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Fortis: in Italia si compra meglio

14/07/2013  "Un Paese che non aiuta, anzi scoraggia gli imprenditori." La situazione italiana e il destino dei suoi marchi nell'analisi di Marco Fortis.

«L’Italia è un Paese che non aiuta, anzi scoraggia gli imprenditori, con governi precari e un sistema bancario in difficoltà». È questa una delle cause che secondo Marco Fortis, economista e vicepresidente di Edison, spinge i nomi del made in Italy a concedersi ai Francesi: «Nel settore del lusso non abbiamo grandi gruppi delle dimensioni di Arnaud o Kering, anche imprese come Tod’s o Prada dovrebbero fondersi insieme per riuscire a fare acquisti tanto importanti. E, dall’altra parte, aziende che sono arrivate all’apice della loro crescita, come Loro Piana, devono entrare a far parte di questi grandi gruppi per espandersi ancora e riuscire a conquistare nuovi mercati».

Le acquisizioni straniere impoveriscono l’economia italiana?

«I Francesi, soprattutto negli ultimi anni, sono molto attivi nell’acquisto di nomi del lusso italiano, ma permettono al nostro Paese di avere ricchezza con stabilimenti che restano al loro posto e, spesso, una gestione che rimane in mani italiane, così come all’Italia vanno stipendi e tasse. Gucci ne è un esempio: la produzione della pelletteria è rimasta in Toscana e il gruppo della famiglia Pinault fa della tracciabilità un punto di principio, proprio perché la qualità è la caratteristica fondamentale per vendere questi simboli del made in Italy. Certo, i Francesi possono farlo perché possono contare non solo su gruppi di dimensioni enormi e famiglie dagli immensi patrimoni, ma anche su una politica e un sistema finanziario che sostiene questo tipo di operazioni. Gli imprenditori italiani, invece, si trovano a pagare l’Imu sui capannoni, l’Irap e hanno la minaccia della Tares: qualcuno magari si stufa e decide di far entrare gli stranieri in azienda per avere spalle più larghe per sostenere una situazione non facile».

Quanto incidono su queste operazioni le liti di famiglia, in gruppi dove il brand viene portato avanti ormai da generazioni?

«Non possiamo generalizzare, ogni caso è diverso dall’altro. Nel caso di Bulgari e Loro Piana, per esempio, ci sono state valorizzazioni di altissimo livello, con cifre in gioco notevoli e famiglie  che, con queste operazioni, hanno valorizzato le aziende che avevano, mantenendone la gestione e una quota di minoranza. Per le forze che avevano non sarebbero potute crescere di più, da sole. Poi c’è il caso Giorgio Armani, dove il fondatore è un leader forte che non ne vuole sapere di mollare la presa e va avanti o un gruppo piccolo, come Cucinelli, giovane e nel pieno dell’ascesa. Il pericolo può arrivare in casi come Esselunga, dove le liti familiari non si sa a quali scelte possono portare in un settore, come la Grande distribuzione organizzata, ormai tutta in mano a francesi e tedeschi, facendo eccezione per le cooperative che però non portano avanti una politica internazionale. Eppure la Gdo è importante per l’Italia perché permetterebbe di far conoscere meglio i nostri prodotti all’estero, come sta facendo Giovanni Rana negli Stati Uniti o Eatitaly».

La politica industriale del Paese quali settori dovrebbe salvaguardare?

«La meccanica, spina dorsale dell’Italia, al di là dell’iconografia che fa di moda e alimentare i settori di punta. In questo settore i gruppi sono più piccoli e molto specialistici, in mano a famiglie giovani, e dove quello che conta sul mercato è la tecnologia, mentre sul consumatore finale non pesa l’appeal del nome. I settori strategici da tutelare sono proprio quelli della Finmeccanica, perché incidono sulla difesa, l’aerospaziale, i satelliti, così come deve essere sostenuta Fincantieri che produce le navi da crociera più belle del mondo. Possiamo invece stare tranquilli nel campo dell’energia, perché Enel ed Eni sono gruppi davvero grandi. È importante, però, che ci sia un minimo di visione a lungo termine nella politica industriale italiana».

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