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domenica 24 ottobre 2021
 
L'udienza
 

Il Papa: «Il formalismo ci porta al rischio dell’ipocrisia»

01/09/2021  Nella sua catechesi sulla Lettera ai Galati il Santo Padre ha richiamato l'avvertimento di San Paolo: non sostituire l'azione dello Spirito Santo con l'osservanza di leggi umane e formalismi, che inorgogliscono l'uomo e lo allontanano dalla Redenzione di Cristo

«Nelle catechesi precedenti abbiamo visto come l’apostolo Paolo mostra ai primi cristiani

della Galazia quanto sia pericoloso lasciare la strada che hanno iniziato a percorrere accogliendo il

Vangelo. Il rischio infatti è quello di cadere nel formalismo e di rinnegare la nuova dignità che essi

hanno ricevuto». Così ha esordito papa Francesco all’Udienza generale di questa mattina, 1° settembre, nell’Aula Paolo VI. Papa Francesco, incontrando vari gruppi di pellegrini e fedeli dall’Italia e da varie parti del mondo, ha continuato la sua catechesi sulla lettera di San Paolo ai Galati, incentrando la sua meditazione sul tema “stolti Galati”, a partire dal brano di Gal 3,1-3.

Francesco, ha subito precisato che quanto dice Paolo nella Lettera è non solo Parola di Dio, quindi testo ispirato, ma è soprattutto un metterci in guardia sul rischio di rendere solo formale la nostra fede: un rischio sempre presente nel cristianesimo e, quindi, anche oggi.

«Il formalismo ci porta al rischio dell’ipocrisia», ha detto ricordando quanto già detto nelle scorse settimane. Ricordando che «fino a qui, Paolo ha parlato della sua vita e della sua vocazione e di come la grazia di Dio ha trasformato la sua esistenza, mettendola completamente a servizio dell’evangelizzazione», Francesco ha messo in risalto che la Lettera ai Galati a partire dal capitolo 3  interpella direttamente i Galati, «ponendoli davanti alle scelte che hanno compiuto e alla loro condizione attuale, che potrebbe vanificare l’esperienza di grazia vissuta». E l’Apostolo, conscio di questo rischio, si rivolge ai suoi destinatari non certo con toni di cortesia, come fa in altre Lettere, dove «è facile trovare l’espressione “fratelli” oppure “carissimi”». «Qui no», ha specificato, «perché è arrabbiato e dice in modo generico “Galati” e per ben due volte li chiama “stolti”. Lo fa non perché non siano intelligenti, ma perché, quasi senza accorgersene, rischiano di perdere la fede in Cristo che hanno accolto con tanto entusiasmo». L’afflato di Paolo e l’amore per questi suoi figli lo porta addirittura quasi a insultarli: «Sono stolti perché non si rendono conto che il pericolo è quello di perdere il tesoro prezioso, la bellezza della novità di Cristo. La meraviglia e la tristezza dell’Apostolo sono evidenti. Non senza amarezza, egli provoca quei cristiani a ricordare il primo annuncio da lui compiuto, con il quale ha offerto loro la possibilità di acquisire una libertà fino a quel momento insperata».

Se Paolo è forte nel suo esprimersi e nel suo domandare ai Galati, secondo Francesco questo accade per scuotere le loro coscienze. «Si tratta di interrogativi retorici, perché i Galati sanno benissimo che la loro venuta alla fede in Cristo è frutto della grazia ricevuta con la predicazione del Vangelo». È un richiamo all’inizio della vocazione cristiana, al momento fontale della loro trasformazione in Cristo. Infatti, il Papa aggiunge: «La parola che avevano ascoltato da Paolo si concentrava sull’amore di Dio, manifestatosi pienamente nella morte e risurrezione di Gesù. Paolo non poteva trovare espressione più convincente di quella che probabilmente aveva ripetuto loro più volte nella sua predicazione: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me” (Gal 2,20). Lui non voleva sapere altro che Cristo crocifisso (cfr 1 Cor 2,2). I Galati devono guardare a questo evento, senza lasciarsi distogliere da altri annunci. Insomma l’intento di Paolo è di mettere alle strette i cristiani perché si rendano conto della posta in gioco e non si lascino incantare dalla voce delle sirene che vogliono portarli a una religiosità basata unicamente sull’osservanza scrupolosa di precetti».

Francesco ha a questo punto ricordato l’occasione che ha dato la spinta a Paolo di scrivere questa Lettera, cioè l’arrivo di predicatori esterni nelle comunità della Galizia, che li avevano convinti a rispettare anche i precetti degli ebrei come condizione della loro nuova fede in Cristo, un orpello che per Paolo avrebbe negato la nuova libertà in Cristo. I Galati, infatti, comprendevano bene ciò a cui l’Apostolo faceva riferimento: «Avevano fatto certamente esperienza dell’azione dello Spirito Santo nelle comunità», ha spiegato Francesco. «Come nelle altre Chiese, così anche tra loro si erano manifestati la carità e vari carismi. Messi alle strette, devono per forza rispondere che quanto hanno vissuto era frutto della novità dello Spirito. All’inizio del loro venire alla fede, pertanto, c’era l’iniziativa di Dio, non degli uomini. Lo Spirito Santo era stato il protagonista della loro esperienza; metterlo ora in secondo piano per dare il primato alle proprie opere, cioè ai pre4cetti della Legge, sarebbe stato da insensati». Dunque, vi è il primato dello Spirito Santo sulle “opere”, cioè su una osservanza di leggi che rende orgoglioso l’uomo. «La gratuità dell’azione della Redenzione, solo questo ci giustifica».

Francesco, chiudendo la catechesi ha ricordato che Paolo «in questo modo invita anche noi a riflettere su come viviamo la fede» e a chiederci quanto «l’amore di Cristo crocifisso e risorto rimane al centro della nostra vita quotidiana come fonte di salvezza, oppure se ci accontentiamo di qualche formalità religiosa per metterci la coscienza a posto». La vera questione che Paolo pone ai Galati, e quindi a noi oggi, in ultima analisi, è «se siamo attaccati al tesoro prezioso e alla bellezza della novità di Cristo, oppure se gli preferiamo qualcosa che al momento ci attira ma che poi ci lascia il vuoto dentro», come una religiosità rigida, fondata su precetti umani che toglie la libertà dello Spirito che solo ci dà la Redenzione di Cristo. «State attenti, dietro a ogni rigidità c’è una cosa brutta», ha avvertito. Un rischio che Francesco vede molto presente nell’attuale contesto, con il rischio di vivere una vita vuota: «L’effimero bussa spesso alla porta delle nostre giornate, ma è una triste illusione, che ci fa cadere nella superficialità e impedisce di discernere su cosa valga veramente la pena vivere».

L’invito di Francesco, quindi, è a non ascoltare queste proposte fondamentaliste, che ci portano indietro nella nostra vita pasquale regalataci da Gesù. Di qui l’invito rivolto a tutti i fratelli e sorelle: «Manteniamo comunque ferma la certezza che, anche quando siamo tentati di allontanarci, Dio continua ancora a elargire i suoi doni. È quanto l’Apostolo ribadisce ai Galati, ricordando che il Padre “dona con abbondanza lo Spirito e opera miracoli in mezzo a voi” (3,5)». L’uso del tempo presente (“dona”, “opera”) e non al passato è per Francesco «perché, nonostante tutte le difficoltà che noi possiamo porre alla sua azione – nonostante i nostri peccati –, Dio non ci abbandona ma rimane con noi col suo amore misericordioso. Dio è sempre vicino a noi con la sua bontà. È come il padre della parabola, che saliva sul terrazzo ogni giorno per vedere se tornava il figlio che era andato via. Dio non si stanca di noi».

Il Papa ha concluso il suo intervento con l’invito a scacciare sia i fondamentalisti dalla nostra vita che un’ascesi superficiale: «Domandiamo la saggezza di accorgerci sempre di questa realtà!», ha invitato.

Dopo la catechesi, sintetizzata in varie lingue, il Santo Padre ha saluto ai gruppi di fedeli presenti in Aula. L’Udienza si è conclusa con il canto del “Pater Noster” e la Benedizione Apostolica.

 

 
 
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