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lunedì 22 luglio 2024
 
 

Farinelli: si vuole distruggere un luogo di libertà

26/04/2013 

Finisce che uno alla crisi non ci crede. Il cinema piange, il cinema non tira più, il cinema sta morendo, eccetera. Ma quando capita di trovare sale che funzionano, allora ci si può ricredere: c’è anche qualche isola felice, molto felice. Come la Cineteca nazionale di Bologna che non conosce momenti di difficoltà. E, allora, è proprio al suo direttore, Gian Luca Farinelli, che chiediamo dove stia questa crisi, se è davvero un fenomeno chiaro o se, al contrario, non è altro che un luogo comune. La sua Cineteca può anche proporre film difficili da vedere, e la sala è sempre piena. Ma si tratta di un’isola nel deserto. «No, no, non scherziamo. La crisi c’è e si sente», ammette Farinelli. «Innanzitutto, la si sente al botteghino, che va male perché dalla fine degli anni Settanta è in atto una strategia per fare a pezzi un luogo di straordinaria libertà, il cinematografo, e un’arte, quella del cinema, che si era anche dimostrata scomoda, perché consentiva agli intellettuali di raccontare a una grande platea le cose come stavano per davvero, influenzando i cambiamenti della società in senso morale». Una crisi, dunque, che parte da lontano? «Dalla fine degli anni Settanta il cinema in tutte le sue istituzioni è stato manomesso. Oggi ne vediamo i risultati: molte sale sono state chiuse; sui cosiddetti multiplex è stata effettuata una politica demenziale; la maggior parte dei centri storici non ha più sale, e questo significa mettere a disagio chi vuole uscire per andare a vedere uno spettacolo. Inoltre, siamo l’unico Paese europeo senza formazione nelle scuole, l’unica nazione dove c’è la maggiore disattenzione sul tema della pirateria, altro problema enorme. Pare che solo i cinesi siano più bravi di noi nel piratare il cinema. Alla fine di questo percorso, è normale che il cinema italiano vada molto peggio degli altri Paesi europei. Senza fare paragoni con la Francia che ha fatto più di tutti gli altri, anche Germania e Inghilterra, che erano dietro a noi negli anni Settanta, oggi ci superano e di parecchio». Cosa bisogna fare? «Adesso siamo al collasso e la situazione è totalmente fuori controllo. Per riprenderci, ci vorranno parecchi anni. D’altra parte, è una storia che si ripete: il cinema italiano era morto già alla fine della prima guerra mondiale. Prima dello scoppio del conflitto, infatti, la nostra cinematografia era tra le più importanti del mondo. A causa della Grande guerra e degli interessi politici che ne derivarono ne uscì a pezzi. Infatti, negli anni Venti vennero prodotti pochissimi film. Con l’avvento del sonoro, e con l’attenzione “interessata”, di Mussolini, il fascismo comincia a investire sul cinema e piano piano riparte. Ma i risultati di questa rinascita si sono visti solo dopo molti anni, e grazie alla fine del fascismo stesso. Oggi, la traversata nel deserto è ancora lunga». Diminuire il costo del biglietto può servire? «Mah. Il costo del biglietto è relativo. Ormai tutte le sale fanno sconti molto forti e il prezzo medio è basso, addirittura il più basso d’Europa. E poi non dimentichiamo che la politica degli sconti nelle sale c’è già. Quella dei prezzi fa parte di una politica più generale ma non rappresenta il problema centrale. Però sono anche convinto che il cinema resti sempre nel cuore degli italiani. Non sarà facile far morire una storia così bella».

 
 
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