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Figli di un dio minore anche per l’Inps

01/08/2013  Un gruppo di parlamentari e due associazioni di tutela dei diritti (Asgi e Avvocati per Niente) denunciano il comportamento dell’ente previdenziale che non presta assistenza agli immigrati invalidi. Nonostante le sentenze.

«Il comportamento dell'Inps è inaccettabile e non può più essere tollerato». Un giudizio netto, è quello che l’Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) e un gruppo bipartisan di senatori, capitanati da Laura Puppato (Pd), danno sul nostro istituto per la previdenza sociale.

Il motivo? Nonostante la Corte Costituzionale abbia sancito da tempo l’illegalità di questa pratica, l’Inps continua a negare le sue prestazioni assistenziali (pensioni, indennità di accompagnamento) agli stranieri invalidi o disabili regolarmente in possesso di un “solo” permesso di soggiorno. A suo dire, è necessario quello di lungo periodo, la vecchia carta di soggiorno, valida cinque anni e molto più difficile da ottenere. Peccato che la richiesta discrimini tutti gli altri e rischi di colpire due volte questi cittadini: prima perché disabili, poi perché stranieri.

È il concetto che la Corte Costituzionale va ripetendo da quattro anni, in particolare per i minori. Con la legge del 1990, il legislatore aveva previsto che l’indennità mensile per bambini e ragazzi invalidi civili, oppure sordomuti o ciechi, in stato di bisogno e con difficoltà a svolgere i compiti e le funzioni dell’età, fosse un diritto in caso di permesso di soggiorno di un solo anno.

Nel 2000, tuttavia, la Finanziaria aveva ridotto il beneficio solo alle persone con carta di soggiorno. Ma nel 2009 la prima sentenza della Corte Costituzionale ha mostrato come la restrizione fosse scorretta perché negava un aiuto inserito nel quadro dei diritti fondamentali della persona: dalla tutela dell’infanzia e della salute alla salvaguardia delle condizioni accettabili di vita e all’esigenza di agevolare la futura  inclusione sociale e lavorativa del minore disabile.

Da allora, una lunga serie di sentenze ha ribadito il concetto. L’ultima è del 12 luglio di quest’anno: il Tribunale di Pavia ha accolto il ricorso presentato da una mamma salvadoregna in rappresentanza del figlio disabile e da Asgi e “Avvocati per Niente”. Il giudice, riconoscendo ancora una volta il carattere collettivamente discriminatorio e anticostituzionale dell’Inps, ha addirittura ordinato all’ente previdenziale di aggiornare immediatamente il proprio sito internet, togliendo il requisito incriminato.

Eppure, ciò non è avvenuto. Da qui l’interrogazione ai Ministri per l’Integrazione, Kyenge, e del Lavoro e delle Politiche sociali, Giovannini, da parte di un gruppo di senatori Pd, Scelta Civica, M5S e Sel  (Puppato, Scalia, Albano, Ricchiuti, Spilabotte, Pezzopane, Ichino, Lo Giudice, Orellana, Stefano, Pagliari, Bertuzzi, Cuomo, Padua).

Chiedono ai Ministri di «attivarsi per una rapida e definitiva risoluzione della problematica» e ricordano come, oltre alla giurisprudenza nazionale, tale pratica violi anche la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, adottata il 13 dicembre 2006 a New York, e la Convenzione Oil (Organizzazione Internazionale del Lavoro) del 1975, secondo la quale “quando il cittadino straniero abbia superato legittimamente l'ostacolo dell'ottenimento del permesso di soggiorno per lavoro, la sua condizione diventa in tutto e per tutto pari a quella del cittadino italiano o di altro Paese comunitario”.

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