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sabato 05 dicembre 2020
 
Festa per la fine dell'epidemia
 

Finalmente la Sierra Leone è “ebola free”

08/11/2015  Da un mese e mezzo non ci sono casi di contagio. Il 7 novembre è un grande giorno per il Paese africano, che festeggia la fine di un lungo incubo. Ma anche per il Cuamm-Medici con l’Africa, che ha affrontato tutta questa terribile epidemia, con i propri medici e il proprio personale accanto alla popolazione sierraleonese. E con loro l’ha vinta.

Il mondo singolare di un sierraleonese di festeggiare la fine dell'epidemia. In copertina: la gioia di un sopravvissuto a ebola.
Il mondo singolare di un sierraleonese di festeggiare la fine dell'epidemia. In copertina: la gioia di un sopravvissuto a ebola.

Da alcune settimane, gli abitanti della Sierra Leone si stringono la mano per salutarsi. Questo gesto, banale da altre parti, qui non lo era più. Era vietato perché poteva trasmettere il virus che in un anno e cinque mesi ha contagiato 14.061 persone e ne ha uccise 3.955 solo nel Paese, mentre il bilancio sale a 28.575 casi e 11.313 morti se si considera tutta l’Africa subsahariana.

Il 7 novembre è un giorno di grande festa: da questa data la Sierra Leone è dichiarata “ebola free”, senza nessun contagio da 42 giorni, ovvero il periodo che fa ritenere conclusa l’epidemia. Per celebrare la notizia, le autorità hanno invitato tutti a vestirsi di giallo, mentre nell’ultima settimana le compagnie telefoniche inviavano ogni giorno un sms con il conto alla rovescia: «-5», «-4», «-3»…

Un posto di controllo anti-ebola, durante l'infuriare dell'epidemia (foto di Nicola Berti).
Un posto di controllo anti-ebola, durante l'infuriare dell'epidemia (foto di Nicola Berti).

Il Cuamm-Medici con l'Africa è sempre rimasto accanto alla popolazione

In realtà, la vera festa sarà il 5 febbraio, quando saranno passati ulteriori 90 giorni e anche le misure di sorveglianza verranno sospese. Accanto alla gioia, rimane infatti anche un po’ di paura: due strutture, una nell’est e una nella capitale Freetown, rimarranno aperte, pronte a un eventuale nuovo emergere di focolai. D’altronde, nella vicina Guinea, pur meno colpita dalla crisi rispetto la Sierra Leone, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha confermato nuovi casi anche nel mese di ottobre. La Liberia, invece, è “ebola free” dal 3 settembre.

Tra chi ha scelto di non lasciare sola la Sierra Leone c’è il Cuamm-Medici per l’Africa. Oggi gli operatori italiani sono nove, ma alcuni connazionali sono stati sempre presenti anche durante l’epidemia. Spiega il direttore don Dante Carraro: «Abbiamo deciso di rimanere, sempre a fianco dei locali, per rendere fattivo il “con” che caratterizza il nostro nome e il nostro stile. Per la Sierra Leone si è trattato di un vero e proprio tsunami che ha portato via medici, infermieri, mamme, papà, famiglie, ospedali, scuole».

Tra le vittime del virus, anche il missionario spagnolo don Garcia Viejo, che per dodici anni aveva diretto l’ospedale San Giovanni di Dio nella città di Lunsar, dallo scorso gennaio gestito dal Cuamm. Ha 151 posti letto ed è il riferimento per mezzo milione di persone della zona.


Operatori del Cuamm-Medici con l'Africa quando infuriava l'epidemia.
Operatori del Cuamm-Medici con l'Africa quando infuriava l'epidemia.

All'inizio, la dura lotta contro la disinformazione

  

Da Freetown Matteo Bottecchia, responsabile per l’associazione in Sierra Leone, parla della «grande festa liberatoria del 7 novembre» dopo una «una lunga attesa, stancante». Ripercorre questi diciassette mesi: «All’inizio il Paese era messo in ginocchio, annichilito e incapace di reagire di fronte alle cifre dell’epidemia in crescita frenetica. Poi il coprifuoco, le restrizioni ai movimenti, la caccia ai casi di contagio, la dura lotta contro disinformazione e pericolose credenze».

Prima che venisse attuato un piano con procedure chiare, tutti raccontavano la propria verità. Chi diceva che bastava non mangiare la carne venuta dalla foresta, chi spiegava di non toccare le scimmie. Intanto, i primi cadaveri diffondevano il virus. Qui il rapporto con il defunto è, come spesso in Africa, un rapporto fisico: lo si tocca, lo si espone, lo si lava. È così che ebola ha attecchito e svolto il suo lavoro di morte. All’inizio, nella mancanza di vera informazione, quando le autorità hanno mandato gli uomini coperti da maschere e strani camici protettivi a portar via i cadaveri dalle case, la gente ha nascosto i morti.

Uno dei centri di trattamento di ebola del Cuamm, ora in via di chiusura.
Uno dei centri di trattamento di ebola del Cuamm, ora in via di chiusura.

La gente ha ripreso ad andare al mercato e a darsi la mano per salutarsi

Francesca Tognon, dottoressa italiana specialista in igiene, è anche lei in Sierra Leone con il Cuamm a Pujehun, distretto sanitario con un unico medico locale per 350 mila abitanti. Conferma che da luglio la vita quotidiana si avvia verso la normalità: «La gente», dice, «ha ripreso ad andare al mercato, uscire di casa, darsi la mano per salutarsi. Ad agosto hanno riaperto anche i due bar della cittadina, mentre i bambini e i ragazzi sono tornati a scuola».

La sfida ora è superare lo stigma che circonda i sopravvissuti, alcuni dei quali devono anche fare i conti con problemi di salute, specialmente agli occhi. «La paura», aggiunge la cooperante, «ha coinvolto tutti; il proprietario della casa che abbiamo affittato per ospitare il personale medico del nostro centro di isolamento, pur senza alcun reale motivo, era stato accusato dai vicini di portare il virus».

Tra l’altro, il distretto di Pujehun è stato tra i meno colpiti dall’epidemia: nel 2014 sono stati stimati 51 casi positivi per ebola (tra cui un autista del Cuamm, poi deceduto), mentre le morti di madri sono state 162. La Sierra Leone, infatti, è lo Stato al mondo con la mortalità materna più alta: 1.100 ogni 100 mila abitanti, rispetto ai 4 ogni 100 mila dell’Italia. 



Il dottor Enzo Pisani con alcune infermiere del Cuamm-Medici con l'Africa. Non hanno mai lasciato la Sierra Leone (foto di Nicola Berti).
Il dottor Enzo Pisani con alcune infermiere del Cuamm-Medici con l'Africa. Non hanno mai lasciato la Sierra Leone (foto di Nicola Berti).

Ora la sfida è ricostruire un sistema sanitario distrutto dallo tsunami-ebola

  

In varie zone del paese il Cuamm si è concentrato da un lato sul fornire agli operatori sanitari tutti gli strumenti di protezione di cui avevano bisogno, dall’altro sull’identificazione e l’isolamento dei malati. Per sensibilizzare le comunità e contrastare la diffusione di falsi miti, è stata creata una squadra di “contact tracer”: un gruppo di giovani che, percorrendo il territorio in lungo e in largo, muniti di moto, cellulare e taccuino, tracciavano tutti i contatti avuti da un nuovo malato. In totale sono state messe in isolamento più di 1.200 persone ed è stato possibile contenere il contagio. «Mi piace dedicare questa “vittoria”», conclude don Dante Carraro, «al dottor Khan (e con lui a tutti gli ebola fighters), collega medico sierraleonese di 43 anni, che ha perso la vita nell’ospedale di Kenema, vicino al nostro, mentre combatteva il virus».

Infine, ora che la Sierra Leone è “ebola free”, il Cuamm indica la sfida per il futuro: «Ricostruire un sistema sanitario distrutto e ridare alla gente la fiducia nel personale sanitario». Intanto, in collaborazione con le strutture locali, l’associazione continuerà ad assistere le mamme durante il parto e a curare i bambini per la malaria o la polmonite. Non ha mai smesso, neanche quando il virus si diffondeva come la peste di manzoniana memoria.


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