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mercoledì 29 maggio 2024
 
il racconto
 

Nell'addio a Berlusconi il funerale di un'epoca

14/06/2023  A Milano le esequie di Stato dell’ex premier con la folla che applaude, le bandiere di Forza Italia e del Milan, i cori da stadio, potenti e star televisive, campioni sportivi e gente comune. L’arcivescovo Delpini nell’omelia: «È stato un uomo: un desiderio di vita, di amore, di gioia. E ora celebriamo il mistero del compimento. Ecco che cosa posso dire di Silvio Berlusconi. È un uomo e ora incontra Dio»

Forse il vero rito non è il funerale ma il contorno del funerale. La vera cerimonia non è solo nel Duomo di Milano ma nella piazza colorata e commossa.

A dire addio a Silvio Berlusconi non sono tanto, o non solo, i leader della politica e delle istituzioni, i campioni dello sport, le star delle sue televisioni, i magnati dell’economia e della finanza ma la gente che è arrivata dalle otto del mattino, con la bandiera di Forza Italia, per prendersi il posto migliore e vedere “il Silvio” da vicino per l’ultima volta. Come la signora Pina che protesta quando i cronisti posizionati nell’area a sinistra del sagrato le si parano davanti: «Toglietevi che gliene avete fatte passare tante al presidente».

E Silvio Berlusconi non è solo nella bara di legno chiaro, con il cuscino di rose bianche e rosse che ammicca al tricolore, ma nella memoria di quella parte del popolo italiano – tifosi del Milan e militanti di Forza Italia, ex dipendenti e soci d’affari, telespettatori dei suoi programmi televisivi e abitanti di Milano 2 – che oggi si ritrova per l’ultima volta per dire addio al “suo” presidente.

L’Italia che lo ha osteggiato e combattuto per anni qui non c’è. L’eco delle polemiche sui funerali di Stato e il lutto nazionale proclamato dal governo Meloni è lontanissima da questa piazza.

Quando un contestatore solitario si azzarda a dire qualcosa viene immediatamente zittito con un coro da stadio: «Scemo, scemo». Una signora con la maglietta bianca con la scritta «Oggi non sono in lutto» viene subito rimbrottata da un gruppo di persone. La piazza esplode quando gli ultras del Milan, con le bandiere sventolate ogni domenica in Curva Sud, intona il coro: «Un presidente, c’è solo un presidente».

La cronista del Tg5, Elena Guarnieri, si commuove in diretta quando parte l’altro slogan della giornata: «Chi non salta comunista è», crasi perfetta tra tifo e politica di cui Berlusconi è stato l’incarnazione.

La signora Gianna da Torino, elegantissima nel suo tailleur blu scuro, si definisce la “pasionaria di Silvio”: «L’ho conosciuto nel 1969 a Mediolanum e da allora non l’ho più lasciato. Nel 1993 sono stata tra le fondatrici del circolo di Forza Italia a Torino. Il partito? Quelli bravi per farlo andare avanti ci sono, non deve morire perché un sogno non può morire».

Le immagini televisive, per quanto belle e precise, non rendono l’idea. Non restituiscono l’intensità della partecipazione popolare anche se piazza Duomo, complice anche il giorno feriale, non è pienissima come si pensava alla vigilia e si vede subito.

I carabinieri in alta uniforme sul sagrato fanno le prove degli onori militari prima dell’arrivo del feretro. Alla spicciolata arrivano Elly Schlein e Vittorio Sgarbi, Urbano Cairo, che si dilunga a parlare con i cronisti, e Arrigo Sacchi, Giovanni Malagò del Coni e l’ex velina Maddalena Corvaglia, Flavio Briatore con Elisabetta Gregoraci, Antonio Razzi che si concede ai cronisti e Francesca Pascale che non dice mezza parola e fugge sotto il porticato davanti alla Mondadori, Gerry Scotti e Denis Verdini, Lele Mora e Maria De Filippi in total white (e in barba al dress code previsto dai funerali di Stato): «Il bianco», dice, «era il suo colore preferito».

La folla in piazza Duomo per i funerali di Silvio Berlusconi (Reuters)

Giorgia Meloni e il presidente Mattarella entrano dalla porta laterale del Duomo, di fronte a Palazzo Reale, poco prima dell’inizio della cerimonia.

Attorno al maxischermo ci sono molti stranieri. Guardano incantati l’apparato di divise e di armi, di medaglie e di copricapi, il picchetto interforze che si schiera sul sagrato per accogliere il feretro.

Tania, ecuadoriana, arriva da Famagosta, periferia sud di Milano e si è portata la bandiera del suo Paese: «Sono arrivata in Italia nel 1999», racconta, «grazie alla sanatoria che fece Silvio nel 2002 prima della Bossi-Fini ho ottenuto i documenti e sono diventata cittadina di questo paese. Se sono italiana lo devo a lui e oggi sono venuta per dirgli grazie».

Filippo arriva dalla Barona, altra periferia disastrata di Milano: «Sono qui per dare onore a un italiano che è stato anche un rivoluzionario».

Un gruppo di ragazze di Monza, che quando Berlusconi nel 1994 fondò Forza Italia non erano neanche nate, hanno messo uno striscione con la celebre frase della “discesa in campo”: «L’Italia è il paese che amo».

Una signora si sventola con un ventaglio bianco su cui ha scritto “Grazie Silvio” con un cuore.

Giusi ha legato alla sciarpa del Milan una coccarda tricolore: «Quando lunedì ho saputo della sua morte sono rabbrividita per il dolore».

Il sagrato del Duomo non riesce a contenere tutte le corone di fiori arrivate da capi di Stato, istituzioni, semplici cittadini, squadre di calcio, imprenditori.

Sono circa una cinquantina e metà sono state spostate davanti al Museo del Novecento. Dicono, più di mille discorsi, le tante vite vissute (e cavalcate) da Berlusconi. C’è quella della Rai e della “famiglia Angelucci”, quelle dell’Inter, della Roma e della Lazio, della Lega Serie A e di Belén Rodriguez, di Lapo Elkann e dei volontari dell’associazione “Salute Donna”, della famiglia di Niccolò Ghedini, il suo storico avvocato, e di Mediaset Espana, dei residenti di Milano 2 e di una signora, Antonella Maria Troise, che ha fatto mandare un cuscino di lilium e gerbere con un biglietto: «Alla illustrissima famiglia Berlusconi esprimo il mio dolorosissimo cordoglio per la scomparsa dell’illustrissimo presidente dottore Silvio Berlusconi. Mi stringo calorosamente a voi. Con deferenza».

Sui maxischermi scorrono le immagini che arrivano da Arcore con il carro funebre che esce da Villa San Martino e la gente applaude.

È un addio molto italiano, inimmaginabile per un ex presidente degli Stati Uniti.

Quando il feretro arriva sul sagrato, in piazza Duomo s’accende un pianto furioso. Cori, applausi, urla, lacrime: «Silvio, Silvio, Silvio». Tutti brandiscono il cellulare per scattare una foto e fare un video. Perché lui è stato tutti loro, e tutti, in lui, si sono riconosciuti.

La famiglia, composta, incede dietro il feretro portato a spalla dai carabinieri in alta uniforme. La primogenita Marina tiene per mano la compagna Marta Fascina. Più dietro, il fratello Paolo e gli altri figli. Eleonora elegantissima con cappello e veletta nera di pizzo.

Tra le navate del Duomo di Milano suonano le note del Silenzio d’ordinanza, eseguito da un trombettiere dell’Aeronautica militare.

A celebrare la Messa è l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini. Quando, nell’orazione iniziale, pronuncia il nome del nostro “fratello Silvio” la piazza esplode in un boato.

Il feretro, come prevede il Rito ambrosiano, viene asperso con l’acqua benedetta e incensato all’inizio dalla celebrazione da Delpini che poi pronuncia l’omelia tracciando un ritratto di Berlusconi, senza mai nominarlo, se non alla fine, come di un uomo animato spasmodicamente dal desiderio di vita, di amore, di felicità: «Vivere e resistere e non lasciarsi abbattere dalle sconfitte e credere che c’è sempre una speranza di vittoria, di riscatto, di vita», dice l’arcivescovo, «vivere e desiderare una vita che non finisce e avere coraggio e avere fiducia e credere che ci sia sempre una via d’uscita anche dalla valle più oscura. Vivere e non sottrarsi alle sfide, ai contrasti, agli insulti, alle critiche, e continuare a sorridere, a sfidare, a contrastare, a ridere degli insulti. Vivere e sentire le forze esaurirsi, vivere e soffrire il declino e continuare a sorridere, a provare, a tentare una via per vivere ancora».

Pier Silvio in prima fila annuisce.

La piazza applaude calorosamente l’omelia di Delpini per otto volte.

«Amare e desiderare di essere amato. Amare e cercare l’amore, come una promessa di vita, come una storia complicata, come una fedeltà compromessa», continua l’arcivescovo, «desiderare di essere amato e temere che l’amore possa essere solo una concessione, una accondiscendenza, una passione tempestosa e precaria. Amare e desiderare di essere amato per sempre e provare le delusioni dell’amore e sperare che ci possa essere una via per un amore più alto, più forte, più grande». Ecco, aggiunge, «che cosa si può dire dell’uomo: un desiderio di vita, di amore, di gioia che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento».

La folla è entusiasta: «Però, che belle parole per il nostro Silvio», mormora una signora.

«Silvio Berlusconi», conclude monsignor Delpini, «è stato certo un uomo politico, è stato certo un uomo d'affari, è stato certo un personaggio alla ribalta della notorietà ma in questo momento di congedo e di preghiera, che cosa possiamo dire di Silvio Berlusconi? È stato un uomo: un desiderio di vita, un desiderio di amore, un desiderio di gioia. E ora celebriamo il mistero del compimento. Ecco che cosa posso dire di Silvio Berlusconi. È un uomo e ora incontra Dio».

Gino, libero professionista, è arrivato da Pisa: «Mi sono chiesto perché la sua morte ha reso tristi migliaia di persone e ho pensato che lui ha dato a tutti la speranza di potercela fare senza dimenticare le proprie origini, le tradizioni, la famiglia. Pur essendo un uomo ricchissimo, era attento alle piccole cose. Il suo lascito più grande è l’intuizione nella politica internazionale. Anche sulla guerra in Ucraina e sul ruolo della Cina ha avuto idee lungimiranti, coraggiose e fuori dal coro. Speriamo che questo governo le porti avanti».

Sul sagrato spunta un microfono. Forse prenderà la parola qualcuno della famiglia per ringraziare. Forse ci sarà una commemorazione laica come accade nel 2009 ai funerali di Mike Bongiorno quando prese la parola proprio Berlusconi per ringraziare il presentatore che diede volto e successo alle sue intuizioni televisive.

I cronisti si posizionano con telecamere e telefonini. Alla fine, però, non parlerà nessuno.

Il feretro, sotto gli occhi del presidente Mattarella, di Giorgia Meloni e dei presidenti di Camera e Senato, Fontana e La Russa, riceve gli onori militari dal pacchetto interforze ma la piazza esplode come allo stadio. Molti intonano l’inno di Mameli. Altri gridano: «Silvio sei il più grande».

Una signora solleva un cartello: «Il più italiano degli italiani. The most italian of italians. Silvio Berlusconi, 1936 – 2023».

Un omone alto e grosso si fa fotografare con la maglietta «Grazie presidente».

Molti vip vanno via alla spicciolata. Vittorio Sgarbi s’intrattiene con un cronista norvegese a parlare dei processi di Berlusconi in una scena degna di un film di Alberto Sordi.

Una coppia di turisti inglesi arrivati da Manchester chiede ai poliziotti: «What’s happening?». Il poliziotto tenta di spiegare.

È appena andato in scena il funerale di un’epoca.

Multimedia
Il racconto per immagini dei funerali di Berlusconi
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