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Giovani protagonisti dal Brasile al Polo Nord

20/10/2014  Il Festival ha proposto due pellicole straniere di qualità con protagonisti adolescenti: Trash, ambientato nelle favelas brasiliane, e Il mio amico Nanuk, tra i ghiacci dell'Artico.

Trash
Trash

Dopo una partenza un po' in sordina, il Festival di Roma ha ingranato grazie alla qualità di due pellicole presentate in sezioni distinte della rassegna ma con un elemento forte in comune: l’attenzione a quella delicata fase di crescita che è il passaggio nell’adolescenza.  La prima storia è quella firmata dal regista britannico Stephen Daldry, famoso per il commovente film Billy Elliot, che in Trash (letteralmente, spazzatura) segue le disavventure di tre ragazzini di strada abituati a sbarcare il lunario frugando tra le montagne di rifiuti della gigantesca discarica contigua alla favela dove vivono, ai margini della babelica Rio de Janeiro. Il guaio è che una mattina pescano in un portafoglio abbandonato la prova di una gigantesca trama delinquenziale, che coinvolge politici corruttori e poliziotti sadici. Sarà l’inizio di una caccia all’uomo, anzi al bambino da cui i malcapitati verranno fuori grazie a un anziano ex detenuto politico e a un missionario statunitense ormai quasi allo sconforto (il bravo Martin Sheen). Un thriller a sfondo umanitario dal sapore dickensiano,  che non darà lustro al nuovo Brasile ma certo merita di essere visto.  Nei cinema dal 27 novembre          

L’altra piacevole sorpresa batte bandiera italiana dal punto di vista produttivo (grazie a Medusa) ed è per metà italiana e per metà canadese sul piano artistico: a firmare a quattro mani Il mio amico Nanuk sono infatti il documentarista Brando Quilici (figlio del grande Folco Quilici, anche lui autore di reportage di successo per Discovery Channel e il  National Geographic) nonché il regista Roger Spottiswoode (suoi blockbuster come Air America, 007 Il domani non muore mai, Sotto tiro). A unirli dietro la cinepresa l’amore sconfinato per il mare e in particolare per le distese ghiacciate dell’Artico. "Quello che viene chiamato pak non è un deserto freddo e privo di vita", spiega Quilici, 54 anni e un figlio di 21, Corso, che sta seguendo le orme di famiglia. "In primavera milioni e milioni di mammiferi marini, di uccelli, di orsi bianchi prendono possesso di quell’oasi così preziosa per l’equilibrio del pianeta e perciò anche per la vita dell’uomo. Me ne ero reso conto anni fa, girando una bellissima serie andata poi in onda su Discovery Channel. Su quei ghiacci, ho immaginato la storia di un tredicenne alla ricerca di sé stesso, che è poi diventata un romanzo. Il sogno era di farne un film dal respiro epico, come quello delle storie di Jack London. Ed è diventato realtà con l’aiuto dell’amico Roger Spottiswoode".

                                                               

Il mio amico Nanuk
Il mio amico Nanuk

In effetti, Il mio amico Nanuk è una meravigliosa avventura di crescita. Un po’ Zanna Bianca e un po’ Torna a casa Lassie ma con un taglio moderno, più asciutto, capace perciò di piacere ai ragazzi scafati di oggi ma anche ai loro genitori. Insomma, una volta tanto un film adatto a tutta la famiglia, grazie anche a bravi  interpreti dai volti assai noti: il giovane protagonista è Dakota Goyo (già visto in Real Steel e in Noah), la madre apprensiva è Bridget Moynahan (con Will Smith in Io, Robot) e l’amico mezzo inuit che li salverà è Goran Visnjic (attore croato noto per aver interpretato il dottor Luka Kovac nella serie E.R.).  "A convincermi però sono state la bellezza del copione che Brando Quilici aveva scritto con Hugh Hudson, la possibilità di ritrovare le mie radici canadesi e soprattutto un elemento tanto unico quanto inaspettato", confessa Spottiswoode. "Mai si era fatto un film che avesse come protagonista un cucciolo di orso bianco. Perché il giovane Luke sfida la banchisa polare per salvare il cucciolo Nanuk dalla cattività riportandolo alla sua mamma. Ma come spiegare a un candido orsacchiotto peloso di 22 chili che cosa doveva fare? Anche se sul set avevamo il miglior addestratore del mondo, Mark Dumas, non era possibile istruire quel cucciolo così piccolo. Il primo giorno abbiamo perciò lasciato che bambino e orsetto si annusassero, facessero conoscenza, entrassero in confidenza. Quando, il giorno dopo, li abbiamo visti giocare insieme sulla neve, abbiamo capito che qualcosa era scattato. Avevamo trovato i nostri protagonisti". 

Ciò non vuol dire che poi le riprese siano state tutte rose e fiori. <Ci siamo dovuti adattare ai ritmi del piccolo orso: frenetico al mattino e poi più tranquillo dopo aver mangiato e fatto un riposino>>, spiega Spottiswoode. "Ho capito che avremmo fatto un grande film quando abbiamo girato una delle scene più difficili: Luke doveva cadere dalla motoslitta finendo nelle acque gelate. Ma non sapevamo come Nanuk avrebbe reagito. Abbiamo girato la scena dal vero, pur col medico pronto per ogni evenienza. Vedendo il ragazzo in acqua, l’orsachiotto si è agitato: saltava, correva poi si è messo a tirarlo su col muso e le zampe. Quando è salito sul pak, Nanuk lo ha leccato, coperto di baci e poi abbracciato con le zampotte per scaldarlo. Una scena indimenticabile, che lascerà gli spettatori a bocca aperta". 

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