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sabato 11 luglio 2020
 
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Bagnasco: «Dopo Firenze ora lavoriamo insieme»

13/11/2015  Il presidente della Cei conclude i lavori del V Convegno ecclesiale della Chiesa italiana. Gli impegni sui quali le diocesi lavoreranno nel prossimo decennio e il grande affetto per il Papa

Si chiude Firenze e si aprono le diocesi. Dal V Convegno ecclesiale – che non abbiamo «celebrato, ma vissuto», sottolinea il cardinale Angelo Bagnasco – la Chiesa italiana riparte. Per «mettersi in gioco, in un impegno di conversione finalizzato a individuare le parole più efficaci, le categorie più consone e i gesti più autentici attraverso i quali portare il Vangelo nel nostro tempo agli uomini di oggi», dice ancora il presidente della Cei sintetizzando i lavori dei 2500 delegati giunti nel capoluogo toscano da tutte le 226 diocesi italiane.

Cinque vie, duecento tavoli da dieci a discutere e confrontarsi, decie e decine di interventi e proposte concrete, un metodo   quello sinodale – che i delegati hanno sperimentato e che porteranno a casa per praticarlo nelle proprie realtà locali. Da Firenze la Chiesa riprende il largo, come ha auspicato il Papa nel suo intervento  di martedì.  Un discorso «programmatico», lo ha definito il cardinale Bagnasco, «con il quale ci ha chiesto autenticità e gratuità, spirito di servizio, attenzione ai poveri, capacità di dialogo e di accoglienza; ci ha esortati a prendere il largo con coraggio e a innovare con creatività, nella compagnia di tutti coloro che sono animati da buona volontà». E ancora ha aggiunto: «Il testo del Santo Padre andrà meditato con attenzione, quale premessa per riprendere, su suo invito, l’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium nelle nostre comunità e nei gruppi di fedeli, fino a trarre da essa criteri pratici con cui attuarne le disposizioni». Criteri pratici che i delegati hanno abbozzato nei loro gruppi e che passano dal «rinnovamento della liturgia dalla quale passa il rinnovamento della Chiesa», alla «revisione del sistema educativo della Chiesa», al «fare un falò dei nostri divani» per imparare a uscire, al «coltivare le relazioni» e «ripensare la politica in chiave comunitaria», all’essere capaci ancora «di prendere in mano la Parola di Dio e spezzarla per gli altri».

Il presidente della Cei ha ricordato, dal canto suo che «dobbiamo anzitutto uscire, andare. Non basta essere accoglienti: dobbiamo per primi muoverci verso l’altro, perché il prossimo da amare non è colui che ci chiede aiuto, ma colui del quale ci siamo fatti prossimi». E ancora  essere in grado di «annunciare la persona e le parole del Signore, secondo le modalità più adatte perché, senza l’annuncio esplicito, l’incontro e la testimonianza rimangono sterili o quantomeno incompleti. Per portare efficacemente la Parola – l’abbiamo appena sentito – bisogna esserne uditori attenti, fino a restarne trasformati». Sulla terza via, l’abitare, il cardinale ha ricordato con questo termine «ci richiamiamo a una presenza dei credenti sul territorio e nella società, secondo un impegno concreto di cittadinanza, in base alle possibilità di ognuno: nell’impegno amministrativo e politico in senso stretto, ma anche attraverso un attivo interessamento per le varie problematiche sociali e la partecipazione a diverse iniziative. Abitare significa essere radicati nel territorio, conoscendone le esigenze, aderendo a iniziative a favore del bene comune, mettendo in pratica la carità, che completa l’annuncio e senza la quale esso può rimanere parola vuota». Ma c’è bisogno che «la comunità e i credenti» siano in grado di rispondere al «compito di educare per rendere gli atti buoni non un elemento sporadico, ma virtù, abitudini della persona, modi di agire e di pensare stabili, patrimonio in cui la persona si riconosce». Per arrivare a «trasfigurare le persone e le relazioni, interpersonali e sociali. Il messaggio evangelico, se accolto e fatto proprio dalle diverse realtà umane, trasfigura, scardinando le strutture di peccato e di oppressione, facendo sì che l’umanesimo appreso da Cristo diventi concreto e vita delle persone, fino a raggiungere ogni luogo dell’umano, rendendoci compagni di viaggio e amici dei poveri e dei sofferenti».

La Chiesa italiana ascolta il Papa, si interroga e cerca di concretizzare il suo messaggio. L’evangelii gaudium, come ha chiesto Francesco, e il materiale del Convegno saranno approfonditi in ciascuna diocesi. L’entusiasmo c’è e la voglia di lavorare e di impegnarsi pure. C'è quell'«abbraccio caloroso» che il cardinale Bagnasco accoglie come incoraggiamento e sostegno. Un abbraccio che, conclude il presidente della Cei, «si dilata, quasi a raggiungere e stringere la persona del Successore di Pietro: Francesco è il suo nome. A lui, la Chiesa italiana vuole riaffermare affettuosa vicinanza e operosa dedizione, rispondendo alla particolare attenzione, alla visibile stima, al paterno affetto con cui guida il nostro cammino. Sì, che l’eco dei nostri cuori giunga fino al suo cuore di universale Pastore, e confermi – a Lui che conferma noi con il carisma di Pietro – ciò che i figli, con linguaggio semplice e diretto, dicono ai loro più cari: “Le vogliamo bene!”».

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