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domenica 19 settembre 2021
 
 
Credere

Frate Alessandro. Canto, ma prima ancora ascolto

15/12/2016  All’uscita del suo quarto album, il francescano rivela l’importanza di mettersi in silenziosa apertura al prossimo: «Alle persone interessa soprattutto essere ascoltate. Oggi è forse la cosa che ci manca di più»

In una giornata autunnale fredda e ventosa di quattro anni fa, incontravamo ad Assisi, nella basilica di Santa Maria degli Angeli, frate Alessandro Brustenghi, dell’ordine dei Frati minori. 
Aveva appena pubblicato, dopo aver firmato un contratto esclusivo con la Decca, l’album La voce da Assisi, registrato negli Abbey Road Studios, quelli dei Beatles, per intenderci. Frate Alessandro è ora al suo quarto album, pubblicato per il Natale, O Holy Night (O Santa Notte). 
La sua vita è molto cambiata, gli impegni sono tanti, i genitori riescono a vederlo poco: «Mi sembra l’altro ieri e sono già quattro anni! Era una sfida ed è ancora una sfida che prosegue, perché richiede un adattamento continuo. Pensavo che sarebbe durato poco tutto questo… e invece no. Il punto non lo posso mettere più: adesso lo deve mettere solo il Signore. D’altra parte abbiamo trovato dei begli equilibri, perché il lavoro lo facciamo insieme. È una missione fraterna: quindi abbiamo condiviso, con i superiori e con gli altri frati, tutto il lavoro e il percorso. Ogni volta che c’era bisogno di riequilibrare − date, concerti, tempi di riposo − l’abbiamo fatto insieme. Non mi sono mai sentito solo».

ACCETTARE LA SFIDA

A questo mondo alieno, quello dello spettacolo e dei concerti, frate Alessandro un po’ si è abituato: «Sono più tranquillo, anche in televisione, alla radio, a rispondere alle domande delle interviste. Andare in giro per il mondo mi pesa sempre. È nella mia natura restare fermo, buono buono: in questo non sono cambiato. Anche questa è una sorta di sfida e anche di croce, perché lo è: però l’accetto».
Frate Alessandro prima accoglieva i pellegrini in Santa Maria degli Angeli, ora meno: «Adesso mi riconoscono e sono troppo esposto: a me piace l’anonimato, lo stare da una parte. Rimane il sogno di andare in un eremo, in un convento un po’ sperduto, spero un giorno si realizzi. Continuo a suonare e a cantare nelle Messe, così come a lavorare il legno in bottega. Sto restaurando delle vecchie cornici che avevamo in convento e che possono essere recuperate. Il richiamo alla manualità per me è vitale. Senza il lavoro manuale è come se mi mancasse qualcosa di fondamentale. E questo desiderio si è intensificato: mi riporta con i piedi per terra, mi fa stare a contatto con la realtà e mi scarica anche le tensioni. Spesso mi trovo a dover portare il peso delle sofferenze: molti vengono da me e io prego, ho sempre davanti quei volti che soffrono, i dolori degli altri diventano anche i miei. Non sono sacerdote e non confesso, però mi raccontano. Alle persone interessa soprattutto essere ascoltate. Oggi è forse la cosa che ci manca di più: un orecchio che ci ascolti».

IN DIALOGO CON I FAN

  

L’album O Holy Night, che contiene quattro tracce mai registrate prima, nasce da un’esigenza dei tanti fan di frate Alessandro: il desiderio di avere una raccolta dei brani preferiti.
 «Mi arrivano tanti messaggi, tramite facebook, twitter, via mail. La possibilità di comunicare a largo raggio è una grande ricchezza e anche una grande responsabilità. Ci vogliono delle regole. In questi anni ho ribadito che questi sono strumenti di comunicazione, non di conoscenza. Garantisco la preghiera per ognuno che mi contatta: e quindi, scherzando, dico che il mio inginocchiatoio è diventato la tastiera del computer!».

SEGUENDO LA MISERICORDIA

Oltre agli insegnanti di canto, frate Alessandro deve moltissimo anche alla sua docente di arte scenica, venuta a mancare alcuni anni fa, Patrizia Gracis.
«Eravamo molto amici. Era atea e io credente: erano scontri e incontri ma ci trovavamo sempre uniti. Ha creduto in me, ha fatto sì che potessi superare lo scoglio più grande, la capacità di comunicare. Nel 2002, quando mi vide, mi disse: “Sei un sacco di patate! Dovremo lavorare tanto”. È riuscita a farmi tirar fuori la capacità comunicativa e l’ha fatto anche attraverso la tecnica, insegnandomi che recitare non significa fingere, ma portare alla luce ciò che è già dentro di te. Le emozioni si ripetono, non c’è bisogno di fingere. “Ogni volta, anche se fai un vocalizzo, ci devi mettere il sentimento”. Sempre».
Il Giubileo per frate Alessandro è stato un grande richiamo: «Mi sono interrogato su quanto la musica possa essere uno strumento di misericordia, perché ha la capacità di riconciliare con se stessi, ed è un momento anche di pace, una goccia di speranza che si può offrire a chi soffre, come se Dio dicesse: “Non ti preoccupare. La senti come è bella questa musica? Pensa a come sono bello io”. Ed è già misericordia. La gente si sente sollevata dalla musica. Mi sono chiesto dove il mio compito e la mia missione si potessero collocare e la musica l’ho vissuta ancora con più consapevolezza e coscienza».
Qual è il messaggio di frate Alessandro per questo Natale? «Sarebbe bello invitare tutti a riscoprire la preghiera silenziosa e solitaria con Gesù. Credo che da lì possano rinascere anche i rapporti interpersonali, perché se io conosco Dio poi lo riconosco anche negli altri. Cerchiamo cinque minuti al giorno di silenzio e solitudine con Dio: noi, Lui e basta».

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