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Ferrara: "Lasciare? dipende dal contesto"

24/06/2013 

- Giuliano Ferrara, quando arriva il momento di dimettersi? Qual è il confine da non valicare? L’errore di un politico diventa anche una questione etica? Prendiamo il caso del ministro Idem…

«Questo è un caso in cui entro certi limiti bisogna essere relativisti, perché in politica le violazioni dell’etica sono sottoposte a giudizio popolare. Allora, il giudizio della coscienza è, come dire, ausiliario perché la politica vive del giudizio popolare, vive della sovranità di chi esercita un potere rappresentativo. Io, per esempio, trovo che sia una costruzione enfatica quella che potrebbe portare alle dimissioni di Josefa Idem. Ne capisco la necessità ma capisco anche il cinismo di una scelta di questo genere. La Idem è chiaramente una brava persona; magari avrà fatto un errore cercando un piccolo vantaggio fiscale ma…»

- Ma non è grave?

«No, non è grave. Certo… anch’io… mi dispiacerebbe molto di incorrere consapevolmente in una cosa di questo genere… però mi rendo conto, come chiunque abbia da fare un 740, che ci sono tante voci che un errore può succedere. È successo tante persone. Il problema è: non sei in regola o hai evaso le tasse? Questo è il discrimine. È vero, a voler forzare le cose uno che non è in regola con l’Imu…»

- Soprattutto di questi tempi…

«Però, per questo dico che bisogna essere relativisti nel giudizio etico. Perché questioni come queste vengono affrontate in politica in modo relativo: relativo ai tempi, alla situazione dell’opinione pubblica, alle esigenze dei partiti».

- Cioè, siamo al famoso contesto…

«Sì, purtroppo è così. Dopo di che, diciamolo, non muore nessuno se il ministro si dimette. Molto peggio è lo psicodramma; quello sì che rovina le persone: una forma di condanna sociale, la gogna, la mediatizzazione. Insomma, io penso che non sia una cosa così decisiva per la credibilità di un ministro, però mi rendo conto che la si possa pensare differentemente».

- A livello di umore popolare, resta il fatto che gli italiani dicono dei politi: ecco, non si dimettono mai…

«Lo so; guardi, in tempi non sospetti, nel 1981 non soltanto mi dimisi dal consiglio comunale di Torino perché ruppi col Pci ma di fronte alla richiesta, corale, di ritiro delle dimissioni io, invece, le confermai. Io penso che ci si debba dimettere sempre quando si cambia un’opinione, o quando si cambia un riferimento all’elettorato che ti ha mandato in un’assemblea rappresentativa. Insomma, non si va in giro con le macchie sulla camicia. Ma lo dico con una certa indulgenza, perché chiunque può commettere degli errori. Anch’io potrei farne… beh, sì, certo, a mio vantaggio, ma anche a mio svantaggio e chi giudica il mondo sulla base di queste cose fa un grave errore. Anche in altri Paesi civilissimi si sbaglia da questo punto di vista, come in America quando si scopre che un ministro della Giustizia aveva pagato i contributi sbagliati alla domestica spagnola»…

- Eh già, degli errorini. Come quando si copia la tesi universitaria...

«Beh, questo è più grave».

- Ah, però. Allora facciamo delle gradazioni, delle differenze…

«È per questo che dico che è tutto relativo. Bah, non mi appassiona l’idea di trucidare moralmente e politicamente una persona perché si è intestata come prima casa dei locali in cui in realtà aveva una palestra. Sono piccole elusioni, risparmi fiscali. Spesso quelli che fanno così sono i più irreprensibili. Fanno così proprio perché in fondo le tasse le pagano. Mentre poi c’è chi non le paga per niente. Allora: ci ribelliamo per gli scontrini a Cortina, tutti che vogliamo riformare Equitalia e cacciare il povero Befera e poi facciamo dimettere la Idem? Non mi torna».

- Insomma, non è vero che la moglie di Cesare deve essere pura e immacolata…

«No, lo deve essere, per lo meno dò giudizi contraddittori però contemporaneamente bisogna, appunto, vedere il contesto. Su queste stupidaggini sono relativista».

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