancora di poter andare in Arabia Saudita.

La storia di Fahria, riuscita a sopravvivere, fotografa le tappe di un viaggio che troppo spesso si trasforma in incubo. Traffico di esseri umani, prostituzione forzata, povertà estrema, violenze familiari e traumi psicologici: ecco le minacce che affrontano le donne rifugiate in Yemen, in fuga dalla Somalia e dall'Etiopia. Nei Drop in Center di Aden e Basateen, centri di accoglienza e protezione dell'Organizzazione non governativa italiana Intersos, le operatrici umanitarie incontrano decine di donne che raccontano di dure esperienze, di ferite psicologiche e fisiche. A loro e ai loro bambini assicurano assistenza, supporto sociale e legale, sostegno economico per poter acquistare cibo e medicine. Spiragli di speranza che rendono meno fosco il quadro dei rifugiati proprio nella Giornata mondiale, il 20 giugno, a loro dedicata.

 
 
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