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martedì 22 settembre 2020
 
 

Gallino: "Abbiamo demolito il sistema industriale"

17/07/2013  Negli anni '60-'70 l'Italia aveva grandi dirigenti, economisti e imprenditori. Oggi non più. I nostri stabilimenti sono vecchi. E le imprese non investono in ricerca e sviluppo.

Alla fine del 2012 più del 35% dei giovani italiani era senza lavoro. Ma anche tra chi un'occupazione ce l'ha, la situazione è tutt'altro che consolante: oltre il 50% vive in condizione di precarietà. Sono i dati allarmanti diffusi dall'Ocse. Come siamo arrivati a questo punto? A spiegarlo è Luciano Gallino, uno dei più autorevoli sociologi italiani, scrittore e docente di Sociologia, esperto di tematiche relative alle trasformazioni del mercato del lavoro.

In Italia la tanto decantata flessibilità si è tradotta e continua a tradursi in precarietà. Perché?
Anche in altri Paesi la precarietà è sinonimo di flessibilità, intesa come maggior facilità di licenziare, contratti più brevi, meno vincoli sul mercato del lavoro. L'imposizione della flessibilità ha prodotto l'erosione o la caduta di gran parte delle regole che nel Dopoguerra hanno controllato il mercato del lavoro soprattutto nell'Europa continentale. L'Italia per certi aspetti sta un po' peggio di altri Paesi e ce ne sono alcuni dietro di noi. Mi stupisce un po' che sia proprio l'Ocse a segnalare la precarietà in Italia, visto che fin dagli anni '80 e primi '90 è stata proprio questa organizzazione il grande strumento di pressione sui Paesi europei affinché riducessero la rigidità delle legislazioni sul lavoro, decantando la flessibilità come la soluzione dei problemi.

Non pensa che nei Paesi anglosassoni la flessibilità ha avuto risvolti diversi perché c'è maggiore mobilità nell'entrare nel mondo del lavoro o comunque nel passare da un'occupazione all'altra, rispetto all'Italia dove il sistema è sempre stato più rigido?
Bisogna distinguere tra Stati Uniti e Gran Bretagna. In America la regolamentazione del mercato del lavoro è praticamente assente da sempre. Nel Regno Unito la questione è ben diversa: alla fine della guerra qui è stato inventato quello che è poi diventato il modello sociale europeo. Sono state poi le leggi del Governo Thatcher negli anni '80 a demolire le leggi a protezione dell'impiego rendendo l'occupazione del Paese altrettanto precaria di quella americana o anche italiana. Ma, si badi bene, anche di altri Paesi: bisogna infatti guardare sempre oltre la superficie dei dati. La Germania, ad esempio, sembra godere di una straordinaria stabilità dell'occupazione, ma non è affatto vero: in questo Paese ci sono milioni di impieghi chiamati "mini-jobs", ovvero contratti di poche ore alla settimana e poche centinaia di euro al mese. La precarietà in Italia, cominciata già negli anni Novanta, ha fortemente danneggiato il sistema industriale. Precarietà vuol dire scarsa formazione, pochi investimenti nella ricerca e nello sviluppo, perdita di capacità professionale. E questo alla lunga si riflette sulla struttura industriale.

Che, come lei ha messo in evidenza nei suoi studi, è entrata in crisi molti anni fa....
E' stata praticamente smantellata. Negli anni '50-'60 avevamo una grande industria chimica che oggi non esiste più.  Avevamo un'industria dell'automobile che alla fine degli anni '80 produceva due milioni di vetture. Sono in crisi gli elettrodomestici, il tessile, le aziende meccaniche, la costruzione delle grandi navi, settore di cui eravamo leader. Avevamo grandi prospettive nella produzione di macchine per ufficio, nei computer, abbiamo perfino inventato il telefono e adesso non ce n'è più uno che sia prodotto in Italia. La situazione di cui avevo tracciato i contorni già dieci anni fa  è andata sempre peggiorando. 

Ma perché abbiamo sbagliato così tanto? Cosa è mancato?
Negli anni 60-70 l'Italia aveva una generazione di dirigenti pubblici e privati di primissimo ordine, economisti e dirigenti molto in gamba. Nel campo dell'impresa privata c'erano i vari Olivetti, Piaggio, Necchi, Bassetti, una serie di imprenditori che inventavano nuovi prodotti, pagavano buoni salari. In seguito, dirigenti e imprenditori di quel calibro sono spariti, quella generazione non ha avuto degli eredi. Sarebbe buona materia per una ricerca socio-economica capire perché in altri Paesi gli imprenditori pubblici e privati si sono riprodotti, in Italia no. Da noi è rimasto solo un capitalismo molto povero legato a produzioni tradizionali, che investe molto poco in ricerca e sviluppo. E il settore pubblico, dal canto suo, non fa niente di meglio. I nostri stabilimenti sono tra i più vecchi d'Europa.

Tornando ai giovani e alla precarietà, possiamo dire che c'è uno scontro intergenerazionale, che i padri hanno rubato il futuro ai figli?
Questa è la vulgata neoliberale, per certi aspetti offensiva sia sul piano scientifico che quello etico-politico. L'intero edificio dello Stato sociale si è sempre fondato sul grande patto fra le generazioni, sulla continuità del lavoro, sulla possibilità di avere una generazione al lavoro che con i suoi contributi paga le pensioni a quelli che si sono ritirati. Questo patto è stato demolito ma, con esso, anche la continuità del lavoro. Un grave colpo all'economia e alla società, perché si sono rotti i meccanismi che legavano le generazioni e che alimentavano la macchina straordinaria dello Stato sociale. 

 
 
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