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giovedì 28 ottobre 2021
 
 

Francesco, il Papa che apre le porte della Chiesa

11/03/2014  Il Pontefice venuto "dalla fine del mondo" sbalordisce e appassiona. Ai tradizionalisti non piace, ai fedeli sì.

L’ultima accusa è di proporre un magistero “liquido” che porta confusione nel cuore dei fedeli. Papa Francesco ai conservatori cattolici proprio non piace e nemmeno piace il suo metodo, quel vedere, ascoltare, pregare e decidere, che in una parola va rubricato con il concetto di discernimento, proprio di Bergoglio e di ogni gesuita.
Papa Francesco al giro di boa del primo anno di Pontificato ha sbalordito e ha meravigliato. Ha conquistato la gente con un semplice buonasera e poi con quell’augurio di buon pranzo con cui chiude l’Angelus alla domenica. Sostenere che ha cambiato il corso della storia della Chiesa cattolica è esagerato.
Ha cambiato la percezione nella gente della Chiesa, ha creato condivisione spiegando che il tratto di Dio è avere passione per ogni persona. Ha uno stile diverso e qui entra in gioco il suo carattere e la sua cultura latinoamericana, anche dal punto di vista ecclesiastico. Si preoccupa meno delle strutture, perché la Chiesa latinoamericana è più giovane e non ha alle spalle strutture e tradizioni millenarie.

Ha messo in movimento la Chiesa e ha avvisato che le porte delle Chiese vanno aperte non per farvi entrare il mondo, ma per far uscire il Vangelo. Stile latinoamericano, diverso da quello europeo. Eppure non dice cose che dovrebbero stupire. Se ciò accade e quindi molti si stupiscono, dentro la Chiesa, allora forse è perché ci siamo tutti scordati che il Concilio aveva detto esattamente queste cose. Bergoglio non è cambiato da quando è Papa. La cosiddetta “grazia di Stato” non lo ha trasformato. Lo si è visto nelle scelte che ha fatto a cominciare da quella di lasciar vuoto l’appartamento papale. Fa il prete prima che il Papa, anzi fa il Papa perché fa il prete.
E il magistero è quello del sacerdote, che attribuisce importanza alla predicazione con le omelie quotidiane di Santa Marta. Ha fatto sapere nel colloquio con il direttore del Corriere della Sera che l’adulazione e la descrizione di lui come una sorta di superman lo infastidisce, arrivando a dire che l’idealizzazione sfiora l’aggressione.

Ma glielo hanno fatto notare gli altri, per lui tutto è normale. Il pesce di solito non vede l’acqua in cui nuota. Non si preoccupa nemmeno molto di come vengono interpretate o accolte le sue parole. Ha rilasciato un’intervista al fondatore di Repubblica Eugenio Scalfati, il quale, pare, ha riportato il pensiero del Papa non troppo fedelmente. Ma non c’è stato alcuna scandalo e alcuna precisazione. Quando si sta in mezzo alla storia e si cammina con la gente si corre sempre qualche rischio. Ma è il rischio del Vangelo, riassunto nella parabola dei talenti: solo chi non gioca non sbaglia e chi non mette a frutto ciò che gli è stato donato rischia la condanna eterna.
In questo anno ci ha abituati ad un linguaggio nuovo. Non è assolutamente facile stare dietro alle sue battute e al suo stile oratorio intrecciato di metafore e di parole che si trasformano subito in immagini. Sono frasi semplici, ma sono anche le più difficili da accettare: pastori con l’odore delle pecore, Dio spray, cristiani da salotto o da pasticceria, preti farfalla.
Ha usato con sapienza perfetta l’ironia come quando ha detto che “c’è il dubbio che le guerre servano per vendere le armi”. Ha proposto analisi drammatiche sulla globalizzazione e ha parlato di cultura dello scarto, perché lui viene dall’unico Paese al mondo che ha dichiarato default, che è fallito per via della cattiva politica e della cattiva globalizzazione e quindi sa di cosa si parla. E ha detto sempre tutto con una facilità di comprensione per l’opinione pubblica mondiale talmente elevata che ha dato fastidio forse molto più di quanto non avvenne per Wojtyla al tempo delle critiche sul marxismo e sul capitalismo o dell’opposizione alla guerra del Golfo.

Bergoglio per la gente è il Papa della porta accanto. Eppure dopo un anno Bergoglio è diventato anche un interlocutore globale, capace di rimettere in circolazione il linguaggio di Gesù. Qualcosa di simile era accaduto con Papa Giovanni XXIII. Dunque c’è qualcosa di più profondo di un’ empatia semplicemente mediatica trascinata dai social network. Tutto sta a vedere se il sentimento di simpatia per Papa Francesco è anche simpatia per la Parola del Vangelo e si tradurrà in un cambio nel cuore degli uomini e delle loro istituzioni per rendere migliore il mondo.

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