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Credere

Lo spirito della vita

20/05/2021  Invocare lo Spirito della Pentecoste significa anche coltivare un’umanità rinnovata, un cuore finalmente capace di responsabilità e di cura nei confronti della casa comune

La Pentecoste che celebriamo in questi giorni è una grande festa della vita – della vita rigenerata da uno Spirito che sempre e di nuovo giunge a ricrearla: «Mandi il tuo spirito, sono creati e rinnovi la faccia della terra» (Salmo 104,20). Non a caso nel Credo lo confessiamo come colui che «è Signore e dà la vita»: è il respiro che vivifica l’intera creazione e la sostiene, è colui che a ogni vivente offre energia e futuro. In tale direzione orienta il nostro sguardo anche il periodo dell’anno in cui la liturgia colloca la festa: i fiori della primavera guardano già ai frutti dell’estate. Ma lo sguardo potrebbe allargarsi a una scala temporale ben più ampia: il teologo australiano Denis Edward, scomparso poco più di un anno fa, contemplava i miliardi di anni della storia dell’evoluzione biologica sul nostro pianeta come il progressivo segreto dispiegarsi dell’opera dello Spirito vivificante, in cui ogni tappa è segnata dall’emergere di nuove potenzialità. Così la storia della vita gli appariva come la prima grande espressione della creatività di Dio, della fecondità impressa dal Creatore nella sua opera, ricca di tante potenzialità e capace di portare frutto in forme così diverse. Certo, la tradizione neotestamentaria sembra prendere una curvatura diversa: quando essa associa lo Spirito alla parola frutti, lo fa soprattutto per indicare quelli che egli genera nel cuore di chi lo accoglie, lasciandosi da Lui rinnovare: «Amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Galati 5,22). Un taglio soprattutto antropologico ed etico che, a prima vista potrebbe sembrare una drammatica restrizione del suo campo d’azione. A uno sguardo più attento, però, tale prospettiva rivela una sapienza che la connette strettamente alla precedente. Secondo la narrazione biblica, infatti, Israele potrà mangiare dei frutti della terra solo se saprà vivere secondo giustizia, nell’alleanza (Deuteronomio 30): allora la benedizione di Dio farà germogliare in abbondanza il grano, il vino e l’olio – ciò che allieta il cuore umano e ciò che nutre il nostro corpo (cfr. Salmo 104,13). Ma lo Spirito di Dio è proprio quella realtà che crea cuori rinnovati secondo giustizia (Geremia 31,31-34; Ezechiele 36,26-28) e che, proprio nel far questo, ricollega gli umani alla terra, a disegnare un’armonia rinnovata, oltre la frattura introdotta dal peccato (Genesi 3,17-19). Queste indicazioni assumono un significato ancor più pregnante in un tempo di crisi socio-ambientale: nell’Antropocene che abitiamo è ben chiaro il legame tra i comportamenti umani (e i cuori che li generano) e la salubrità della terra. Da essi, anzi, dipende la stessa possibilità che la terra continui a produrre frutti vivificanti anche per le prossime generazioni. Invocare lo Spirito della Pentecoste significa allora anche coltivare un’umanità rinnovata, un cuore finalmente capace di responsabilità e di cura nei confronti della casa comune.

 
 
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