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sabato 16 gennaio 2021
 
 

De Rita: sono i precari il vero dramma

21/03/2012  Intervista a Giuseppe De Rita, presidente del Censis, sullo scottante tema del precariato in Italia: non riguarda solo i giovani, ma soprattutto 40enni e 50enni espulsi dal lavoro.

Giuseppe De Rita, presidente del Censis (foto Ansa).
Giuseppe De Rita, presidente del Censis (foto Ansa).

Mentre il governo tratta con i sindacati sulle nuove norme che regolano licenziamenti e assunzioni, il professor Giuseppe De Rita, presidente del Censis, invitato al Congresso Internazionale Teologico-pastorale a parlare di giovani e lavoro, interviene su alcuni temi caldi. I giovani italiani «non sono bamboccioni». Non è vero che un mercato del lavoro più flessibile può favorire i giovani. Perché la precarietà è trasversale alle generazioni ed è la conseguenza di un sistema produttivo, «che soffre di eccesso di lavoro» e quindi «espelle i dirigenti 40-50enni che costano troppo e marginalizza i neoassunti con contratti a termine». «Il soggettivismo etico» ha prevalso sulla legge in tutto l’Occidente. Anche fra i cattolici, nei confronti dei quali la Chiesa è impegnata in una grande sfida. Gli italiani «soli e senza governo» riscoprono la famiglia, la propria e quella di origine. Un rifugio dal disorientamento, ma anche un luogo identitario. Un valore non solo cattolico. Un nucleo sociale che ha bisogno di tornare a desiderare il proprio futuro.

Professore, i giovani italiani sono dei “bamboccioni”?

«Non lo sono mai stati. Chi ha utilizzato questa espressione, o quella più recente di sfigati, fa parte di una elite che ha fatto la sua corsa, probabilmente l’ha vinta, e guarda dall’alto in basso questi giovani un po’ sbandati costretti a chiedere aiuto alla famiglia mentre ancora cercano la loro strada. Voglio dire che in questo giudizio c’è più una venatura di alterigia, che la costatazione di un dato oggettivo».

Resta il fatto che l’accesso al mercato del lavoro è molto difficile in Italia. La riforma di cui si parla, in particolare l’introduzione del contratto di apprendistato, potrebbe dare qualche certezza in più ai giovani?

«È un anno e mezzo che la politica, già con il ministro Sacconi nel precedente governo, ha sposato l’idea di fare formazione sul lavoro, addirittura dando i soldi alle imprese perché la facciano. Se questa idea, che io ritengo giusta, viene però tradotta nella formula dell’apprendistato, avrei qualche dubbio sugli esiti, perché l’apprendistato esiste da tempo e abbiamo già verificato che non ha dato grandi frutti».

Dunque, professor De Rita secondo lei cosa dovrebbe proporre il governo Monti?

«Se sappiamo che quelli che oggi lavorano hanno imparato lavorando, bisogna avere il coraggio che finora non c’è stato di dire che la formazione sul lavoro avviene sul lavoro. Ovvio che un’affermazione di questo tipo incontra delle resistenze. Sottrae dignità formativa ai processi classici, quelli che avvengono all’interno della scuola. Toglie potere contrattuale ai sindacati e a tutti coloro che fanno attività di mediazione. Costringe le imprese ad assumersi responsabilità che finora hanno potuto ignorare, perché in qualche modo le obbliga a interessarsi a quello che avviene prima dell’ingresso nel mercato del lavoro. Oggi bisognerebbe avere il coraggio di stabilire che la formazione futura, quella di tipo professionale, è formazione sul lavoro. E che tutte le imprese, grandi e piccole, da quelle che fanno cuscinetti a sfera a quelle che fanno ricerca, devono assumersi questa responsabilità. Questo coraggio ancora manca».

Professore, secondo lei la divisone tra garantiti e precari è anche una contrapposizione generazionale? E si può risolvere questa contrapposizione rendendo più flessibile il mercato del lavoro, come propone il ministro Elsa Fornero?

«Non è vero che la flessibilità riguarda solo i giovani. Sappiamo che il dramma dell’Italia sono i precari che arrivano alla soglia dei 40 anni, quelli che vengono espulsi dal mercato del lavoro a 50 anni e che non rientreranno più, gli esodati (i lavoratori che hanno accettato di licenziasi volontariamente, concordando uno scivolo con l’azienda, n.d.r) e che ora non hanno ancora la pensione né la possibilità di ritornare a lavorare. La verità è che la flessibilità è una caratteristica richiesta da un sistema produttivo che oggi soffre di un sovrappiù di lavoro e che, quindi, da un lato si libera di quelli che, a suo parere, costano troppo, i dirigenti 40-50enni, e dall’altro marginalizza i giovani assunti a contratto determinato. Non è una questione generazionale. Flessibilità è una bella parola, ma poi quando si tratta di tradurla in atti, nessuno sa come esercitarla».

Nell’ultima ricerca del Censis la famiglia è ancora la cosa più importate nella vita per gli italiani. Mentre rispetto a indagini precedenti gli italiani sembrano meno attratti dal consumismo. È una reazione alla crisi o l’indice di un fenomeno duraturo?

«Finora abbiamo ritenuto che il consumismo fosse una coazione a comprare qualsiasi cosa a qualsiasi prezzo. Ora questa idea sta scomparendo, perché è cambiato l’atteggiamento del consumatore. La stessa persona può prendere il volo low-cost per andare a Parigi e scegliere il ristorante costoso per la cena. Il consumatore è diventato arbitro, vuole essere soggetto e non più oggetto passivo dei messaggi pubblicitari. Ora questa consapevolezza comporta anche la diminuzione di alcuni volumi, cioè si comprano meno frigoriferi e meno abiti. Questo nuova propensione all’acquisto dipende dalla minore disponibilità economica? In parte sì, ma in parte deriva dal fatto che decidere cosa comprare o cosa no, è ritenuta una questione di dignità personale da preservare. Se non fosse così, non si spiegherebbe come mai i consumi italiani sono aumentati negli ultimi due anni del 2%, mentre la spesa privata delle famiglie per la sanità è aumentata dell’8%. Una crescita che non si può spiegare come una risposta in supplenza alla spesa pubblica, perché dentro questa voce, che vale 30 miliardi di euro in un anno, ci sono anche le cure estetiche, le cure fisioterapiche, le cure alternative (che non sono coperte dal sistema sanitario nazionale, n.d.r). I consumatori vogliono esprimere il loro diritto di scelta. E lo fanno per una maggiore consapevolezza piuttosto che per necessità».

Sempre secondo la recente indagine del Censis sui valori, emerge che gli italiani riscoprono le tradizioni religiose. Contemporaneamente aumentano anche le unioni di fatto, famiglie che prescindono dal vincolo matrimoniale. È una contraddizione?

«In tutto l’Occidente, il soggettivismo etico, per cui decido io cosa è bene e cosa è male, sta prevalendo sulla Legge. E dentro la Legge c’è tutto: dall’autorità dell’insegnante a quella del parroco. Dalla ricerca emerge anche che questa spinta alla soggettività sta declinando. Ma c’è ancora. Ed è anche molto radicata fra i cattolici. Alla base dei movimenti cattolici più spirituali, così come nella new age, c’è in fondo la tendenza a pensare soggettivamente la fede e vivere di emozione l’esperienza religiosa, mettendo in secondo piano la Legge. Per questo sarà difficile per una Chiesa complessa come quella italiana parlare direttamente al soggetto per cambiarlo dall’interno. L’italiano medio oggi è solo. È senza governo generale e senza solitudine propria. Non ha un traguardo, un indirizzo. Ma nemmeno quella solitudine interiore che gli consente l’esame di coscienza e l’esercizio spirituale. Questa solitudine nuda crea problemi antropologici. Ed è il vero dramma».

In questo panorama desolante, che ruolo ha la famiglia?

«Nella nostra indagine l’88% delle persone intervistate ha messo la famiglia al primo posto e al secondo, con il 66% di preferenze, la famiglia in cui si è nati. Questo farebbe pensare, che in questa situazione di soli senza solitudine e senza governo, ci si rifugi nelle forme sociali più antiche. In parte è un salto indietro: una sorta di ritorno a una sicurezza arcaica che non mette in discussione qualità, struttura, regole. Ma la famiglia è anche un luogo dove trovare un modo di vivere e parlare. Un posto dove ritrovare una propria identità. Un valore, tra l’altro, che non riguarda i soli cattolici, dal momento che dentro quell’88% di italiani che la mette al primo posto c’è anche chi non crede e non si riconosce nella Chiesa».

Che cosa si aspetta dal Congresso e dal VII Incontro mondiale delle famiglie?

«Con una frase a effetto potrei dire che la famiglia torni a desiderare. Cioè che si desideri fare famiglia, che all’interno della famiglia si desideri fare figli e che le famiglie desiderino tutte insieme, entrando in quei corpi intermedi - il partito, l’associazionismo, la Chiesa - che sono i soli strumenti che le consentano di incidere nella società. Insomma, mi auguro che in questo nucleo sociale sulla paura e la difesa prevalga il desiderio e quindi ci sia una maggiore dose di futuro».

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