logo san paolo
martedì 25 gennaio 2022
 
 

Francesco Cafiso, il jazz nell'anima

19/12/2011  Intervista al popolare sassofonista 22enne siciliano, che ha registrato di recente un nuovo album, "Moody'n". E dice: "La musica è infinita, non si finisce mai di imparare".

A nove anni già suonava il sassofono in un’orchestra di tutti adulti. Da quando ne ha 14 partecipa ai festival jazz più importanti del mondo; a vent’anni si è esibito di fronte al presidente americano Barack Obama. Francesco Cafiso è un talento giovanissimo ma dotato di grande umiltà, con i piedi ben piantati per terra, uno straordinario entusiasmo creativo e il desiderio di non sentirsi mai arrivato: perché, come lui stesso dice, «la musica è infinita, non si finisce mai di imparare». Oggi, a 22 anni, il sassofonista siciliano - originario di Vittoria (Ragusa) - è un musicista di rara maturità artistica. Lo dimostra il suo ultimo album, Moody’n: bella prova di jazz contemporaneo, essenziale e raffinato, con l’Island Blue Quartet (insieme a Cafiso, Giovanni Mazzarino al pianoforte, Rosario Bonaccorso al contrabbasso e Dino Rubino alla tromba e al flicorno). Ecco Francesco Cafiso in un concerto al Blue Note di Milano:



Francesco, Moody'n è un disco improntato all'essenzialità del puro jazz. Come nasce questo progetto?

«Nel 2009 con l'album A New trip (registrato sempre con l'Island blue quartet) ho voluto fare un omaggio alla mia terra, la Sicilia. Era un progetto siciliano fino al midollo. Tutti i componenti del gruppo hanno scritto dei brani che riecheggiavano le sonorità tipiche della mia regione.  Poi, nel 2010 ho deciso di intraprendere la strada prettamente jazzistica. La parola Moody'n non esiste, l'ho inventata io, deriva dall'inglese mood, che significa umore, e mi piaceva come suonava. Ho scelto dei brani standard (da Charlie Parker a Miles Davis) affidandomi ai miei gusti personali e rivisitandoli in chiave moderna. Quanto alle composizioni originali, ho scritto dei brani che più risaltassero il suono del gruppo, per certi versi cameristico, e poi l'impasto sonoro, ad esempio, tra tromba e sassofono. In questo album volevo realizzare qualcosa di inusuale, come un duo con il contrabbasso nel brano Moody'n. Volevo rivisitare materiale tradizionale rileggendolo con una concezione moderna e fresca. Fare qualcosa di veramente nuovo a livello formale oggi è difficile. Io credo che la tradizione resti il trampolino di lancio verso il futuro del jazz».

Hai ripreso tre brani di Charlie Parker. Sei particolarmente legato alla figura di questo sassofonista?
«Sono legato a tutti i grandi della storia del jazz. Ovviamente Parker, in quanto sassofonista alto, ha giocato un ruolo fondamentale nella mia formazione e non potevo non rifarmi a lui. Mr Knom's nats - Introspectaball, ad esempio, è un mio brano dedicato a Thelonious Monk».

La tua scelta prettamente jazzistica è interessante, in un momento in cui molti musicisti tendono a mescolare il jazz con altri stili...
«Il mio obiettivo è quello di essere un musicista per pochi ma allo stesso tempo per tutti. E' difficile lanciare un messaggio ai cultori del jazz e contemporaneamente riuscire a comunicare con chi di questo genere è meno esperto. In questo disco il mio modo di suonare non è usuale, io non scendo a compromessi, però ci sono delle melodie che, una volta ascoltate, rimangono in testa e si ricordano a lungo. In passato ho provato a muovermi su altri territori, ma io mi sento un jazzista fino al midollo e penso che sia importante fare ciò che si ama davvero». 

A 22 anni hai vissuto esperienze professionali che in genere i musicisti fanno quando sono un po' più anziani di te... Come vivi questa tua maturità? Ti senti più grande della tua età?
« Non mi sono mai posto il problema. Questa maturità raggiunta presto mi ha dato la forza di compiere le scelte giuste. Io fondamentalmente mi diverto, faccio quello che più amo nella mia vita. E dal punto di vista umano non mi manca nulla, faccio proprio tutto quello che normalmente fa un ragazzo di 22 anni».

Nel tempo libero cosa ti piace fare?
«La musica, oltre che il mio lavoro, è anche il mio più grande hobby. Poi mi piace leggere e andare a teatro. L'anno scorso sono andato al Teatro Massimo "Vincenzo Bellini" di Catania a vedere un'opera lirica e mi sono commosso da morire. Pensavo che non avrei provato nessuna emozione, invece la lirica si è rivelata una delle esperienze più belle che ho vissuto. Mi piace stare con i miei amici, adoro viaggiare. Qualche tempo fa sono stato due settimane in Messico per dei concerti, ho conosciuto tanti ragazzi e ho avuto modo di girare, entrare un po' nella cultura messicana».

Continui a vivere a Vittoria, la tua città?
«Sì. Viaggiando spesso per la musica, dopo periodi di lavoro molto intensi, nella mia città ho la possibilità di ritrovare il mio equilibrio e la carica giusta per ripartire. Anche la mia fidanzata è di Vittoria». 

Cosa ne pensi dei talent show televisivi?
«Non biasimo i ragazzi che partecipano per farsi conoscere, soprattutto se c'è del talento vero. Ma io credo che quello che ti permette davvero di farti le ossa sia la gavetta. Ciò che non condivido di questo tipo di programmi è l'arte vissuta come una competizione sportiva. La musica non è una gara, è fatta di confronto e collaborazione, non di competizione. Una delle cose più belle è la condivisione, poter suonare con musicisti diversi e sfruttare questi momenti di crescita artistica come un regalo».

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo