logo san paolo
martedì 19 ottobre 2021
 
 

Il calcio al ritmo della Germania

25/05/2013  A Wembley la finale di Champions celebra il modello tedesco. Intorno impazza il valzer degli allenatori, mentre l'Italia si consola con le fantasie del calciomercato.

La sfida di Wembley, 25 maggio 2013, fra due squadre tedesche per la vittoria finale nella Champions League 2012-13, arbitro l’italiano Rizzoli, è un fatto epocale o un mezzo caso? Se il Bayern di Monaco in semifinale ha stritolato (ma adesso nel calcio si dice “asfaltato”) il favoritissimo Barcellona, il Borussia di Dortmund soltanto in extremis si è qualificato sul Real Madrid, andato vicinissimo a rimontare il 4 a 1 subito all’andata in Germania.

Sino a pochi giorni fa il calcio spagnolo era ritenuto il massimo in Europa, e non solo. E parliamo di calcio giocato soprattutto da spagnoli alla spagnola, non di show di assi prelevati in tutto il mondo. Se il Real Madrid insisteva nello stare sempre su un alto standard di gioco e di rendimento, assumendo per la spettacolarizzazione del tutto Mourinho, il Barcellona, zeppo di iberici anzi catalani, col suo gioco tutto passaggini, tutto possesso di palla, tutto Messi quando finalmente si verticalizzava un poco l’azione, sembrava predicare anzi imporre il nuovo vangelo. E il Bayern si era infatti premurato di assumere per la prossima stagione proprio l’allenatore del Barcellona, Guardiola, così che ora la vera domanda, bypassando l’esito della sfida di Wembley, è questa: cosa se ne fa il Bayern, tutto atletismo e palle lunghe, del gioco di Guardiola o, se si vuole, cosa può dare Guardiola al Bayern?
 
Adesso molti scoprono il calcio tedesco, che da oltre mezzo secolo con la sua Nazionale sta nei quartieri altissimi del pallone, e scoprono il Bayern che ha vinto 4 volte la Champions League, 23 volte il titolo tedesco, 15 volte la Coppa di Germania. E tutti scoprono il Borusisa Dorrtmund (1 volta primo in Champions, 8 volte nel campionato tedesco, 3 volte in coppa nazionale). E magari i meglio informati pronosticano il Bayern, più solido e intanto più talentuoso, il Bayern che ha stravinto lo scudetto con 91 punti contro 66 del Borussia Dortmund, anche se nei due confronti diretti di campionato ci sono stati due pareggi per 1 a 1, anche se nella Coppa di Germania (a proposito: finale 2013 il 1° giugno, Stoccarda-Bayern, per il club di Monaco possibilità di triplete – campionato, Champiosn League e Coppa – come l’Inter nel “remoto” 2010) un anno fa il Borussia ha vinto il trofeo sui bavaresi per 5 a 2.
 
Il Borussia (vuol dire Prussia, alla latina) di Dortmund è la Renania o meglio ancora la Vestfalia contro la Baviera, se si vuole il Nord contro il Sud. E’ il giovane (45 anni) Jurgen Klopp contro il vecchio (68) Jupp Heynkes in pensione da fine giugno. E’ in salute finanziaria ritrovata da poco, mentre il Bayern scoppia di opulenza, con un giro di 400 milioni di euro legato a sponsor, marketing, stadio affollato. Il Borussia voleva dire soprattutto Mario Goetze, classe 1992, centrocampista che segna, forse il migliore tedesco in circolazione: con nessun tempismo è stato annunciato il suo passaggio al Bayern dalla prossima stagione. E guarda un po’ Goetze con la caviglia gonfia non gioca la finale di Wembley... E non solo Goeatze imbarazza: anche Lewandowski, il polacco che con quattro gol ha liquidato il Real Madrid, è stato annunciato prossimo attaccante del Bayern, poi c’è stata una mezza ritrattazione, per motivi diciamo di delicatezza sportiva.

Tifando Borussia Dortmund si tifa in qualche modo per il povero contro il ricco, ovviamente stando sempre ai parametri del grasso calcio tedesco che non ha bisogno di denaro arabo o russo: anche se nella bacheca del club ci sono una Champions League, 8 scudetti di cui 2 freschi e consecutivi (2010-11 e 2011-12) e 3 coppe di Germania. Il gioco delle due finaliste è simile, però il Bayern ha un tasso di classe individuale superiore, a cominciare dal portiere Neuer, tedesco come il difensore Lahm capitano della Nazionale, come il centrocampista Shweinsteiger, un fenomeno di rendimento, come gli attaccanti Kroos, Muller e Gomez, mentre francese è Ribery grande sulla fascia e croato è Mandzukic uomo di punta. Goetze e forse anche Lewamdowski mandano in panchina un fuoriclasse come l’olandese Robben e portano a chiedere cosa se ne farà Guardiola di tutta questa gente super, tanto più se arriverà anche dal Brasile Neymar, il Pelè bianco corteggiato anche dal Barcellona.

Nel Borussia Dortmund Marco Reus (seconda punta, classe 1989) è il più forte ora che Goetze ne va. Gli altri sono giocatori relativamente famosi ma assolutamente redditizi. Il gioco è, se possibile, persino più aggressivo e robusto e assatanato e intanto lineare di quello del Bayern. Un gioco che se si vuole ricorda quello dell’Olanda di Cruyff, anni settanta, e per gli archeologhi quello del Grande Torino: un gioco non speciale, non nuovo come il gioco del Barcellona, un gioco che semplicemente contiene ed espande l’essenza del football.

La grande novità per noi italiani è che siamo del tutto disancorati, in chiave di calciomercato, da questi signori, oltre che in chiave di partecipazione dall’evento. Campioni che sono troppo cari, che stanno troppo bene in Germania. Casomai temiamo che il calcio tedesco ci porti via qualche nostro elemento di valore. E con umile fatica riusciamo a ricordarci che in fondo il nostro Toni ha giocato nel Bayern, e col Bayern Trapattoni in panchina ha vinto un titolo tedesco, anche se adesso da quelle parti lo ricordano particolarmente come interprete di uno strepitoso monologo in conferenza stampa, con un tedesco approssimativo ed efficace e però una prestazione “artistica” a cui i rapper germanici si sono ispirati per il loro repertorio.

Carlo Ancelotti, dal Paris Saint Germain al Real Madrid (foto del servizio: Reuters).
Carlo Ancelotti, dal Paris Saint Germain al Real Madrid (foto del servizio: Reuters).

La finale del calcio europeo di club, cioè la partita che decide la Champions League, nello stadio londinese di Wembley, fra due squadre tedesche, il Bayern di Monaco e il Borussia di Dortmund, ha patito e sta patendo concorrenze assortite sul piano dell’interesse: nel senso che si parla soprattutto di allenatori, sulla stura, se si vuole, del profondo cambiamento che proprio il Bayern si accinge ad affrontare. Sì, perché dopo la partitissima chiude con il club Jupp Heynkes, che a 68 anni giura di pensare alla pensione, e arriva Pep Guardiola, lo spagnolo anzi il catalano che ha lasciato il Barcellona portato da lui alla supremazia mondiale e si è regalato, con la moglie e le due figlie, un anno sabbatico a New York. Non c’è nel calcio di oggi nulla di più distante dal calcio “breve” e orizzontale di Guardiola (il quale in Italia ha giocato poco nella Roma e due anni nel Brescia, per fortuna sua senza imparare niente di brutto), che chiama i suoi calciatori, di stazza non eccezionale ed esaltati dall’ex nano Messi, ad un intenso palleggio, che il calcio “lungo” e verticale del Bayern attuale, tutto lanci decisi e atletismo, senza superassi ma senza figli di dei minori.

Guardiola, 42 anni, cambierà se stesso o il Bayern cambierà Guardiola? L’interrogativo è appassionante per taluni, interessante e persino divertente per noi, spettatori di un balletto dei tecnici che una volta dava le sue meglio rappresentazioni in casa nostra. L’Italia senza soldi dà il suo contributo allo show, ma soprattutto per linee interne. Mazzarri che lascia il Napoli per l’Inter tutta da rifare, Allegri che, promosso da Galliani ma bocciato da Berlusconi, il quale gli preferisce Seedorf, un ex in campo amato da tutti ma contestato dai tifosi come allenatore inesperto, non dicono molto alla Wall Street delle panchine.

Meglio sul piano dell’immagine ma anche della programmazione il Napoli che affida un piano lungo a Benitez, lo spagnolo poliglotta lasciato libero dal Chelsea (e, prima, liquidato in fretta dall’Inter). Conte che rimane alla Juventus e Montella che rimane alla Fiorentina sono non notizie. E’ non notizia ma “dice” molto quella di Guidolin che rimane ad Udine, dove lavora in tranquillità e sta bene in pace con il se stesso tenace, competente, civilissimo, magari appassionato più di ciclismo che di calcio, il che non guasta.

Diceva il grande Nereo Rocco che un allenatore è bravo se quanto meno non fa danni. La deificazione del ruolo è cosa che parte da lontano, dagli anni Sessanta del “mago” Helenio Herrera, ma che per ragioni mediatiche ha avuto un enorme incremento ultimamente, anche sul piano dei guadagni. L’allenatore è ormai la faccia del club davanti alle telecamere e ai taccuini dei giornalisti, tocca a lui tenere viva l’attenzione quando non c’è la partita, ma anche durante la partita se ci sono occasioni teatrali di proteste. Si è, grazie anche agli immensi guadagni propiziati da investitori o da sciuponi russi e arabi, creata in Europa una consorteria di allenatori celebri, entrare nel giro è difficile, una volta nel giro si esce soltanto se si fanno errori enormi.

Così ecco che il Real Madrid liquida Mourinho che non ha vinto abbastanza anzi ha patitto troppo l’odiato Barcellona e lo sostituisce con Ancelotti che al Paris Saint Germain ha vinto il facile titolo francese e ha ancora un anno di contratto. A Parigi fanno finta di voler trattenere Ancelotti che ovviamente, se restasse lì, farebbe il suo lavoro senza motivazioni, ma intanto guardano altrove o meglio guardano dentro, perché si pensa a Leonardo che era dirigente del Milan, ha fatto l’allenatore dell’Inter, è tornato dirigente al Psg, potrebbe tornare a fare l’allenatore ri-ripassando dalla scrivania alla panchina.

Il Chelsea prende anzi si riprende Mourinho, vecchio amore. Fuori dal giro resta Mancini, liquidato dal Manchester City, ma adesso va di moda anche l’anno sabbatico, dunque per ora nessun problema. Non esistono ragioni perché Ancelotti faccia bene dove Mourinho ha fallito, e Mourinho dove Benitez ha deluso, ma bisogna cambiare per far sapere che si è vivi e vigili e ricchi, capacissimi di pagare cinque milioni di euro l’anno, esentasse, uno che è bravo soprattutto se gli metti a disposizione i giocatori migliori. Tutto un bluff, una farsa, ha ridda di percentuali di agenti furbissimi alle prese con magnati persino più ambiziosi che scemi.

Edinson Cavani, ormai prossimo a lasciare il Napoli.
Edinson Cavani, ormai prossimo a lasciare il Napoli.

L’alieno che si calasse nel nostro mondo, arrivasse in Italia e sapesse di sport, leggendo i nostri giornali sportivo o leggendo le pagine sportive dei nostri giornali politici si chiederebbe come mai una competizione senza regolamenti ed anche senza regole, senza pubblico fisicamente assemblato intorno ad essa, senza risultati nel senso comune del termine, cioè referti cronometrici o graduatorie di punti, una competizione chiamata calciomercato e fatta soprattutto di fantasie, speranze, voci, sussurri, indiscrezioni, notizie fasulle o taroccate possa togliere quasi tutto lo spazio ad un Giro d’Italia dei ciclisti, alla Formula 1 ed al motociclismo dei piloti, per non dire degli eventi dell’atletica, sbattuta negli angoli delle pagine, e neanche le prime pagine.

E di come e quanto persino una finale di Champions League, grande calcio, patisca di questa situazione, o comunque sia in essa coinvolta e “malmenata”, con perdita di terreno mediatico, almeno presso di noi. Sul nulla di una soffiatina, di una telefonata captata, di una semplice ipotesi, in Italia si costruiscono sui giornali titoli di grossa forza onirica, si agitano le onde radiofoniche, si irradiano dai teleschermi reportage di autentico fantacalcio, per far sognare i tifosi. Le televisioni, e ormai anche quella di stato, hanno rubriche di calciomercato intense, continue.

Dei giocatori, tedeschi e non, impegnati nella sfida di Wembley non uno, comunque, sembra stare nel giro europeo. Casomai ci sono operazioni interne fra le due squadre germaniche, riguardanti Goetze e e Lewamdowski, i due del Bayern destinati al Borussia Dortmumd. Per il resto, i miliardari arabi e russi sembrano intenti a lottare soprattutto sul mercato inglese e francese, mentre la Spagna agisce ancora con il suo (poco) denaro e l’Italia sta a guardare.

Ecco il punto, stiamo a guardare. Non si avventura troppo sui grandi nomi l’Inter, che pure deve ricostruirsi almeno al sessanta per cento: comunque nessuno si aspetta che, come faceva invece una volta, il club nerazzurro intervenga pesantemente sul mercato italiano e straniero. Sta cauto il Milan, nonostante i soldi di Berlusconi, non riprende Kakà (e sarebbe stata una pazzia), ha lasciato andare via Pato e adesso dovrà ovviare ad un grave infortunio di Pazzini.

La Juventus dopo un anno in attesa/ricerca del top player e avere persino frequentato l’idea pazzesca di un ritorno di Ibrahimovic ripiega (un ripiego che comunque non è una resa) su Llorente, spagnolo da Bilbao, abbastanza misterioso e su Higuain argentino non titolare del Real Madrid, nonché su Jovetic generosamente lasciato libero da una Fiorentina che forse non crede ciecamente nel pieno ricupero atletico del giocatore e crede nel pieno recupero (entrambi sono reduci da interventi ai legamenti) di Giuseppe Rossi arrivato dalla Spagna. La Roma del capitali statunitensi sta abbastanza ferma, il Napoli si sta lentamente rassegnando a perdere Cavani, e per sostituirlo pensa a a Dzeko bosniaco non titolare del Manchester City. Cosine insomma di strapaese che spesso riportano alla storiella di quello che vende un gatto per un milione di euro, nel senso che gli danno in cambio due criceti da mezzo milione l’uno.

I pochi soldi significano molti scambi, e prevale insomma l’arte di arrangiarsi. Arte di arrangiarsi che potrebbe avere un risvolto positivo se davvero la carenza di mezzi economici per fare le follie consuete diventasse stimolo per investire sui nostri giovani e insomma farci crescere in casa i giocatori. Smettendo o riducendo anche con l’azione di prelievo tipo razzia su certi mercati stranieri che offrono tanta merce ancora a buon mercato: l’Africa in genere, e poi in Sudamerica l’Argentina, più che il Brasile dove un certo boom economico significa anche la possibilità di trattenere i migliori talenti.

 E la vera novità del prossimo campionato italiano potrebbe essere rappresentata, evviva, non dai giocatori prelevati all’estero con acrobazie economiche e finanziarie, e neanche dall’andirivieni di calciatori già nostri da una squadra all’altra, ma dall’intervento dell’Uefa di Platini (bravo) sul razzismo nel mondo del pallone, argomento scottante proprio in Italia: dieci giornate a chi pecca di razzismo, giocatore come tecnico come dirigente, e squalifica parziale (la curva “brutta e cattiva”) dello stadio alla prima infrazione, squalifica totale (porte chiuse) alla seconda. Era ora, e speriamo che non si cominci a cavillare su tonalità e e contenuti di un “buuu” sempre orrendo, e persino più orrendo che stupido.

I vostri commenti
0
scrivi
 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo
Collection precedente Collection successiva
FAMIGLIA CRISTIANA
€ 104,00 € 0,00 - 11%
CREDERE
€ 88,40 € 57,80 - 35%
MARIA CON TE
€ 52,00 € 39,90 - 23%
CUCITO CREATIVO
€ 64,90 € 43,80 - 33%
FELTRO CREATIVO
€ 23,60 € 18,00 - 24%
AMEN, LA PAROLA CHE SALVA
€ 46,80 € 38,90 - 17%
IL GIORNALINO
€ 117,30 € 91,90 - 22%
BENESSERE
€ 34,80 € 29,90 - 14%
JESUS
€ 70,80 € 60,80 - 14%
GBABY
€ 34,80 € 28,80 - 17%
I LOVE ENGLISH JUNIOR
€ 69,00 € 49,90 - 28%