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martedì 30 novembre 2021
 
Teatro
 

Galileo, eroe o antieroe?

12/10/2015  Gabriele Lavia porta in scena al Carignano di Torino l'opera di Brecht, restituendo la complessità e ambiguità del celebre scienziato, in un ritratto al tempo stesso intimo e pubblico: fu un vile a piegarsi all'abiura o fu saggio nell'accettarla per continuare in segreto i suoi studi, a beneficio dell'umanità?

Mentre festeggia il suo settantatreesimo compleanno, Gabriele Lavia si regala, nella cornice dello splendido Teatro Carignano di Torino, il suo primo allestimento di Bertolt Brecht con Vita di Galileo, ricordandone la regia di Giorgio Strehler nel 1963 con Tino Buazzelli nel ruolo di Galileo che lo colpì talmente da decidere di intraprendere la carriera di attore.

Lavia dirige una compagnia di ventisei attori, fatto raro al giorno d’oggi, in un allestimento efficace in cui finalizza anche scenografie e costumi a scandagliare ventotto anni della vita dello scienziato, attraverso i momenti salienti della sua esistenza, rappresentando con chiarezza le scoperte di Galileo. Brecht, infatti, crea un teatro epico - didascalico, cioè raccontato in modo comprensibile per tutti, come, secondo Galileo, la conoscenza della scienza doveva essere comprensibile per tutti, anche per i bambini e le pescivendole, come afferma con veemenza in diversi passi del testo brechtiano.

Gabriele Lavia mostra vigore ed entusiasmo nell’interpretare Galileo insegnante per diciotto anni a Padova, quando crea il compasso geometrico, il cannocchiale, l’astrolabio e l’elioscopio, così da poter osservare i satelliti di Giove, le fasi di Venere, le montagne della Luna, l’anello di Saturno e ipotizzare la veridicità del sistema copernicano, scrivendo il Sidereus Nuncius, in cui afferma che la terra non è il centro dell’universo e non sta ferma, ma ruota attorno al sole, contraddicendo l’interpretazione di un passo della Bibbia e la teoria tolemaica e ottenendo così una prima diffida della Santa Inquisizione. Lavia fa rivivere la gioia di ogni scoperta di Galileo che, per esempio acquistate le lenti, costruisce il cannocchiale e fa scoprire al suo undicenne discepolo Andrea Sarti (interpretato con vivacità da Ludovica Apollonj Ghetti), figlio della signora Sarti, la sua domestica, come si possono osservare oggetti da vicino o quando propone una dimostrazione pratica per spiegare la teoria eliocentrica: solleva Andrea seduto sua una sedia per dimostragli che se lui rappresenta la terra, anche spostandolo da un punto all’altro, il sole resta fermo ed è lui (la terra) a cambiare posizione.
 
Toccante è il rapporto con Andrea che, da bambino, segue le ricerche di Galileo con semplice curiosità infantile, poi si appassiona alla ricerca e diventa il suo allievo prima più devoto poi più critico perché profondamente deluso dalla sua decisione di abiurare. Come si evince dagli sguardi, dai gesti, Andrea non accetta di vedere colui che considerava il suo eroe, il suo maestro anche di vita, che aveva idolatrato, comportarsi da vigliacco.

Vita di Galileo infatti diventa un dramma quando Galileo, processato come eretico per le sue scoperte dal Tribunale dell’Inquisizione, abiura per salvarsi la vita e continuare a studiare di nascosto per raggiungere nuovi risultati scientifici, anche se controllato a vista nel “carcere formale”, una specie di libertà vigilata, nella casa di Arcetri. Brecht sottintende infatti un interrogativo, se lo scienziato pisano sia un eroe o un antieroe, facendo riflettere il pubblico su chi anche oggi si comporta da eroe: colui che sbandiera la sua posizione anche andando incontro alla sofferenza e alla morte per difendere un suo ideale o colui che preferisce il silenzio, avendo la forza di farsi da parte, con la convinzione che facendo un passo indietro potrà giovare all’umanità?

Commovente è la scena in cui Galileo, ormai anziano, ad Arcetri, riceve con sorpresa, ma con celata soddisfazione, la visita di Andrea adulto (interpretato da Carlo Sciaccaluga): Lavia attribuisce grande umanità alla scena, interpretando un Galileo quasi cieco che riconosce dalla voce il suo alunno prediletto e piange davanti a lui, non avendo più nulla della grinta delle scene precedenti, quando gli confessa che ha avuto paura del dolore fisico e della morte, e ricorda, sempre in lacrime, quando gli hanno mostrato i ferri con cui lo avrebbero torturato, così da convincerlo all’abiura.

Andrea lo ascolta attonito ma non sembra averlo perdonato, finché Galileo gli mostra le carte tenute segrete ai controlli su cui ha scritto i Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti
alla meccanica e ai moti locali. Ed in questo momento Andrea rivede il suo maestro, il suo eroe; prende le carte, le infila sotto la giacca, le porta con sé per farle pubblicare all’estero e capisce il grande sacrificio di Galileo, l’abiura come atto di paura, ma anche come dimostrazione di saggezza per continuare il suo lavoro per il bene dell’umanità, pur accettando di farsi denigrare dai suoi studenti e sostenitori.

Lavia valorizza Galileo al lavoro con i suoi discepoli, tra cui anche frate Fulgenzio (Michele Demaria) che, nonostante l’abito, si entusiasma delle scoperte scientifiche a cui assiste, del fervore della ricerca con cui, insieme ad Andrea ed altri, studiano senza accorgersi del tempo che passa.
Mostra gli screzi anche violenti con lo scienziato Sagredo (Mario Pietramala) che gli ricorda la morte sul rogo di Giordano Bruno, considerato eretico per avere contestato le teorie tolemaiche, e gli chiede con insistenza dove è Dio nel suo sistema dell’universo, ascoltando senza ribattere la risposta di Galileo non da teologo ma da matematico: “in tutti i luoghi e in nessuno luogo.”

Lavia mostra la passione del maestro che vuole fare scuola, come quando mostra ai suo allievi il ghiaccio che galleggia nella tinozza e cerca di coinvolgere anche la figlia Virginia (Lucia Lavia) che rispecchia invece l’assoluta devozione alla Chiesa e la madre di Andrea, la signora Sarti (la bravissima Francesca Ciocchetti), che rimprovera spesso Galileo perché vive il suo personale dramma di madre nel vedere il proprio figlio appassionarsi a quella scienza che lei reputa dannosa e pericolosa.
La signora Sarti tenta con la sua concretezza di far ragionare Galileo sui pericoli che corre lui e fa correre alle persone a cui vuole bene, ma lo scienziato sembra non preoccuparsi degli altri, tanto da infliggere a sua figlia Virginia un grande dolore, rompendo il lungo fidanzamento con il ricco Ludovico Marsili (Luca Mascolo) disposto a sposarla solo se il padre avesse smesso di sfidare la Chiesa. Efficace la scena in cui Virginia, mentre prova l’abito da sposa, vede Ludovico andarsene e cade a terra svenuta ed è altrettanto commovente vederla curare senza rancore il padre nell’ultima scena, invecchiata anche lei e piegata su di sé mentre cerca di proteggerlo dai frati guardiani che lo controllano così da consentirgli di rimanere solo con Andrea.

Anche le scenografie di Alessandro Camera e i costumi di Andrea Viotti contribuiscono a rendere chiari concetti difficili da spiegare:
l’uso per esempio delle grandi lavagne che riempiono il palcoscenico indicano la volontà esplicativa delle ricerche di Galileo così come i grandi tavoli da lavoro in cui lavora a fianco dei suoi discepoli. Mentre i costumi, pur sfarzosi, sono giocati sui toni del grigio, quasi in bianco e nero per indicare l’omologazione di un mondo chiuso nella concezione tolemaica e per non distrarre lo spettatore dal contenuto del testo.

Note di colore sono la tonaca rossa da penitente di Galileo per sottolineare il differente comportamento che egli ha assunto, e la movimentata festa di Carnevale con il gruppo dei variopinti saltimbanchi (Woody Neri, Chiara De Palo, Ludovica Apollonj Ghetti, Silvia Biancalana) che, cantando e ballando, ironizzano sulle scoperte di Galileo in una pittoresco carro di Carnevale.
Le scenografie e alcune scene di folla, animate dal numeroso cast che si alterna anche recitando più di una parte, sono anche funzionali a mostrare i luoghi in cui Galileo agisce: Padova, Venezia con la spettacolare scena in cui lo scienziato mostra il cannocchiale al Doge e alla città, Firenze con le vivaci feste e l’incontro con la corte dei Medici e il piccolo Cosimo de’ Medici (Silvia Biancalana) a cui egli dedica le stelle medicee, il confronto con il Collegio Romano Pontificio, l’incontro con padre Calvio anche lui astronomo (Luca Di Prospero) e il suo seguito, e con il Cardinale Barberini poi diventato Papa Urbano VIII (Mauro Mandolini) sul quale Galileo aveva riposto invano le sue speranze di essere sostenuto.

Per segnare i cambi di scena e di luogo intervengono, secondo il metodo dello straniamento brechtiano, teso a impedire il realismo e l’immedesimazione,
alcuni intermezzi musicali funzionali a spiegare le azioni e a collegare le scene fra loro: le canzoni originali del testo, musicate da Hanns Eisler, vengono eseguite dal vivo dai musicisti della Scuola di Musica di Fiesole e cantate, ora con ironia, ora con intensità, da Silvia Biancalana, Chiara De Palo, Alice Ferranti, Giulia Gallone.

La Chiesa cattolica attraverso la rappresentazione in scena dei suoi esponenti non viene ridicolizzata da Brecht che contesta il potere autoritario
- di cui lo stesso autore era stato vittima - che impone la cieca obbedienza, di cui Galileo diviene la vittima, ma anche il simbolo di un altro tema di attualità come il difficile rapporto tra scienza e religione. La lunghezza e la complessità del testo brechtiano vengono valorizzate dall’allestimento di Lavia anche con alcuni momenti ironici, così da dare un’ennesima prova di attore, intensificando tutte le sfumature del carattere di Galileo nel corso degli anni: energico e grintoso nella giovinezza, teso ai piaceri del cibo e del vino, insoddisfatto quando afferma che a 47 anni non ha ancora raggiunto gli obbiettivi prefissati, umile quando, maturata la difficile decisione di abiurare, afferma “beata la terra che non ha bisogno di eroi” , fragile mentre ostenta una devozione pedissequa nell’accorata preghiera di fronte ai frati che lo controllano ad Arcetri. Ma quando cieco chiede a Virginia come è la notte e lei risponde “chiara”, si augura, instancabile, che lo sia anche per le sue scoperte. 

DOVE & QUANDO

  

VITA DI GALILEO, di Bertolt Brecht. Regia di Gabriele Lavia. Scene di Alessandro Camera. Costumi di Andrea Viotti. Luci di Michelangelo Vitullo. Con Gabriele Lavia e con Massimiliano Aceti, Alessandro Baldinotti, Daniele Biagini, Silvia Biancalana, Pietro Biondi, Francesca Ciocchetti, Gianni De Lellis, Michele Demaria, Chiara De Palo, Luca Di Prospero, Alice Ferranti, Giulia Gallone, Ludovica Apollonj Ghetti, Giovanna Guida, Lucia Lavia, Andrea Macaluso, Mauro Mandolini, Luca Mascolo, Woody Neri, Mario Pietramala, Matteo Prosperi, Matteo Ramundo, Malvina Ruggiano, Carlo Sciaccaluga, Anna Scola. Musiche originali di Hanns Eisler eseguite dal vivo dai musicisti della Scuola di Musica di Fiesole (Elena Pruneti flauto, Graziano Lo Presti clarinetto, Giuseppe Stoppiello pianoforte). Produzione Fondazione Teatro della Toscana/Teatro Stabile di Torino - Teatro Nazionale. Fino al 25 ottobre 2015 al TEATRO CARIGNANO DI TORINO e dal 28 ottobre al 12 novembre 2015 al TEATRO DELLA PERGOLA DI FIRENZE. Info: tel. 011 5169555, numero verde 800235333, www.teatrostabiletorino.it, www.teatrodellapergola.com

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