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lunedì 08 agosto 2022
 
Genitori
 

"Figlio mio lontano, papà non ti ha dimenticato"

14/10/2015  Paolo Loro è il papà di Davide, un bambino nato in Italia e poi portato via dalla madre in Russia. Malgrado le sentenze a suo favore non riesce più a vederlo. La sua storia è simile a quella di migliaia di altri padri, riuniti nell'associazione "Figli sottratti" che hanno ispirato il recente film "La prima luce" con Riccardo Scamarcio.

Ha qualche foto del suo bambino? «Certo. Guardi qui. E poi qui. È bello, vero?». Paolo Loro, manager di una società americana che fino a ora si era sforzato di raccontare la sua storia così dolorosa nel modo più neutro possibile, lascia il posto al papà orgoglioso quando prende il cellulare e mostra alcune foto che lo ritraggono insieme a suo figlio. Sono tutto ciò che ha di Davide, 4 anni, oltre la metà dei quali trascorsi in Russia con la madre che, da quando è tornata nel suo Paese, fa di tutto per cancellarlo dalla sua vita. La storia di Paolo è quella di migliaia di padri italiani che, dopo la separazione dalla madre straniera dei loro figli, combattono per poterli rivedere. Sono migliaia, ma di loro non si parla, anche perché sono abbandonati dallo Stato.
 
Lo fa adesso La prima luce, il film di Vincenzo Marra presentato alla Mostra di Venezia e ora nelle sale, ispirato a storie come quelle di Paolo, che si somigliano tutte. Iniziano con un grande amore. «Io e Dania siamo andati a vivere insieme e il 27 luglio del 2011 è nato Davide». Per entrambi è il primo figlio. Ma già sei mesi dopo il rapporto nella coppia ha iniziato a incrinarsi, fino alla decisione della donna di trasferirsi dalla madre, anche lei residente in Italia. «Fin da subito ho avuto molti problemi per vedere Davide: quando andavo a casa loro mi chiudevano a chiave perché avevano paura che scappassi con il bambino. Così mi sono rivolto al Tribunale dei minori e ho ottenuto l’affidamento condiviso». 


Ma il 5 gennaio 2013 Paolo riceve un Sms da un numero sconosciuto: «Ciao, siamo andati in Russia. Non mi cercare. Dania». Il manager fa denuncia ai carabinieri che avviano delle indagini, senza però approdare a nulla. «La convenzione dell’Aja tutela i diritti dei genitori nei casi come il mio, ma la Russia non l’ha ratificata. Inoltre, in questi casi in Italia si parla solo di sottrazione di minore, mentre nella maggior parte degli altri Paesi scatta il rapimento, un reato molto più grave». E così a Paolo non resta che rivolgersi a un investigatore privato che rintraccia Davide, con la mamma e la nonna, a Mosca. 
Il passo successivo è il ricorso al Tribunale russo che ribadisce quanto già stabilito dal giudice italiano: il papà ha diritto all’affidamento condiviso, pagando com’è giusto il mantenimento. Tutto risolto? Niente affatto. «La mia ex compagna si è sempre rifiutata di farmi vedere il bambino e al telefono si rivolge a me solo in russo, lei che parla perfettamente l’italiano, con un marcato accento romano». Anche nel film la madre del bambino conteso si rifiuta di parlare in italiano. «Tutto ciò che ha a che fare con i padri, lingua compresa, deve essere cancellato». 

Così, a dicembre dello scorso anno Paolo con i suoi avvocati è volato a Mosca e, accompagnato dalla polizia russa, si è presentato nella nuova casa di Davide. «Ci ha aperto la porta la nonna che, nonostante i poliziotti, si è rifiutata di farci vedere il bambino fino a quando non fosse tornata dal lavoro la madre. Dopo dieci ore d’attesa, finalmente ho rivisto Davide. All’inizio non voleva giocare con me, chissà cosa deve avergli detto lei sul mio conto, poi però ho iniziato a parlare un po’ in russo, mi sono ricordato che gli piacciono le bolle di sapone, e così ho potuto tenerlo in braccio e stare con lui per mezz’ora, con la madre accanto e quattro poliziotti fuori dalla porta».

Da allora ci sono stati un altro paio di incontri e poi, da gennaio, più nulla. «Il giudice russo dice che la mia proposta di vedere il bambino una volta al mese non va bene. Ora presenteremo una nuova istanza, ma intanto il tempo passa e il bambino continua a crescere senza il suo papà». 
Paolo fa parte dell’Associazione “Figli sottratti” (www.figlisottratti.it) che offre assistenza legale e psicologica, oltre al supporto di traduttori, a chi condivide il suo dramma. «Il fondatore, Paolo Pozza, ha ottenuto il rimpatrio delle due figlie dalla Polonia, un Paese della Ue. Eppure, quando ha tentato di rivederle, è stato addirittura arrestato. Io non demordo anche perché ho i mezzi economici per continuare questa battaglia. Ma molti altri papà hanno rinunciato per sempre ai loro bambini. Tornare a casa, non vedere più tuo figlio e non sapere dove si trovi. Scoprire che magari ora vive in Brasile e che hai pochissime possibilità di rivederlo e di stare con lui. Sono esperienze che ti devastano la vita».

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