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martedì 04 agosto 2020
 
Su Vita Pastorale
 

Gustare la gioia dell'amore

26/02/2018  È il cammino che ci invita a fare Francesco, con il “cuore sempre aperto”, attenti alla realtà e ai segni della presenza di Dio nella vita quotidiana. «La Chiesa sia aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa». L'intervento di mons. Nunzio Galantino sull'ultimo numero di Vita Pastorale, nello Speciale per i cinque anni di pontificato di Francesco.

Introducendo un libro sull’Amoris laetitia che egli stesso mi ha regalato, il cardinale Schönborn afferma che il cammino al quale ci sta invitando papa Francesco ci fa gustare la gioia dell’amore. Un cammino che esige, per dirla con Péguy, “un cuore sempre aperto”. Un cammino segnato dal discernimento. Attento cioè alla realtà e ai segni della presenza di Dio nei percorsi spesso faticosi della vita nostra e di quanti incrociamo sulla nostra strada. Con questo invito e con i gesti che l’accompagnano, Francesco sta dando forma, continuità e concretezza a istanze che hanno trovato terra di coltura nel Vaticano II. In continuità con i suoi predecessori, lo fa mettendoci del proprio: formazione, carattere ed esperienza pastorale.

Non è un caso se quanti hanno accolto con ragionevole entusiasmo il Concilio vedano, con Francesco, rimesse in circolazione parole, speranze, scelte pastorali e stili di vita auspicati dai padri conciliari. D’altra parte, quanti hanno guardato con insofferenza o con sospetto l’evento conciliare, fanno fatica a riconoscere l’azione dello Spirito che, in questo momento storico, si sta servendo anche di Francesco per avvicinare sempre di più la Chiesa al Vangelo di Gesù. A fronte del disagio che le sue parole e i suoi gesti provocano in taluni, non smetto di domandarmi: «Quali parole e quali gesti del Papa sono tanto contrari al Vangelo da giustificare reazioni così scomposte»?

Capisco il disagio che può derivare dal “pensiero incompleto” di papa Francesco. Capisco la fatica che comporta quel “cuore sempre aperto”. Fior fiore di studiosi, uomini e donne di fede, ci hanno aiutato a capire che “pensiero incompleto” e “cuore sempre aperto” non preludono alla mancanza di punti di riferimento né vanno assimilati a una sorta di “pensiero debole”.

Il riferimento costante alla parola di Dio e alla realtà nella quale il Signore si rende presente domandano apertura, sensibilità e disponibilità alla conversione dei cuori e delle strutture. Si capisce così l’invito pressante a «innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito», ha detto il Papa introducendo il Convegno ecclesiale di Firenze. «Allora tutto sarà possibile con genio e creatività. La Chiesa italiana [...] sia una Chiesa libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa».  Una Chiesa fatta di persone che non si sentono arrivate e, per ciò stesso, autoreferenziali. Certo, una Chiesa che fa fatica a spogliarsi dell’autoreferenzialità troverà “sconveniente”, per esempio, chiedere perdono per i propri peccati. Come, invece, hanno fatto sia Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. E sia, ancora nel recente viaggio in Cile e Perù, papa Francesco.

“Pensiero incompleto” e “cuore sempre aperto” sono insieme, per Francesco, conseguenza dello sguardo fisso su Gesù e premessa indispensabile per la libertà, l’apertura, la creatività e la generosità. Queste,infatti, poggiano sulla certezza che il legame forte con Cristo e il sapersi strumento del suo Spirito spinge a «fare il primo passo, prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi» (EG24).

In continuità con tutto ciò, le parole e i gesti di Francesco sostengono in me la fatica e il desiderio di spendermi  per una Chiesa che possa farsi ospite tra gli ospiti, possa porgere una ciotola ristoratrice ai viandanti della vita; una Chiesa che libera e non costringe, che accarezza e non giudica, che ama l’ombra stremata di ciascuno, che l’abbraccia e l’accoglie per permetterle di vedere la luce. Per questo, negli ambienti che frequento, mi piace e mi commuove tutto ciò che è segno di una Chiesa che non trattiene la vita, che si lascia muovere e rinnovare e che apre processi e indica orizzonti, come vuole Francesco. Una Chiesa fatta di uomini e donne che fabbricano passaggi dove ci sono muri, che saltano ostacoli e costruiscono ponti; che mantengono fresca la spontaneità, l’invenzione e la creatività, che spezzano le dipendenze e l’ovvietà. Uomini e donne concreti, che rifiutano le astrazioni, ma capaci di saldare il sogno con la realtà, che non si spaventano delle differenze e delle contraddizioni; uomini e donne non impazienti, non frettolosi, non avari, ma che permettono all’amore di maturare e diventare pacifico, dolce, umile, comprensivo. E, quindi, ospitale.

Il nostro mondo e la stessa nostra Chiesa hanno tanto bisogno di queste sentinelle che vigilano attente su ogni moto della fantasia, su ogni nuovo slancio di coraggio, su ogni accenno di libertà che si ridesta, su ogni inizio di generosità, su ogni germoglio di speranza. Senza lasciarsi sopraffare dalla paura e dallo scoraggiamento perché, come mi sono sentito dire più volte: «La Chiesa non è né mia né tua. È del Signore Gesù».

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