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venerdì 22 novembre 2019
 
La ricerca
 

Dio a modo mio, la fede fragile dei giovani italiani

29/10/2015  Questo lo spaccato che emerge dalla ricerca promossa dall'Istituto Toniolo, da oggi in libreria per Vita e Pensiero. «Non si tratta di una generazione incredula e senza Dio», spiega la curatrice Rita Bichi, «ma in ricerca, con scarsa conoscenza della dottrina, una pratica precaria e la fiducia in papa Francesco come una personalità in grado di rinnovare il messaggio e risollevare la Chiesa dagli scandali».

la copertina del volume (Vita e Pensiero)
la copertina del volume (Vita e Pensiero)

All’inizio è decisiva la famiglia che orienta il percorso di fede attraverso la tradizionale iniziazione cristiana (Battesimo, Prima Comunione e Cresima). Tra i 14 e i 16 anni, subito dopo la Cresima, c’è un distacco che è quasi fisiologico e riguarda la stragrande maggioranza. Intorno ai 25 c’è un possibile ripensamento. L’idea di Dio? Personalizzata, fai da te, di proprietà del singolo. La fede deve incidere sulla vita concreta e sui rapporti con il prossimo altrimenti non ha senso. Inoltre, non si conosce bene la dottrina come, ad esempio, la differenza tra “Cristianesimo” e “Cattolicesimo”. Il primo è considerato sinonimo di bontà, vicinanza agli altri, amore per il prossimo e assume una valenza sociale, mentre il secondo è percepito come sinonimo di “istituzione”. I cattolici invece  sono percepiti come “bacchettoni”. Papa Francesco, infine, è considerato decisivo per rinnovare il messaggio e visto come una sorta di “salvatore” della religiosità e della Chiesa dopo gli scandali recenti.

Ecco, in sintesi, la fede dei giovani italiani, i cosiddetti Millennials, che secondo gli ultimi studi del Censis hanno fra i 18 e i 34 anni, lavorano e vivono per conto proprio ma arrivano a fine mese solo grazie all'aiuto regolare dei genitori. La fotografia è stata scattata da un’indagine accurata condotta dall’Istituto Giuseppe Toniolo, ente fondatore dell’Università Cattolica, che ha intervistato in due fasi centocinquanta giovani, ragazze e ragazzi tra i diciannove e i ventinove anni, tutti battezzati, residenti in piccole e grandi città del Nord, Centro e Sud Italia, con diverso titolo di studio. Cinquanta tra coloro che si sono dichiarati credenti nella prima fase sono stati di nuovo intervistati e hanno raccontato la loro esperienza di fede e il loro vissuto religioso. Ne è uscito uno spaccato interessante raccolto nel volume Dio a modo mio – Giovani e fede in Italia (pp. 224, euro 18) che Vita e Pensiero manda in libreria da giovedì 29 ottobre e di cui Famiglia Cristiana pubblica un estratto (scaricabile qui sotto).

I percorsi di fede dei giovani: da quello standard ai cattolici convinti

La ricerca, curata da Rita Bichi, professore ordinario di Sociologia presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e Paola Bignardi, già presidente nazionale dell’Azione Cattolica, mette in evidenza l’esistenza di un percorso di fede largamente maggioritario e che viene definito standard. I giovani che appartengono a questo segmento si definiscono cattolici in ricerca. Poi sono emersi altri quattro profili che si discostano da quello standard. Il primo riguarda “atei e non credenti” («che non sono molti e sono divisi tra loro», precisa Bichi) ed è caratterizzato da un distacco traumatico e da un riavvicinamento impossibile. Il secondo riguarda i cosiddetti “critici in ricerca e agnostici” dove la pratica è assente, il distacco è stato di tipo intellettuale, il riavvicinamento possibile. Il terzo ancora su “atei e non credenti” dove il riavvicinamento non è ricercato. Al quarto profilo appartengono i “cattolici convinti” dove i distacchi sono assenti e irrilevanti, i riavvicinamenti già compiuti e non problematici. Come nota la ricercatrice Cristina Pasqualini «i cattolici convinti sono ormai una minoranza, rappresentano lo standard del passato e non più quello del presente».

La professoressa Rita Bichi che insieme a Paola Bignardi ha curato il rapporto
La professoressa Rita Bichi che insieme a Paola Bignardi ha curato il rapporto

Non è una generazione incredula

  

La ricerca smentisce diversi luoghi comuni sui giovani che ormai sono entrati a far parte della narrazione corrente. Anzitutto, dimostra che non è affatto possibile parlare di una generazione incredula o, peggio, senza Dio e senza valori: «La metafora della liquidità ha preso il sopravvento e tutto viene giudicato sotto questa lente spesso fuorviante», spiega Bichi. «La ricerca di Dio e della dimensione religiosa c’è anche oggi dentro i giovani anche se in forme diverse dal passato».

Smentito anche il vecchio cliché “Gesù Cristo sì, Chiesa no”. «In realtà la situazione è più complessa», dice Bichi, «le questioni dottrinali non solo non riescono ad arrivare ai giovani come messaggio ma non fanno  emergere in primo piano neppure la figura di Gesù. Il linguaggio di chi comunica con loro dovrebbe cambiare  o avvicinarsi di più al mondo giovanile e questo a volte la Chiesa non riesce a farlo».
Il ruolo della famiglia, infine, è fondamentale all’inizio e poi scompare almeno nel racconti dei ragazzi. «Essa è importante come agenzia che socializza la religione come tradizione: chiesa, messa, catechismo», dice Bichi. «Anche se al suo interno ci sono alcune figure come la madre e la nonna che sono particolarmente rilevanti nella prima formazione della fede dei giovani. Bisogna chiedersi chi socializzerà la religione nelle generazioni future». E questo meriterebbe una ricerca a parte.

Che fede emerge da quest’indagine, dunque? «Una fede che c’è ma che ha bisogno di crescere», afferma la professore Bichi, «o meglio: che sarebbe necessario far crescere. Come un germoglio che fa fatica a fiorire»    

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