logo san paolo
giovedì 09 dicembre 2021
 
 

Figlio unico o unicità del figlio?

01/12/2011  Ogni figlio è “unico”. Ovvero impegnato in una relazione specifica e irripetibile (e delicatissima) con i propri genitori, anche quando vi è la presenza di fratelli e sorelle.

Viviamo in una società che diviene sempre più povera, le risorse appaiono a rischio di catastrofica estinzione, l’immaginario collettivo (e individuale) è traumatizzato da una realtà saturante, intrisa di precarietà, ma portatrice di modelli e modi di essere fortemente adesivi perché, in quanto precostituiti, si propongono come rassicuranti.

Modelli che vengono somministrati seduttivamente, anticipando e riducendo la possibilità della costruzione di un immaginario soggettivo e transizionale, lungo un percorso di passaggi e trasformazioni graduali, verso il raggiungimento del necessario compromesso tra desiderio e realtà.

In questo contesto, il desiderio di generatività sembra “smarrirsi” in un tempo di esitazione che non trova sufficiente sostegno e protezione, poiché smarrite e non raccolte sono le emozioni che rimandano a un incontro con il proprio antico infantile.

La filiazione tocca profondamente la questione del femminile, che riguarda ogni persona, e il legame tra maschile e femminile nella coppia. Se nella coppia non c’è una sufficiente coniugazione tra tenerezza e passione, sarà arduo abbandonarsi alla necessaria regressione, alla propria vulnerabilità, luogo di cure che evocano inermità e totale dipendenza.

“Abbandonarsi” richiede la sicurezza di “ritrovarsi”. Il desiderio si ritirerà nella rinuncia, di fronte a un immaginario esigente e mortificato, e di fronte a una realtà esterna crudele e abbandonica.

Desiderio e paura del futuro si confondono indistintamente, sono persi i punti di riferimento per la paura di vivere senza aiuto. Può essere un’estrema, distorta misura di protezione verso un figlio non-nato?

La rinuncia, consapevole o no, è comunque luttuosa perché è la rinuncia all’espressione di una parte dell’umano che cercherà altre vie di continuità della vita e di creatività, che a volte sono sane e benefiche, mentre a volte prendono la via di scarica di una sofferenza impensabile. Sul quotidiano La Repubblica del 23 novembre 2011 compare un articolo dal titolo: “Il sorpasso del figlio unico”.

Riporta il dato Istat della maggioranza in Italia delle «famiglie verticali»: padre, madre e un solo figlio, «una metamorfosi di massa, dove il ritratto del figlio unico si polverizza e moltiplica per migliaia di figli unici, che in qualche modo poi diventano, anche, fratelli». Ma già dal 2007, in Francia, si segnalava un fenomeno più restrittivo. L’Institut national d’études démographiques prevedeva che entro il 2010 il modello familiare più diffuso sarebbe stato quello di una madre sola che alleva un figlio unico. Il numero di famiglie organizzate sul vecchio modello diminuisce e crescono le “nuove famiglie”: famiglie che non sono legate dal matrimonio, quelle in cui c’è un solo genitore, quelle ricostituite, quelle con partner dello stesso genere. Sono situazioni nuove che richiedono riflessione, nuove teorie e modelli di comprensione, oltre che la necessaria regolazione istituzionale.

Una ricerca sociologica fatta in Spagna alcuni anni fa ha comparato i dati delle psicopatologie che colpiscono giovani appartenenti a famiglie tradizionali con quelle che si manifestano in giovani provenienti da famiglie atipiche, le “nuove famiglie”.
La conclusione, molto semplice, è che tra configurazione della famiglia e “rischio” di psicopatologia non c’è una significativa correlazione. Ciò che conta, invece, è la “qualità delle relazioni” che si stabilisce nel nucleo familiare.

È ciò che riscontro nella mia pratica quotidiana di psicoanalista, dove incontro pazienti di varia età portati da una sofferenza sempre “singolare”, ma accomunati da difficoltà relazionali e da sentimenti di povertà e minaccia alla propria esistenza. Sono portati, soprattutto, dalla mortificazione di sé e dal non-nato, affinché possano rivitalizzarsi e nascere nell’incontro.
Questa richiesta implicita di ricevere attenzione, da parte del paziente come dal figlio che nasce, rivendica la necessità di separatezza e asimmetria tra analista e paziente, così come tra genitore e bambino.

Ogni figlio è “unico”, e avvierà una relazione specifica con l’ambiente psicofisico che trova. E se vale il concetto di Winnicott in base a cui non esiste “bambino senza la madre”, i nuovi modelli che si sono aggiunti alle teorie psicoanalitiche classiche ci dicono che il neonato è dotato di una “competenza relazionale propria”, teso intenzionalmente alla ricerca di un contatto affettivo capace di restituire organizzazione e senso alle primitive percezioni sensoriali.

Il neonato è un vero e proprio partner attivo nelle interazioni con l’adulto: ha la capacità di iniziare l’interazione, di rispondere se è l’adulto a impegnarlo in un rapporto, ma ha anche la capacità di rifiutare l’interazione, evitandola, se è proposta in maniera non adeguata alle sue capacità e alle sue esigenze emozionali.

Il neonato nasce già socius alla ricerca di appartenenza affettivo-relazionale, dotato di una primaria potenzialità di incontrarsi con altri, di avere quelle relazioni che sole consentiranno al suo “Io” di crescere realmente.

La madre che prepara la culla si predispone come contenitore mentale per raccogliere i frutti delle esperienze relazionali che costruiranno insieme. Predisponendosi, mette nella culla anche quelli che Faimberg chiama “fantasmi nella nursery”: il Sé adulto, nel momento in cui fa un’esperienza genitoriale è guidato dall’esperienza del tipo di accudimento ricevuto che viene riattivato nelle relazioni con i propri figli.

La Fraiberg propone che queste storie di “fantasmi nella nursery” siano legate al destino particolare cui possono andare incontro gli affetti infantili: quando si ha un libero accesso alle sofferenze del passato si crea un potente deterrente contro il rischio di una ripetizione delle qualità genitoriali, mentre l’isolamento e la repressione di tali sentimenti aprirebbe la strada a “l’identificazione con l’aggressore”.

Sono stati compiuti molti studi sull’ordine di nascita e sulla posizione del figlio unico, che mettono in particolare evidenza lo stereotipo di “personalità narcisistica”, oscillante tra sicura affermazione di sé e passiva sottomissione.
Ma di quale narcisismo si tratta? Se vogliamo capire che posto può avere, o che posto verrà assegnato a un figlio, dobbiamo chiederci quale sia lo scenario (fantasmatico e reale) in cui nasce, se e come viene perseverato nel tempo, senza trasformazioni, nel “triangolo genitoriale” da cui ha origine. Quale fantasia di gravidanza e di parto ha la madre, come è compartecipata nella coppia? Quale rilevanza ha per la madre il sesso del figlio, incontrato nella realtà del suo corpo? Perché un figlio resta l’unico, e quando lo “sapranno”?

Come partner in un gioco teatrale, i genitori sogneranno quel posto e con i figli lo rappresenteranno nella realtà. E potranno rappresentarlo collusivamente e vischiosamente, oppure con la libertà di lasciarsi reciprocamente modificare, per far posto a nuove nascite di sé, lasciando entrare nuove funzioni, nuovi personaggi, nuove e complesse capacità di relazioni affettive ed emozionali. L’esperienza relazionale diventa intrapsichica e questa diventa relazionale, seppure sempre in modo oscillatorio, e con il contributo di tutto il gruppo. Dice un detto esquimese, che «l’insieme dei sogni in una notte nello stesso igloo è considerato come un solo discorso tenuto dalla collettività attraverso ciascuno dei suoi membri».

Marco è un bambino di 10 anni. I genitori lavorano insieme nella scuola di tennis che il padre ha avviato, dopo aver rinunciato alla sua carriera di tennista. È una “impresa familiare” in cui lui è allenatore, lei gestisce la contabilità.
La madre ha però allentato la sua presenza nella scuola da quando è nata una seconda figlia, Mara, che oggi ha due anni, verso la quale Marco è tollerante e protettivo, sebbene lei sia un tipetto invadente, incontenibile.
Portatore di un talento innato, Marco è allievo nella scuola del padre da sempre, con risultati eccellenti. Ma alle soglie di una partita in cui è destinato a essere “campioncino”, si paralizza sul campo; tremando, lascia cadere la racchetta.

I genitori, preoccupati per il suo cedimento, si dichiarano rassegnati a rinunciare, e a lasciare Marco libero di decidere se abbandonare o meno l’agonismo, se non fosse che Marco cede anche nell’apprendimento scolastico ed è un bambino timido, vittima delle angherie bullistiche dei compagni, a cui non sa rispondere.

La timidezza di Marco e il suo lamento di vittima appaiono “caratteri” tollerabili finché non c’è il crollo, un’interruzione che “impressiona” e mobilita una richiesta di aiuto la quale fa spazio alla possibilità di dire qualcosa dei “fatti”. Il fatto è che, da quando è nata Mara, il padre si è spostato a dormire nella stanza del figlio, e la madre, invece, dorme nel lettone con la bambina, che dorme solo se abbracciata a lei. Ma ci vorrà del tempo, prima che i genitori lo rivelino, come se svelassero inconsapevolmente il segreto vergognoso dell’“uso” dei figli come oggetto consolatorio, nella confusione dei bisogni tra adulto e bambino.

Padre e madre dividono sé stessi e i figli: Marco è ceduto al padre, Mara è la compagna della madre. Realizzano così una configurazione aggregata per similarità di genere e per indifferenziazione delle generazioni.

Cosa mi “impressiona” di Marco, nell’interezza del nostro primo incontro? Marco, timidamente, sussurra sottovoce l’elenco delle angherie bullistiche. Mi devo avvicinare per capire ciò che dice, ma mentre mi accosto fisicamente “mi sposta” mentalmente: prende un foglio e disegna un grande pesce, gonfio ma piatto e solitario, da cui escono bollicine-fumetto che restano vuote. È immobile e senz’acqua attorno. Cosa mettiamo nei fumetti? Niente, il pesce è muto. Mi impressiona la capacità creativa con cui sa comunicarmi l’immaginario di un mondo diviso in due, in cui vedo una competenza a osservare come gli vanno le cose nella vita.

Da una parte, c’è il bullismo: la pretesa di superiorità e dominio con provocatoria arroganza e violenza, ma che contiene confusamente anche il bisogno di riconoscimento e affermazione del diritto alla vita. Dall’altra, c’è l’inermità, che non trova difese e protezione adeguate, ma che è anche attratta dal rifugio sicuro dell’immobile passività, per evitare dolorosi conflitti.

È una comunicazione da fare sottovoce, come capita a chi ha paura, perché sta “denunciando” un’organizzazione esterna, che è anche la propria interna. E questo avviene nell’incertezza tra tradimento e tentativo di salvezza, dimostrando che il cambiamento è sempre difficile da realizzare; avviene nel dubbio della slealtà verso un ideale che non si sa di chi sia.

Marco è “pesce fuor d’acqua” che non ha strumenti per fronteggiare ondate di sensazioni ed emozioni forti. Sensazioni da far tremare il corpo, sul campo da tennis, così come nel campo della vita. Senza un adeguato contenimento mentale, non trovano allenamento e capacità gestionale, cosicché restano zone mute, vuote di significato e conoscenza. E perciò devono essere totalmente espulse nel bullismo esterno.

È un modello di divisione che si ripete con la nascita della sorella, esibendo a Marco, osservatore partecipe e non neutrale, lo scenario di una maternità dormiente in un’unità chiusa, mentre Mara è sveglia e “bulletto” invasore spadroneggiante. E tuttavia invasore tollerato dal fratello, da bravo bambino primogenito che cerca di guadagnarsi una quota di utile nell’impresa familiare. E quale sarà stata la sua com-partecipazione a quell’esperienza?

Ma la sorella-bulletto è anche potenziale alleato, perché gli offre il rispecchiamento di qualcosa che resta muto dentro di sé, cioè il bisogno di libertà d’esplorazione, che con Mara si manifesta come occupazione di territori altrui.

“Complice” identificato con questo elemento-invasore, ambigua istanza di libertà, Marco fa un gesto di sfida e occupa la mente dei genitori, con l’effetto di una bomba che scoppia. Non bisogna sottovalutare, infatti, la potenza distruttiva del “cedimento”, che colpisce l’impresa familiare ma anche lui stesso. L’interruzione rende visibile uno stato di crisi, che esplode in un momento di passaggio avvertito da Marco (che si prepara alla partita cruciale del cambiamento pubertario), come impasse indecidibile. Marco si ferma, ma si fermeranno anche i suoi genitori, e con il tempo, sarà possibile portare ordine nella confusione dei ruoli e prestare attenzione a una sofferenza depressiva, luttuosa e silente, e a un modello relazionale improntato alla discontinuità, con insufficiente attenzione alle conseguenze emotive degli eventi e degli scambi.

 La sfida si compie con un atto dimissionario che sospende il destino di eroe salvatore nel “sogno dell’igloo”: e richiama tutto il familiare a una revisione. È un richiamo a un’originaria mancanza, come il grido del neonato. L’atto di Marco è un’autospogliazione rivelatrice: “il re è nudo”, è un sé-pesce a rischio di asfissia. Mette a nudo l’impronta di un accudimento psicofisico che non ha dato una sufficiente “base narcisistica” del valore di sé, nella sua totalità e nell’unità di corpo e mente, nei talenti innati e in quelli da far nascere.

Bloccato e impedito dall’assenza di speranza nell’aiuto a revisionare l’impronta di base, il bisogno di nutrimento relazionale si intride di protesta espulsiva e piena di odio, e si mostra in modo disperato.

Bion ci avverte che «sentimenti di odio sono diretti verso tutte le emozioni e contro la realtà esterna che li provoca. Il passo è breve, dall’odio verso le emozioni, all’odio verso la vita stessa ».

E lo mostra bene un film di Suzanne Bier del 2010, In un mondo migliore. Siamo richiamati, però, anche a considerare la necessità dell’odio, come rimarcato da Winnicott: «L’odio è necessario affinché il soggetto sia separabile dall’oggetto altro da sé, distrutto in fantasia e costituito all’esterno dal soggetto».

Ma ci vuole qualcuno che si accorga della qualità vitale dell’odio, che aiuti ad allenarlo e fermi il circolo di una restituzione non trasformata, che fomenta la rappresaglia. E se Mara non fosse nata? L’esperienza della nascita è implicita nel proprio esser nati e nell’accudimento psicofisico originario. Registrata in un “luogo interno” a cui tornare e da ricercare, dove si incontra l’immaginario che l’insieme delle esperienze ha raccolto, dà forma a una sorta di preconcezione della nascita, che riunisce vulnerabilità e responsabilità genitoriale, il patto fondamentale con la vita.

 Ancora un altro film viene in mente qui, American Life di Sam Mendes (2009), che rappresenta il viaggio di una coppia in attesa di un figlio, alla ricerca di un posto per la loro nuova vita. Metafora di separazioni e incontri, il viaggio riporterà al posto delle origini: luogo di calma, ma non isolato, scenario di una attesa di vita sostenibile, con speranza di orizzonti aperti al futuro. Se vogliamo ricorrere agli autori “specializzati”, Bion parla di preconcezione7 dell’esistenza dei fratelli, idea innata in attesa di una sua realizzazione.

Del resto, Marco non è anche fratello a sé stesso non-nato, in attesa di poter vivere anche emozioni-squalo, come la storia di Caino e Abele insegna, se li pensiamo come personaggi interni necessari a regolare l’amore e l’odio?

Se si riconoscono come elementi contrastanti con cui negoziare, con l’aiuto di un padre e di una madre, ingaggiati, di certo, a un duro “lavoro”. Il bambino è in vigile osservazione dell’adulto, con avido desiderio di conoscere la verità della vita, nei tempi e con i dosaggi che la sua esperienza ha reso digeribili. Vuole sapere e avere contatto con le emozioni e i sentimenti autentici degli adulti, osservando comportamenti e toni, con curiosità esplorativa. Domande fondamentali diventano via via più esplicite: «Chi sono io, chi sono per voi, chi siete per me? Mi riconoscete?».

Punta emergente di un insieme di interrogativi sul senso del vivere, per i quali non sempre ci sono le “parole per dirlo” in forma diretta.

 Il bambino (e l’adolescente), tanto più privato di una mappa per esplorare, fa azioni parlanti, parla con il corpo, anche quando ha acquisito il linguaggio, evento che gradualmente lo renderà capace di dare dei nomi alle sue azioni e al suo “sentire”, con l’aiuto dell’ambiente.

Il bambino deprivato della base narcisistica del riconoscimento del suo bisogno relazionale e degli aggiornamenti della mappa è un bambino in balia di incantesimi che trasportano verso soluzioni magiche, che costruiscono la falsa illusione di poter essere tutto, coprendo la verità di sentirsi poco o niente.

Oppure, si ferma, per richiamare uno sguardo che veda l’autentico valore di cui è portatore, nella sua unicità e interezza. Ogni figlio nato porta il suo totale potenziale contributo creativo alla famiglia. I genitori hanno bisogno di qualcosa da parte di ogni figlio, qualcosa che è una creazione individuale del bambino. Mancando il riconoscimento di ciò, cito Winnicott, «i genitori perderanno coraggio e resteranno con una impalcatura familiare disabitata o falsamente viva, o in contrasto con le naturali forze emotive tendenti alla costruzione e all’integrazione».

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo