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mercoledì 14 aprile 2021
 
VATICANO
 

Polvere e poveri: tirocinio in "uscita" per i futuri nunzi

17/02/2020  Un anno da missionari: non tra i comfort delle sedi diplomatiche, ma nelle periferie, tra gli ultimi. Papa Francesco cambia il curriculum di chi si prepara a diventare "una feluca" del Santo Padre. «Sono certo che, superate le iniziali preoccupazioni, l'esperienza tornerà utile non solo ai giovani accademici, ma anche alle singole Chiese con cui questi collaboreranno», osserva il Pontefice

Un buon diplomatico deve essere prima di tutto un buon prete, se lavora per il Papa, e deve avere uno slancio missionario per i Paesi ai quali è assegnato. Per questo motivo Francesco ha deciso che i futuri nunzi apostolici dovranno trascorrere un anno della loro formazione facendo i missionari «al fine di formarli allo zelo apostolico per andare nei territori di confine, al di fuori della propria diocesi di origine». E non tra i comfort delle sedi diplomatiche, ma sul campo, tra i poveri delle periferie, al fianco delle popolazioni locali, affrontando le difficoltà della Chiesa del posto. Il Pontefice lo ha scritto in una lettera inviata al presidente della scuola diplomatica vaticana, monsignor Joseph Marino, la gloriosa Pontificia Accademia Ecclesiastica che si affaccia sulla centralissima Piazza della Minerva a Roma.

«Sono certo che, superate le iniziali preoccupazioni, che potrebbero sorgere di fronte a questo nuovo stile di formazione per i futuri diplomatici della Santa Sede, l'esperienza missionaria che si vuole promuovere tornerà utile non soltanto ai giovani accademici, ma anche alle singole Chiese con cui questi collaboreranno e, me lo auguro, susciterà in altri sacerdoti della Chiesa universale il desiderio di rendersi disponibili a svolgere un periodo di servizio missionario fuori della propria Diocesi», scrive il Papa nella missiva dell’11 febbraio con la quale «chiede di integrare nei curriculum di formazione per i sacerdoti candidati al servizio diplomatico della Santa Sede un anno di impegno missionario presso una diocesi delle Chiese particolari».

Nunzi apostolici, e diplomazia: le idee a frutto del Sinodo dell'Amazzonia

Si realizza così un’idea che Francesco covava da mesi e che aveva esposto in occasione dell’ultimo Sinodo sull’Amazzonia (6-27 ottobre scorsi). Nel discorso conclusivo di quell’assemblea, infatti, il Papa rilevava che bisogna formare i giovani religiosi «allo zelo apostolico per andare nei territori di confine. Sarebbe bene che nel piano di formazione dei religiosi ci fosse un’esperienza di un anno o più in regioni limitrofe. Non solo», diceva il Papa, e formulava un «suggerimento»: «Che nel servizio diplomatico della Santa Sede, nel curriculum del servizio diplomatico, i giovani sacerdoti trascorrano almeno un anno in terra di missione, ma non facendo il tirocinio nella Nunziatura come si fa ora, che è molto utile, ma semplicemente al servizio di un vescovo in un luogo di missione». Se Jorge Mario Bergoglio è tornato ad affrontare la «pressante necessità» di maggiori vocazioni nell’esortazione apostolica Querida Amazonia che ha pubblicato nei giorni scorsi, la lettera odierna riprende quel «suggerimento» e, nero su bianco, lo applica a tutte le terre di missione, dall’Africa all’Asia all’America latina.

Come funziona e come sarà la diplomazia della Santa Sede e l'organizzazione dei nunzi apostolici di papa Francesco

  

Papa Francesco, del resto, ha sempre attribuito grande importanza ai nunzi apostolici, tanto da creare, nel novembre del 2017, una terza sezione della Segreteria di Stato che, affiancata alla prima (affari generali) e alla seconda (relazioni con gli Stati), si occupa esclusivamente del personale di ruolo diplomatico della Santa Sede. Una struttura, affidata al monsignore polacco Jan Romeo Pawlowski, che intende «dimostrare – così recitava il comunicato vaticano – l’attenzione e la vicinanza del Santo Padre e dei Superiori della Segreteria di Stato ai nunzi apostolici. Due parole – attenzione e vicinanza – che fanno trasparire il ruolo cruciale degli ambasciatori papali, il rischio che un cattivo esempio si riverberi sull’immagine della Santa Sede nel mondo e la potenzialità che la loro testimonianza positiva rafforzi la eco della loro missione.

Non casualmente, Bergoglio compie una volta all’anno, discretamente, una visita alla Pontificia Accademia Ecclesiastica, che si affaccia su Piazza della Minerva, al centro di Roma. «Negli anni del suo pontificato, questo incontro è diventato un appuntamento, che dimostra con chiarezza la vicinanza e l’attenzione che il Papa riserva alla comunità dell’Accademia, formata, quest’anno, da 35 sacerdoti provenienti da 22 paesi», è la cronaca dell’Osservatore Romano in occasione dell’ultima visita, a maggio scorso. «Con la sua presenza egli vuole offrire un concreto sostegno e incoraggiamento agli alunni per il futuro ministero che li aspetta nelle rappresentanze pontificie sparse in tutto il mondo, ministero vissuto non di rado in situazioni difficili», spiegava il quotidiano vaticano, riportando che nel «dialogo informale, aperto e profondo» tra studenti e pontefice si erano toccati i temi più disparati, non esclusa la questione della «trasparenza», quella della «tutela dei minori», nonché la «validità del celibato nella Chiesa latina», domanda rispetto alla quale «il Santo Padre ha ribadito che si tratta di un dono prezioso di Dio da conservare e custodire, non escludendo però la possibilità di scelte disciplinari diverse nelle situazioni eccezionali di certe aree geografiche».

Terre di missione: Europa, Africa, America Latina e del Nord, Asia e Oceania: per i nunzi, le diverse sfide nei 5 continenti

«Come ho già avuto modo di ricordare alla comunità di codesta Pontificia Accademia Ecclesiastica», scrive ora Papa Francesco: «”La missione che un giorno sarete chiamati a svolgere vi porterà in tutte le parti del mondo. In Europa bisognosa di svegliarsi; in Africa, assetata di riconciliazione; in America Latina, affamata di nutrimento e interiorità; in America del Nord, intenta a riscoprire le radici di un'identità che non si definisce a partire dalla esclusione; in Asia e Oceania, sfidate dalla capacità di fermentare in diaspora e dialogare con la vastità di culture ancestrali” (25 giugno 2015).

Per affrontare positivamente queste crescenti sfide per la Chiesa e per il mondo, occorre che i futuri diplomatici della Santa Sede acquisiscano, oltre alla solida formazione sacerdotale e pastorale, e a quella specifica offerta da codesta Accademia, anche una personale esperienza di missione al di fuori della propria Diocesi d'origine, condividendo con le Chiese missionarie un periodo di cammino insieme alla loro comunità, partecipando alla loro quotidiana attività evangelizzatrice».

Allo scopo di elaborare in modo più approfondito e avviare bene tale progetto, «occorrerà innanzitutto una stretta collaborazione con la Segreteria di Stato e, più precisamente, con la Sezione per il Personale di Ruolo diplomatico della Santa Sede, nonché con i Rappresentanti Pontifici, i quali certamente non mancheranno di prestare un valido aiuto nell'individuare le Chiese particolari pronte ad accogliere gli alunni e nel seguire da vicino tale loro esperienza», scrive ancora Francesco. Il nuovo curriculum entrerà in vigore nel prossimo anno accademico 2020/2021.

«Sono convinto che una tale esperienza potrà essere utile a tutti i giovani che si preparano o iniziano il servizio sacerdotale, ma in modo particolare a coloro che in futuro saranno chiamati a collaborare con i Rappresentanti Pontifici», scrive ancora il Papa, «e, in seguito, potranno diventare a loro volta Inviati della Santa Sede presso le Nazioni e le Chiese particolari». Ambasciatori esperti in geopolitica, poliglotti, versati nelle capacità negoziali. Ma con un anno durante il quale si sono «sporcati le mani», per usare un’espressione cara a Francesco, al servizio del popolo di Dio.

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