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lunedì 03 ottobre 2022
 
 

Fiom, le ragioni dello sciopero

21/10/2011  L'Italia sta trascurando il settore della mobilità: rischia di non costruire più auto, treni, navi e aerei, dovendo dipendere da altri. La situazione Fiat, fabbrica per fabbrica.

Appuntamento venerdì 21 ottobre, alle 9,30, a Roma, in Piazza del Popolo. «Democrazia, contratti, lavoro. No a chiusure e licenziamenti». Le parole d'ordine sintetizzano il significato dell'iniziativa di lotta. La Fiom-Cgil ha promosso una manifestazione nel cuore della capitale per dare visibilità e peso politico allo sciopero nazionale di 8 ore dei metalmeccanici che lavorano negli stabilimenti italiani della Fiat e di Fincantieri nonché nelle fabbriche dei rispettivi indotti: «un insieme di circa 220-230 mila lavoratori e lavoratrici», spiega a Famiglia Cristiana Giorgio Airaudo, segretario nazionale della Fiom nonché responsabile del settore.

«È più che mai urgente ottenere impegni concreti per l'Italia», incalza Airaudo. Che aggiunge: «In un contesto economico difficile, tutto ciò che riguarda la mobilità, ovvero gli spostamenti di persone e merci, ha profili drammatici. Da noi si costruiscono sempre meno auto, treni, navi e aerei. Se non si mettono in atto seri correttivi, quando la crisi lascerà il passo alla ripresa, il nostro Paese si troverà nelle condizioni di dover dipendere da altri, comprando altrove quanto occorre per muoversi».

«Siamo al punto che l'assenza di una politica industriale mette a rischio tante aziende». Ma per il leader dei metalmeccanici non è soltanto un questione di auto o di navi, serve un «piano straordinario della mobilità sostenibile. Ma l'unico provvedimento che ha fatto il Governo è l'articolo 8» della manovra bis. La protesta, cui ha annunciato la propria partecipazione anche il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, punta anche alla «riconquista del contratto nazionale» del settore. «Siamo di fronte ad un «attacco alle libertà sindacali che possono essere peggiori di quelle degli anni '50».

Giorgio Airaudo entra poi nel dettaglio delle fatiche che caratterizzano il settore auto. Rispetto a quanto annunciato dall'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, nell'aprile del 2010 quando presentò il piano Fabbrica Italia, «molti modelli sono slittati o hanno cambiato destinazione, mentre altri sono proprio scomparsi» con conseguenze sui lavoratori. Anzichè 1 milione e 4000 mila auto all'anno al momento tutti gli stabilimenti del Lingotto ne producono meno di 500 mila. «Questo porta al massiccio ricorso alla Cassa integrazione che decurta gli stipendi fino a ridurli, per gli operai, a 750-800 euro al mese, dipende dai carichi famigliari, e fino a 930 euro al mese per gli impiegati». D'altronde il panorama è desolante. «Su 205 giorni lavorativi, compresi tra il primo gennaio e il 30 settembre 2011», sottolinea Airaudo, «lo stabilimento di Mirafiori ne ha effettivamente lavorati solo 35, quello di Pomigliano 37, Termini - per la Lancia Y - 94, Melfi (che produce la Punto Evo e la Grande Punto) 147, Cassino (Bravo, Giulietta e Delta) 169. Soltanto la Sevel, per produrre il Ducato, ha lavorato 205 giorni su 205». Non solo: le “mission” dei singoli stabilimenti sono per la Fiom ancora vaghe.


Nei giorni scorsi, Sergio Marchionne ha dal canto suo confermato gli obiettivi per il 2011 e per il 2012, annunciando il lancio di Alfa Romeo negli Usa, con tutta la sua gamma, tra due anni e ribadendo che Cnh non è in vendita. L'occasione per fare il punto sulle strategie del gruppo è stata la presentazione, al Teatro Carignano di Torino, delle nuove Thema e Voyager, primi due modelli frutto dell'alleanza tra Lancia e Chrysler. L'amministratore delegato del Lingotto, in prima fila con il presidente John Elkann, ha detto di non essere sorpreso del taglio del rating da parte dell'agenzia Fitch.

Marchionne, invece, ha giudicato «una cattiva idea» («very, very, very bad idea», ha scandito ai giornalisti stranieri) e «un non senso» lo sciopero indetto dalla Fiom per venerdì 21 ottobre, mentre non ha risposto a Emma Marcegaglia che ha definito «ex presidente» alludendo all'uscita della Fiat da Confindustria. Ai sindacati l'amministratore delegato della Fiat ha lanciato anche un messaggio chiaro: non pretendano di conoscere i nuovi modelli perchè è prassi internazionale non dare alcuna indicazione. 



«Le parole di Marchionne confermano le buone ragioni della protesta», hanno replicato i leader dei metalmeccanici Cgil, Maurizio Landini e Giorgio Airaudo, mentre il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi ha visto  nelle sue dichiarazioni una conferma degli impegni e dei modelli annunciati per l'Italia. Il manager della casa torinese non ha nascosto, a dire il vero, le preoccupazioni per l'andamento del mercato dell'auto italiano, «sceso da 2.450.000 unità del 2008 a 1.750.000 stimate per il 2011, con la perdita di circa 700.000 vetture. Alla Fiat costa 210.000 vetture - spiega - e questo è l'equivalente di uno stabilimento italiano». E ha aggiunto: «È inutile andare a cercare modelli nuovi, a chi li vendiamo? Non c'è mercato», ma poi ha ricordato che sta arrivando la Panda e il lancio recente della Ypsilon. Anche in Europa la situazione non è bella, « il 2012 non sarà un grande anno e non si vedono segnali di una forte ripresa». 

Niente di nuovo per quanto riguarda la Russia, dove la Fiat continua a cercare un partner industriale«. Marchionne non ha invece manifestato timori per l'Asia («siamo esposti in modo relativamente limitato, quindi nel caso di un calo del mercato non subiremo un impatto forte») e ha confermato l'obiettivo di «mantenere la quota in America Latina e negli Stati Uniti». Alla fine un messaggio positivo: «La cosa importante è che nel 2011 saremo in linea con le aspettative. So che il futuro è buono. Non ci sono più conti separati di Fiat e Chrysler, per me ora esiste un unico gruppo», ha affermato Marchionne che ha garantito di avere «abbastanza liquidità per far fronte alle necessità del gruppo per un po' di tempo».

In vista dello sciopero e della manifestazione di Roma, in assemblee, documenti, voltantini e interviste, la Fiom-Cgil ha dato la sua lettura della realtà. «L'idea del "Progetto Fabbrica Iltalia", annunciato il 21 aprile 2010», hanno ricordato molti sindacalisti, «era rilanciare il gruppo Fiat con un finanziamento di 20 miliardi (ad oggi, però, l'investimento fatto ammonta a 1,5 miliardi, destinati a Mirafiori e Pomigliano) e la produzione di nuove automobili, tra cui un Suv (da costruire alla Bertone a partire dalla metà del 2011, ma già rinviato alla fine del 2012)». «A distanza di un anno i dati che abbiamo raccolto mostrano come la realtà sia un'altra. Molte fabbriche - ha detto Giorgio Airaudo (Il Manifesto, martedì 18 ottobre 2011) - rischiano la chiusura; in altre si disattendono gli accordi presi, si rinviano le produzioni di mesi. Tutto questo ci permette di dire che la Fiat non ha un piano industriale per l'Italia, o meglio ci sembra sempre più evidente uno spostamento del baricentro verso gli Stati Uniti». Sotto la lente della Fiom sono finiti tutti gli stabilimenti. Da Mirafiori, dove non si hanno più notizie del progetto Mito 5 porte, a Pomigliano, dove la produzione della nuova Panda è stata rinviata di alcuni mesi rispetto al calendario stabilito. Fino ad arrivare alla drammatica situazione di Termini Imerese dove all'inizio era stato prevista la produzione della nuova Ypsilon (destinata invece a Tychy, in Polonia), per poi arrivare a decidere l'abbandono dello stabilimento dal 31 dicembre.

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