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La tesi di Elsa Fornero: "Una generosa pensione di vedova favorisce la diseguaglianza tra uomo e donna"

10/10/2019  Un articolo dell'ex ministro del Lavoro sulla rivista "Lavoro, Diritti Europa" sulla mancata parità di genere. L'Italia non è un Paese per donne. "Le politiche devono favorire l'accesso al lavoro e alla parità di stipendio piuttosto che indurle alla dipendenza da una pensione maschile, come quella di reversibilità". Che ne pensate?

Per gentile concessione della rivista Lavoro, Diritti Europa diretta da Piero Martello, pubblichiamo alcuni estratti dell'articolo apparso sull'ultimo numero, dedicato alle pari opportunità nel mondo del lavoro, dal titolo "La diseguaglianza di genere in una prospettiva di "ciclo di vita".

di Elsa Fornero

Spesso si parla di diseguaglianza economica tra i generi in chiave prevalente di persistenza del divario salariale, naturalmente a sfavore delle donne. (...)

Di fronte a un posto di lavoro, si considera “normale” che la donna rinunci in favore dell’uomo, perché quest’ultimo ha più responsabilità di reddito e meno (per l’appunto) di focolare; oppure si ritiene meno grave licenziare una donna, anziché un uomo per le sue maggiori responsabilità famigliari. Senza contare che, oltre alle soddisfazioni personali, si è sempre pensato che le donne potessero/dovessero ottenere, proprio all’interno della famiglia, la sicurezza economica sufficiente a garantire loro un tenore di vita adeguato: in effetti, la loro migliore “assicurazione” è consistita, per secoli, nel trovarsi un “buon” partito, ossia un marito. Quanto questa mentalità sia ancora diffusa non è dato sapere, ma l’evidenza empirica - che gli americani definiscono “casual” (cioè non scientifica) - fa ritenere che essa sia lungi dall’essere superata. Quante donne pure in posizioni di rilievo sono ancora oggi penalizzate da mentalità manageriali e organizzative “maschiliste” così come da prassi aziendali (l’orario delle riunioni, per esempio) che scoraggiano l’assunzione di responsabilità e limitano fortemente la possibilità di partecipazione delle donne alle decisioni di maggiore rilievo? La parità deve essere interpretata come eguaglianza di opportunità e come “livellamento del terreno di gioco” (il level playing field degli anglosassoni), molto più che come parità di risultati, che da essi trae origine (...).

Il problema è che, in alcuni Paesi – e il nostro è tra questi - alle donne non vengono date le stesse opportunità di lavoro e di progressione di carriera, opportunità che si creano, o si perdono, fin dalle prime fasi della vita. (...)

È noto, in tema pensionistico, come le donne abbiano livelli di pensione più bassi rispetto a quelli degli uomini. Ciò riflette non tanto regole meno favorevoli alle donne ma piuttosto le disparità occupazionali e reddituali che ne hanno caratterizzato la vita lavorativa, e anche la maggiore aspettativa di vita a parità di età. Anche in un sistema, come quello retributivo, dove il legame tra contributi versati e pensione ricevuta è meno forte, rimane il fatto che se la vita di lavoro è “povera” difficilmente la pensione potrà essere “ricca”. A maggior ragione, e questo riguarda il nostro futuro, quando il sistema adotta la formula contributiva, dove il legame è molto più stretto e ogni euro versato “conta” per l’ammontare della pensione. Ma vi è di più. Talvolta le politiche sono “fintamente” amiche. È il caso del pensionamento anticipato a favore delle donne. Si tratta della classica politica della (parziale e tardiva) “compensazione” a posteriori per una discriminazione a priori. È noto, per esempio, come la possibilità di pensionamento anticipato riduca l’incentivo a progredire nella carriera: se ho la possibilità di andare via a un’età relativamente giovane perché mi dovrei impegnare in corsi di aggiornamento o in altre attività di formazione? Non soltanto, ma una pensione acquisita in giovane età rischia di essere assolutamente inadeguata a un’età più elevata, aumentando il rischio di povertà, più ancora se si considera la maggiore longevità delle donne.

Paradossalmente, anche la maggiore generosità delle pensioni di reversibilità (godute nella stragrande maggioranza dalle donne, ) ne ha scoraggiato il lavoro, perché comunque la donna avrebbe potuto contare sulla pensione del marito. Non è un caso se negli Stati Uniti, dove le pensioni pubbliche sono molto meno generose che in Europa, tra i gruppi sociali a maggiore rischio di povertà vi siano proprio le “vedove”, mentre nel nostro Paese ciò non accade. Se questo è in sé, e storicamente, un fatto positivo v’è da domandarsi se questo “paternalismo” sia ancora compatibile con la parità che si vuole realizzare. Oggi la previdenza pubblica si è molto “individualizzata” e anche sotto questo profilo è perciò importante che le donne siano attive nel mercato del lavoro. Le politiche devono favorire l’accesso al lavoro e alla parità retributiva piuttosto che indurle a puntare sulla dipendenza da una pensione maschile. Ciò implica anche provvedere, con contributi a carico della fiscalità generale, i periodi in cui la donna è costretta per congedi di maternità o periodi di cura ad assentarsi da lavoro (un principio che peraltro dovrebbe valere anche per gli uomini). In proposito, vi è un dato interessante che entra in questo scenario ed è che mentre un tempo le donne trascorrevano la maggior parte della loro vita adulta da sposate (vedove) oggi, almeno negli Stati Uniti, le donne trascorrono la maggior parte della loro vita da single. (...)

Sappiamo che questi rischi sono maggiori per le donne per ragioni sociali, rimuovibili. Ed è rispetto al percorso di vita che occorre essere intransigenti. Mentre spetta allo stato sociale approntare, per tutti, efficaci strumenti di protezione sociale dal rischio (sistemi di Welfare) fa parte della politica combattere la discriminazione e promuovere l’uguaglianza delle opportunità, dei ruoli, della partecipazione alla gestione del potere. Inoltre, è fondamentale che siano le stesse donne a esigere, con determinazione e intransigenza, una vera parità di opportunità, per “partecipare al gioco”, invece di rifugiarsi periodicamente nella pratica, certamente insufficiente ma talvolta comoda, delle compensazioni a posteriori per discriminazioni subite a priori.

Si tratta ovviamente di un percorso non sempre facile, scomodo e che può talvolta comportare anche duri sacrifici. So che vi sono differenze importanti tra le generazioni perché, mentre le generazioni anziane, che magari hanno avuto percorsi di vita duri e faticosi e non hanno però più molti margini per aggiustare situazioni difficili, che richiedono dunque interventi di solidarietà, le giovani donne sono oggi caratterialmente e per formazione molto più determinate a mettersi in gioco e a cercarsi opportunità, entro orizzonti ampi. La società non deve dimenticare la solidarietà dovuta alle prime e non può mortificare le aspirazioni delle seconde. Come ha scritto la poetessa Wislawa Szymborska (in Ritratto di donna): "E’ facile, difficile, impossibile, ne vale la pena".

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