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giovedì 06 agosto 2020
 
 

Torino, Genova, Firenze, i vescovi: «Più unità e coesione sociale»

24/06/2016  Le omelie di monsignor Cesare Nosiglia, del cardinale Angelo Bagnasco e del cardinale Giuseppe Betori in occasione della festa del patrono san Giovanni evidenziano i problemi delle tre città

Tre grandi città unite nella festa del santo patrono. Il 24 giugno la Chiesa fa memoria di Giovanni Battista, “precursore del Signore” e “testimone della verità”. Tanti sono i comuni italiani, da Nord a Sud, nei quali questa figura, vissuta alle origini del cristianesimo eppure tuttora attualissima, viene celebrata con solennità particolare. Tra le grandi città spiccano Torino, Genova e Firenze. Nei tre capoluoghi la festa di san Giovanni è, da sempre, occasione di confronto tra Chiesa, istituzioni e cittadini. E' un momento di riflessione, in cui tracciare il bilancio di un anno e fissare alcuni obiettivi per il successivo. E' celebrazione religiosa, ma è anche festa civile e popolare, che unisce ai riti cattolici le antichissime tradizioni legate alla fertilità della terra, in uno tra i giorni più lunghi e luminosi dell'anno, vicinissimo al solstizio d'estate. Ma non si tratta certo di una ricorrenza sempre uguale a se stessa. I fatti contingenti e gli accadimenti del presente giocano un ruolo decisivo. Quest'anno, in un tempo di forte instabilità politica, all'indomani del referendum che ha sancito l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea, gli Arcivescovi di Torino, Genova e Firenze hanno voluto, seppur da punti di vista diversi, lanciare un deciso appello all'unità e alla coesione sociale.

Monsignor Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino. Foto Ansa.
Monsignor Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino. Foto Ansa.

TORINO, NON FARSI VINCERE DA STANCHEZZA E DA SCORAGGIAMENTO


«Nel nostro tempo» ha esordito l'arcivescovo del capoluogo piemontese, monsignor Cesare Nosiglia, durante l'omelia della Messa celebrata in Duomo «viviamo giorno per giorno la sensazione che il mondo che abbiamo costruito con sacrificio e impegno puntando sui beni materiali e sull'esaltazione del proprio io a scapito di tutti e di tutto, stia crollando e subentri la stanchezza e lo scoraggiamento perché ciò che possiamo fare ci sembra così poco rispetto all'entità di problemi che si devono affrontare, come quello del lavoro, della casa, della formazione e dell'accoglienza». Spesso, per difendersi, ci si costruisce attorno una corazza di apparenze: «il look, un certo telefonino, l'appartenenza a quel “giro”».

Ma il Battista, con la sua predicazione e soprattutto con la sua esperienza, ci riporta alla radice più autentica del vivere: «sa che il suo compito è di predicare una povertà che è il presupposto essenziale, il primo passo verso la libertà vera. Una povertà di costumi e stili di vita, e una povertà di spirito: quella di chi non si crede autosufficiente, né padrone del mondo, ma debitore a tanti altri oltre che a Dio di quello che è e che fa». Sintetizzando il contenuto della lettera “Mio fratello abita qui”, indirizzata alla città proprio in occasione della festa di san Giovanni, il presule ha richiamato l'attenzione su grandi e cogenti temi sociali, come la formazione dei giovani, costretti a confrontarsi con un mercato che pretende grande flessibilità ma non è in grado di fornire garanzie economiche, il lavoro, il “sociale” come risorsa.

Quest'anno, a Torino, la festa di San Giovanni cade in un momenti di grandi cambiamenti. Dopo 23 anni di governo del Centrosinistra (gli ultimi cinque sotto la guida del sindaco Piero Fassino), il ballottaggio di domenica 19 giugno ha decretato un brusco cambio di rotta, con la vittoria della giovane Chiara Appendino, esponente del Movimento 5 Stelle. Al termine della Messa l'Arcivescovo ha voluto rivolgere «un vivo ringraziamento all’onorevole Piero Fassino e al già assessore ai servizi sociali, Elide Tisi, per la fruttuosa collaborazione che abbiamo realizzato in questi anni, in diversi ambiti di comune lavoro per la Città e i suoi abitanti».

D'altra parte, ha indirizzato «un cordiale saluto alla nuova Sindaca, ed anche un augurio e una preghiera per una pronta guarigione». Appendino infatti non ha potuto prendere parte alla celebrazione, perché bloccata dall'influenza.

Il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova. Foto Ansa.
Il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova. Foto Ansa.

GENOVA, CHIAMARE BENE IL BENE E MALE IL MALE

  


Analoga preoccupazione per il destino di una società sempre più disgregata e puntiforme si ritrova nell'omelia pronunciata dal cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, durante la celebrazione nella cattedrale di san Lorenzo. «L’umanità» ha detto il Cardinale «oggi è spaesata perché illudendosi che il nuovo sia di per sé migliore del passato, taglia le radici alla ricerca di esperienze, valori, visioni, comportamenti diversi. Ognuno si ritrova norma a se stesso, criterio di bene e di male con l’illusione di essere autonomo mentre è schiavo di sensazioni, passioni, individualismi solitari e ciò giustifica ogni legge. Tale spaesamento genera l’incertezza che si respira nel modo di pensare diffuso: se non esiste più qualcosa di valido per sempre, un ideale nobile per cui vale vivere e sacrificarsi, allora tutto diventa possibile, equivalente, incerto, consegnato all’attimo fuggente o all’ultima sensazione forte».

Ben diversa invece la testimonianza che il Battista ci ha lasciato: «non ha avuto riguardo per il re Erode, non ha avuto paura del potente di turno. Semplicemente ha parlato e ha detto ciò che Erode non voleva sentire. Ha parlato e ha pagato con la vita. Oggi molti direbbero che è stato intransigente, rigido, imprudente: poteva dire, non fare, dire diversamente, non sbattere in faccia al re, davanti a tutti, la verità di Dio. Oggi spesso si pensa così». E' invece proprio il coraggio a fare del Battista un personaggio attuale, dalla forza dirompente: «ha servito il suo re con il primo e fondamentale atto d’amore: quello di condurre nella via della verità, che è la vita e la via della felicità vera. Lo ha servito con la prima opera di misericordia, calare il velo della menzogna e accompagnare nella terra della verità dando un nome alle cose, chiamando bene il bene e male il male».

Il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze. Foto Ansa.
Il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze. Foto Ansa.

FIRENZE, UN NUOVO UMANESIMO E' POSSIBILE


L'arcivescovo di Firenze, il cardinale Giuseppe Betori, ha tracciato, nella sua omelia, il profilo di una città ideale, nella quale nessuno possa dirsi straniero.
E' un sogno che chiede grandi energie, in un'epoca segnata da paure (ben visibili, a vari livelli, nelle scelte degli elettori) e dal riesplodere di tendenze xenofobe mai del tutto sopite. «Sogno un nuovo umanesimo fiorentino, un costante cammino di umanizzazione, cui servono memoria, coraggio, sana e umana utopia» ha detto il cardinale, sulla scorta delle parole pronunciate dal Pontefice per il conferimento del premio Carlo Magno. «Sogno una Firenze giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno una Firenze che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno una Firenze che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto».

E ancora: «Sogno una Firenze in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno una Firenze dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile». Il cardinale Betori ha inoltre lanciato un appello perché il capoluogo toscano non ceda alla tentazione di «scindersi in un duplice volto: la città dei turisti, da cui pur dipende parte considerevole della vita economica, e la città della gente, che rischia di sentirsi espropriata della propria patria, che fatica a sopportare i disagi della modernizzazione e i segni di deterioramento, in alcuni casi anche di imbarbarimento, così difficili da controllare». Ancora una volta, dunque, il richiamo all'unità: «vanno ricostruite le condizioni che permettano di vivere al tessuto minuto della società fiorentina, come pure dobbiamo pensare che chi viene da fuori non esaurisca la sua presenza tra noi tra shopping e selfies, ma gli venga fornito l’alfabeto per poter leggere la nostra bellezza».

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