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Fuori di gabbia

15/02/2014  Caritas Tarvisina e Cooperativa Alternativa in collaborazione con la Cooperativa Puntozero hanno avviato un progetto di formazione professionale e riabilitazione per detenuti.

Ogni mattina, alle otto e trenta, le porte della falegnameria di via Santa Bona Nuova, all’interno del carcere di Treviso, si aprono. Per i detenuti è il momento di cominciare il lavoro. Di dedicarsi alla produzione di nidi artificiali. C’è chi si occupa di taglio, con squadratrice e sega circolare, chi di verniciatura, chi di serigrafia. E chi di packaging, confezionando il prodotto con il kit per il montaggio. Fatta salva un’oretta di pausa pranzo, l’attività si protrae fino alle 17. I nidi (per merli, cinciallegre, pipistrelli) si vendono, attraverso due canali: uno tradizionale (la bottega di via Cardinal Callegari 32), l’altro più innovativo (uno store on line). 

È questo il recente progetto Fuori di gabbia, realizzato dalla cooperativa Alternativa e dalla Caritas Tarvisina in collaborazione con la cooperativa Puntozero. «I detenuti, con le loro fragilità e risorse, sono i veri protagonisti dell’iniziativa; vengono selezionati dagli educatori e dagli psicologi dell’équipe, quindi formati e avviati al lavoro», spiega Igor De Paolo, responsabile del laboratorio. «Hanno un regolare contratto e sono sempre guidati dagli operatori». Al loro fianco, non mancano falegnami esperti, architetti, fotografi, illustratori, designer, che mettono a disposizione creatività e competenze per realizzare prodotti a prova di mercato.

Ma il significato dell’iniziativa va ben al di là della produzione artigianale: in ballo ci sono concetti fondamentali, come la «valorizzazione della persona e delle sue capacità, l’importanza di fare bene le cose, la necessità di trovare un senso e di impiegare il tempo in modo fruttuoso». Dietro ciascun nido fatto e finito c’è una vita, una storia. Come quella di Karim, 27 anni, di origine tunisina, dentro per spaccio. O quella di Manuel, 36, italiano, in carcere per sfruttamento della prostituzione.

O ancora quella di Raul, 42 anni, tre figli e sulle spalle un’accusa di rapina. A quelli come loro «il progetto mira a dare una possibilità concreta di riscatto», spiega De Paolo. Sì, perché «la capacità di trovare un impiego, una volta scontata la pena, diminuisce il rischio di recidiva dell’80 per cento», evitando il circolo vizioso: uscita dal carcere-mancanza di lavoro e di reti sociali-commissione di reati-ritorno in carcere.

Un plauso all’iniziativa viene anche dal direttore della casa circondariale Francesco Massimo: «Siamo contenti di proseguire questo progetto che vede l'impegno congiunto di detenuti e collaboratori, in un momento difficile per il nostro Paese, in cui ci troviamo a fare i conti con la mancanza di lavoro, che colpisce anche e soprattutto chi ha trascorso anni in una cella». La speranza è che, una volta usciti, i detenuti trovino, assieme a un mestiere, anche la forza di essere davvero liberi e di spiccare il volo. Dopotutto è questa la bella lezione di Fuori di gabbia.


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