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martedì 07 dicembre 2021
 
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La Donna della domenica resta sola

15/01/2012  Carlo Fruttero aveva formato per decenni con Lucentini un duo letterario impareggiabile. Una serie di grandi successi e l'osservazione acutissima dei tic della società italiana.

Carlo Fruttero (a destra) con Franco Lucentini (foto Ansa).
Carlo Fruttero (a destra) con Franco Lucentini (foto Ansa).

E adesso chi glielo dice alla Donna della domenica che l'americanista Bonetto è andato in paradiso? Lui e tutta la Torino passata e passata alla storia anche in quelle pagine di giallo ironico e lieve, come sempre era la scrittura di Fruttero e Lucentini: dove il Balùn poteva essere il centro del mondo e dove si poteva ridere alle lacrime quando l'americanista suddetto si peritava di tradurre nell'improbabile inglese dust-catcher, l'impareggiabile piemontese ciapapùer, alla lettera "acchiappapolvere",  "soprammobile", colto nella sua ontologica inutilità.


     Se ne va Fruttero, a 85 anni, dopo 10 di "vedovanza" letteraria da Franco Lucentini, e 6 di scrittura solitaria. Ci mancherà, ma non è difficile immaginare la perfetta letizia di quelle quattro mani, felicemente unite in letteratura come poche volte accade, che si ricongiungono tra le nuvole: di nuovo Fruttero&Lucentini, tutta una parola, come sono stati per una vita, anzi per due vite, e saranno per sempre.  

     Con Lucentini che, come diceva Fruttero in un ricordo recente "voleva tutto sotto controllo dall'inizio". E Fruttero, invece, che voleva stupirsi. Il romanzo nasceva dal compromesso cui arrivavano: ciascuno scriveva il suo pezzetto e poi si correggevano a vicenda, tante volte, finché quel canovaccio trovava pace, opportunamente organico e insieme capace di stupire, in un romanzo finito.  

     Come Fruttero e Lucentini da stasera ritrovano pace nella schermaglia di un romanzo che comincia. Un romanzo infinito, lieve e capace di sorriso.

Una delle ultime immagini di Carlo Fruttero (foto Ansa).
Una delle ultime immagini di Carlo Fruttero (foto Ansa).

Carlo Fruttero, scomparso all’età di 85 anni nella sua casa di Castiglione della Pescaia, era la metà più sorniona e corrosiva del duo letterario per decenni intrattenuto con Franco Lucentini.


     Entrambi dotati di una curiosità onnivora per la letteratura, anche di genere (diressero insieme la collana di fantascienza Urania), e di un patrimonio di letture in pratica sconfinato, costituivano per qualunque intervistatore una vera lezione di modestia. Chi scrive li incontrò tre volte: nell’appartamento di Lucentini, affacciato sulla magnifica piazza torinese che introduce al Po, al vecchio Biffi Scala, in casa editrice. E andava sempre allo stesso modo. Lucentini parlava del libro, della storia, ti circondava con un mare di riferimenti dotti e curiosi ai quali, ovviamente, non avresti pensato mai. Faceva gioco, insomma. Fruttero piazzava la battuta fulminea, l’osservazione spiazzante. Andava in porta, rapace. 

     Narra la leggenda che si fossero conosciuti per caso a Parigi, nei primi anni Cinquanta, solo perché stavano nello stesso hotel. E che dovettero passare altri anni prima che si scoprissero affini e capaci di scrivere insieme. Fatto sta che insieme scrissero per più di quarant’anni. Un patrimonio di articoli e saggi, e molte opere di narrativa, curiosamente arrivate dopo una prima prova, nel 1971, consacrata alla poesia: L’idraulico non verrà. Nel 1972 era già clamoroso successo, con La donna della domenica, per proseguire con La cosa in sé (1982), Il palio delle contrade morte (1983), A che punto è la notte (1985), L’amante senza fissa dimora (1986) e il formidabile La prevalenza del cretino (1986), antologia ironica dei vezzi e vizi di quella che allora era “l’Italia da bere”. 

     Non conta nulla ma chi scrive si salvò da un attacco di depressione grazie a quel libro: confinato per tre giorni in una brutta città che sarà meglio non nominare, solo, alle prese con un servizio noioso e forse anche inutile, lo lessi in una notte, rovesciandomi nel letto per lo spasso e per il gusto di vedere quei due signori, così distinti e compunti, due grandi borghesi insomma, dire le cose (giustissime cose) che sembrava così rivoluzionario dire.

     Lucentini se n’era andato nel 2002, suicida. Malato di tumore ai polmoni, si era lanciato nella tromba delle scale di quel signorile palazzo vicino al Po, e tutti avevano ricordato Primo Levi. Fruttero, perso il compagno di una vita e di una letteratura, non aveva smesso di scrivere, come sempre benissimo. 

     Nel 2006, con Donne informate sui fatti, era arrivato in finale al Premio Campiello. Nel 2010 aveva pubblicato il suo ultimo libro, anzi gli ultimi due: Mutandine di chiffon, con i ricordi di una vita; e La patria, bene o male, scritto con Massimo Gramellini e dedicato all’unità d’Italia. Oggi, discreto come sempre, se n’è andato anche lui. E come Lucentini ci mancherà tanto. 

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