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Filantropia questa sconosciuta

27/10/2013  L'agenda Sant'Egidio apre a Roma una due giorni sulla cultura del dono. L'Italia fa difficoltà a "gustare" l'idea del dare agli altri.

«Mi bastano 15 minuti per raccontare l’importanza del donare in economia». L’economista ceco Thomas Sedlacek, definito dalla Yale university una delle cinque menti più brillanti del mondo, incanta gli ascoltatori spiegando perché, nel capitalismo, il dono sia uno dei pilastri fondamentali perché l'economia non crolli. «Dono e perdono hanno la stessa radice e la preghiera dovrebbe essere come quella cristiana: “Perdona coloro che sono in debito con noi”, ma nel 2008 la preghiera a Wall Street è stata il contrario: “Stato perdona il nostro debito così come noi non perdoniamo il debito degli altri”. E così il grande debito delle banche è stato pagato, ma nessun mutuo delle famiglie è stato cancellato. È questo che non funziona: si creano ingiustizie e scompensi economici».
Sedlacek è uno dei principali relatori del Forum italiano della Filantropia. “Ricchezza contro povertà” organizzato da Agenda S. Egidio, la Onlus  fondata nel luglio 2009 a Roma da Maite Bulgari. Il primo evento organizzato dall'Agenda, al quale hanno partecipato anche Andrea Riccardi e il cardinale Gianfranco Ravasi, vuole aprire un confronto internazionale tra filantropi, opinion leader e studiosi sulla “cultura del dono”, e sull’impatto di questa sulla coesione sociale e su una più equa distribuzione del benessere in Italia e nel mondo. Secondo i dati presentati nella splendida cornice della Sala Raffaello, all’interno die Musei Vaticani, l’Italia è solo al 57esimo posto nella classifica mondiale del Worl Giving Index 2012 che misura la propensione alle donazioni di tutti i Paesi del mondo. Eppure il sistema fiscale delle detrazioni sarebbe più vantaggioso persino di quello statunitense. Dalle testimonianze raccolte da Eurisko su un campione rappresentativo di 20 grandi filantropi italiani e stranieri è risultato che in Italia è più critica l’immagine della ricchezza e chi dona, di solito lo fa per farsi “perdonare” qualche comportamento eticamente scorretto. All’estero, invece, prevale l’idea della “restituzione” alla società di quanto si è avuto ed emerge un più alto senso civico verso la comunità cui si appartiene. In Italia la scelta filantropica, quando non c’è nulla da farsi “perdonare” viene vissuta come una scelta personale, talvolta solitaria, a cui è bene non dare troppa visibilità per evitare critiche e interpretazioni “dietrologiche”. 
A questo proposito, Maite Bulgari, ha sottolineato l’importanza del «diffondere la cultura del dono parlando delle attività filantropiche. Ciò è fondamentale perché porta a creare atteggiamenti emulativi e raccogliere fondi».   
«La filantropia», ha concluso Carol Civita, della Victor Civita Foundation, Brasile, «è desiderare. Desiderare qualcosa di migliore per chi ci sta attorno. Ricordandosi che nessuno può dare da solo, nessuno deve dare da solo, e che l’impegno non è nei confronti di una organizzazione, ma di qualcuno, da qualche parte, che ha bisogno di aiuto».

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